La Pasta: Liscia o Rigata?

L’Italia è il leader mondiale di produzione e consumo della pasta.  Nessuna sorpresa.  Nel mezzogiorno, la patria del piatto nazionale, tutti o quasi (il 99%) la mangiano, in media 4 o 5 volte alla settimana e 1 su 3 la consuma ogni giorno.  I meridionali tendono a mangiare pasta secca mentre gli italiani del Nord Ovest preferiscono la pasta fresca.

Ma lo scenario di pasta è in evoluzione.  Oltre alla crescita della pasta integrale, i veri tifosi della pasta stanno spostando il baricentro geografico verso il Centro Italia—dove il 45% mangia la pasta tutti i giorni rispetto al 32% del Meridione.  E la porzione media di un piatto di pasta nel Sud è di circa 80 grammi a persona, che è la percentuale più bassa del Paese.  (Nota bene gli americani: 80 grammi per porzione significa che ci sono 5 o 6 porzioni in una libbra di pasta.)

Interrogati sui fattori di qualità della pasta, gli italiani delle regioni come Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia—zone ad altissimo tasso di conoscenza e apprezzamento di questo alimento—rispondono in linea con l’opinione nazionale.  Al primo posto tra gli indicatori di qualità si trova la pasta che resta al dente alla cottura, poi la qualità del grano, seguito dalla pasta che si lega perfettamente al condimento.

Ogni italiano ha il suo preferito tra gli oltre 300 formati di pasta, ma l’Italia si divide in due su una dimensione.  Roma è lo spartiacque tra questi due mondi e due filosofie, che sono state create dalle differenze tra il clima e la storia. A sud di Roma, agli italiani piace la pasta liscia; dalla Capitale in su, gli italiani preferiscono la pasta rigata.

Perché?  Al Nord, la pasta rigata è diventata popolare per mascherare possibili difetti di produzione dovuti a tempi di essiccazione più lunghi.  Prima dell’invenzione dell’essiccamento artificiale, il processo di creazione della pasta nel Nord richiedeva più tempo e era più problematico a causa dell’assenza di un microclima prevedibile e stabile.  Questo tipo di pasta si cuoce anche in modo diverso.  Con la sua consistenza di “picchi” e “valli”, la pasta rigata in cottura espone all’acqua più superficie, resta più al dente nella sua parte spessa e rilascia più amido da quella più sottile.  Dà la sensazione di una pasta tenace anche quando è per metà sovracotta — cioè non abbastanza al dente.

 

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Pasta: Smooth or Ridged?

Italy is the world leader in both production and consumption of pasta.  No surprise.  In the south, the birthplace of pasta, almost everyone (99%) eats it, on average 4 to 5 times a week.  About a third eat it every day.   Southerners tend to eat dried pasta, while people from the northwest prefer fresh pasta.

But the pasta landscape is changing.  Besides the growth of whole wheat pasta, the real fans of the national dish are moving the geographic center of gravity toward central Italy—where 45% eat pasta every day compared to 32% in the south.  And the average portion of a plate of pasta in the South is about 80 grams (.18 pounds) a person, the lowest percentage in the country.  (Americans take note:  80 grams per portion means that there are 5-6 servings in a pound of pasta, depending on the sauce.)

Questioned about the quality factors of pasta, Italians from southern regions like Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Sardinia, and Sicily—areas with the best knowledge and appreciation of this food—respond in line with the national opinion.  In first place among the indicators of quality is pasta that remains al dente in the cooking, then the quality of the grain, followed by pasta that is tied perfectly to the seasoning.

Every Italian has a preference among the more than 300 forms of pasta, but Italy is divided in two on one dimension.  Rome is the watershed between these two worlds and two philosophies, which were created by differences in climate and history.  South of Rome, Italians like smooth pasta; from Rome north, Italians prefer ridged (rigata) pasta.

Why?  In the north, rigata became popular in order to mask possible defects in production due to longer drying times.  Before the invention of artificial drying, the production of pasta in the north took longer and was more problematic due to the absence of predictable and stable microclimates.  Hence, the ridges, which masked defects, became popular in the north.  It also cooks differently. With its texture of “peaks” and “valleys,” ridged pasta exposes more surface to the water during cooking.  It remains more “al dente” in its thick parts and releases more starch from the thinner parts.  Hence, it gives the sensation of a firm pasta even when it’s a bit overcooked, that is, not quite al dente.

 

 

 

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Dove c’è Prosecco, c’è un sorriso

Le notizie arrivano da Londra direttamente dal giornale, Il Guardian. Un articolo cita un dentista che dice che i denti di sempre più inglesi si stanno rovinando a causa del Prosecco…dall’acidità e dagli zuccheri del vino italiano.  Ritiene che il Prosecco provochi buchi nei denti, che laceri lo smalto, e li faccia uscire dalle gengive.

Il messaggio è chiarissimo: “Salvate i vostri denti, smettete di bere Prosecco!”.  Ma il giornale prestigioso non fornisce basi scientifiche solide per supportare questa affermazione.  Perché le bollicine del Veneto e Friuli Venezia Giulia sarebbero più dannose di quelle francesi dello Champagne o di quelle che la Gran Bretagna produce da qualche anno?  Non c’è nulla nell’articolo che faccia pensare che ci sia qualcosa di dannoso nel vitigno o nel processo di vinificazione del Prosecco.

C’è quindi dell’altro dietro al voler mettere nel mirino il vino italiano?  Vediamo una breve e recente storia del Prosecco e la sua crescita fenomenale.  Nel 2016, 90 milioni di bottiglie sono state vendute, un aumento dell’8 per cento rispetto il 2015.  E nel 2015 c’è stato un aumento del 15% rispetto all’anno precedente con solo un piccolo aumento del territorio coltivato…dalle colline robuste alle pianure dove si coltivano l’uva in queste due regioni italiane.  Infatti, il territorio è ora candidato a Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco.

La Gran Bretagna è diventata il primo mercato mondiale per le bollicine italiane: 366 milioni di euro nel 2016 con un aumento del 33 per cento sull’anno precedente.  I britannici scolano 40 milioni di litri di Prosecco all’anno, grazie anche a prezzi meno costosi rispetto ad altri vini.  Ora il prezzo medio di un bottiglia è tra i 10 e i 16 euro a consumatore e il Prosecco è sempre più popolare.

Come si avvicina la Brexit, pensate che la Gran Bretagna potrebbe cercare di limitare l’import e aumentare i prodotti localmente prodotti (come le bollicine inglesi)?  Vediamo cosa dicono i politici.

Qualche mese fa, l’ex sindaco di Londra ha detto al ministro dello sviluppo economico italiano che se non gli concedeve la libera circolazione delle merci e delle persone dopo la Brexit, bloccheranno il Prosecco.  Il ministro ha risposto: E noi bloccheremo il fish and chips (non credo sia una grande perdita per gli italiani).  Poi i governatori delle due regioni italiane che producono questo vino–che di solito sono in poli opposti—hanno concordato su questo tema.  Uno ha chiamato l’articolo “fake news” e l’altro ha detto: “Spero che dopo la Brexit in Gran Bretagna, ci sia il bisogno di far tornare il sorriso ai cittadini: assunto a dosi moderate, il nostro Prosecco fa miracoli”.

Anche se gli inglesi sanno che dove c’è Prosecco, c’è un sorriso, i francesi non saranno felici quando sentiranno che gli italiani dicono: “da tempo guardiamo lo Champagne dallo specchietto retrovisore”.

Altri post su lotte con il cibo:  “Amatriciana-gate” (il 5 marzo 2015), “Fish and Chips” (il 9 aprile 2015), “Carbonara-gate” (il 13 maggio 2016), e “I Rigatoni ‘bianchi Bolognese'” (il 10 novembre 2016).

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