Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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L’evoluzione della cannuccia

All’inizio cannucce erano di paglia…più precisamente di loglio, una pianta erbacea.  Poi, verso il 1880, un abitante di Washington, D.C. si rese conto che non gli piaceva l’aroma che la cannuccia rilasciava nel suo mint julep.  Così creò una sua propria cannuccia, avvolgendo strisce di carta attorno a una matita.  Poi rimuovendo la matita, era possibile incollare le strisce di carta insieme.

La sua invenzione rimase nel mercato fino agli anni ’60, fino a quando cioè le cannucce di plastica, molto più resistenti, iniziarono a dominare il mercato. Altre cannucce innovative iniziarono a circolare negli Stati Uniti, come la cannuccia flessibile e le cannucce aromatizzate, le quale rilasciavano differenti aromi nelle bevande in cui erano immerse.  Poi qualcuno ebbe la brillante idea di sviluppare una linea di cannucce a base di cereali. L’idea era di bere il latte attraverso un grande tubicino Fruit Loop o Cocoa Krispie. Le recensioni non furono buone.

Oggi le cannucce di plastica sono a rischio di estinzione.  Le città americane e italiane ne stanno vietando l’uso per una buona ragione. Non si decompongono facilmente e sono il principale colpevole degli 8 milioni di tonnellate di plastica che finiscono nell’oceano ogni anno. Perfino McDonald’s ha sostituito le cannucce di plastica con quelle di carta, e molte persone ne stanno cercando di alternative – come quelle di metallo, di bambù, di mais e di riso – per limitare il flusso di plastica inquinante nell’ambiente.

Ora l’ingegnosità italiana ha trovato una soluzione: la pasta. Alcuni bar italiani usano i bucatini – pasta dritta, tubolare e non cotta – per tutti i tipi di bevande fredde. Come la carta, le cannucce di pasta durano circa un’ora prima di ammorbidirsi, ma si decompongono durante la notte a differenza delle cannucce di carta, che richiedono invece dai 30 ai 60 giorni. Non lasciano alcun sapore nelle bevande fredde; ma non è consigliabile usarle in bevande calde a meno che non si desideri una minestra di pasta o un’ustione alla lingua.

E ora due aziende producono in serie cannucce di pasta: Stroodles con sede a Londra e The Amazing Pasta Straw con sede a Malibu, in California. Le cannucce sono vegane, ma non prive di glutine. Una domanda: perché abbiamo bisogno di così tante cannucce? Certo, ne abbiamo bisogno per le persone che non sono autosufficienti. E a volte, sembrano utili per i frullati. In passato, i bambini usavano bastoncini di zucchero porosi al centro per sorseggiare puro succo di limoni. Alcuni bambini oggi ne mordono le punte e usano Viti Rosse come cannucce. Per gli adulti, bere bevande e caffè in macchina può essere una distrazione mentre si è alla guida.

Per l’Italia e tutta l’Europa, la Commissione Europa è andata oltre gli Stati Uniti.  A seguito dell’iniziativa sulle borse di plastica messa in atto a partire dal 2015, l’Unione Europa sta ora rivolgendo l’attenzione a tutti i prodotti di plastica monouso che, tutti insieme, rappresentano il 70% dei rifiuti che inquinano gli oceani, i mari e le spiagge d’Europa.  Le nuove regole riguarderanno il divieto di certi prodotti di plastica, in particolare, dove esistono alternative facilmente disponibili ed economicamente accessibili.  I prodotti di plastica monouso saranno esclusi dal mercato; per esempio, il divieto si applicherà a bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande e aste per palloncini—tutti prodotti che dovranno essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili.

Brava, Europa!

 

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The evolution of the straw

In the beginning, straws were actually made of straw…well, actually rye grass.  Then, in the 1880s, a resident of Washington, DC, decided he didn’t like the residue that the straw left in his mint julep.  So he made his own device by wrapping strips of paper around a pencil.  He then removed the pencil and glued the paper strips together.

His paper straw invention became the standard until the 1960s when more durable plastic straws began to dominate the market.  Other American innovations came to market like the flexible straw and flavored straws that dissolved as milk passed through them creating, for example, a chocolate-flavored drink.  Then the bright idea came to develop a line of cereal straws.  The idea was to drink milk through one large, tubular Fruit Loop or Cocoa Krispie.  Reviews were unkind.

Today plastic straws are on the cutting block.   American and Italian cities are banning their use for good reason.  They don’t decompose easily, and they are a major culprit in the 8 million metric tons of plastic that end up in the ocean each year.  Even McDonald’s substituted paper straws for plastic straws, and many people are trying to find alternatives—including those made from metal, bamboo, corn, and rice–to stop the flow of plastic pollution into the environment.

Italian ingenuity has come up with a solution:  pasta.  Bars in Italy are using bucatini—straight, tubular lengths of uncooked pasta—for all types of cold drinks.  Like paper, pasta straws last about an hour before softening up, but it decomposes overnight unlike paper straws, which take 30 to 60 days.  It is tasteless in cold drinks; it is not advisable for use in hot drinks unless you want a noodle dish or a tongue burn.

And now two companies are producing pasta straws:  Stroodles based in London and The Amazing Pasta Straw based in Malibu, California.  They are vegan, but not gluten-free.

Why do we need so many straws?  Of course, we need them for people who are not independent.  And they seem useful for smoothies. In the past, kids used candy sticks with a porous center to slurp juice from real lemons.  And some kids today bite off the ends and use red vines as straws.  For adults, drinking soft drinks and coffee in the car can be considered driving while distracted.

For Italy and the rest of Europe, the European Commission has gone further than the United States.  Following the initiative on plastic bags launched in 2015, the European Union is now turning its attention to all disposable plastic products which, together, represent 70% of marine litter in the oceans, seas and beaches of Europe.  The new rules will cover the prohibition of certain plastic products, in particular those where there are easily available and economically accessible alternatives.  Single-use plastic products will be excluded from the market; for example, the ban will apply to cotton buds, cutlery, plates, straws, beverage mixers and balloon rods—products that must be manufactured in the future exclusively with sustainable materials.

Brava, Europe!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Espressioni inglesi che confondono gli italiani

Le espressioni idiomatiche possono essere difficili per gli studenti di qualsiasi lingua; possono essere confuse e semplici da incasinare, a volte con risultati divertenti o imbarazzanti. Ecco alcune espressioni inglesi che non possono essere tradotte in italiano con lo stesso significato. Le origini sono sorprendenti anche per alcuni madrelingua inglese.

Break a leg

Quando si dice a qualcuno in inglese di rompersi una gamba, si augura buona fortuna a quella persona. L’espressione ironica viene usata principalmente a teatro. Secondo la maggior parte delle superstizioni, una semplice buona fortuna in quel contesto avrebbe l’effetto opposto. Sebbene ricca di teorie che risalgono all’antica Grecia, l’origine è incerta. Uno dei più credibili origini si riferisce alla linea che divideva il palco dal dietro le quinte, che era conosciuta come leg o leg line. Superarla (rompere) significava far parte dello spettacolo, esibirsi di fronte al pubblico e, di conseguenza, essere pagati. In Italia, l’espressione più simile è “in bocca al lupo”. (Vedete il post del 3 gennaio 2019 sulle superstizioni.)

Get the wrong end of the stick

“Prendere l’estremità sbagliata del bastone” significa fare un cattivo affare, o talvolta fraintendere un’azione o una situazione, spesso con conseguenze spiacevoli. Il detto si riferisce ai bastoni da passeggio, in particolare, l’estremità che poggia a terra, che è spesso sporca e ricoperta di fango. Secondo alcuni, l’espressione proviene da un oggetto usato in epoca romana: un bastone con un pezzo di tessuto all’estremità che un tempo veniva usato nei bagni pubblici al posto della carta igienica. Prenderlo dalla parte sbagliata non era certamente gradevole. L’espressione italiana più simile è “prendere fischi per fiaschi”.

It’s raining cats and dogs“Piovono cani e gatti” deriva dall’antica abitudine di far riposare cani e gatti sui tetti delle case durante la stagione fredda. Quando pioveva pesantemente, gli animali trovavano difficile rimanere in equilibrio o ancorati al tetto e, di conseguenza, a volte cadevano a terra spaventando chi camminavano lungo i marciapiedi o i bordi della strada. L’espressione più simile in italiano è “piove a dirotto o piove a catinelle”.

It’s not my cup of tea“Non è la mia tazza di tè” nata nel diciannovesimo secolo, questa espressione è legata alla tradizione britannica del tè alle cinque. All’inizio era in senso positivo indicare qualcosa di veramente apprezzato o adatto. Negli anni venti del ventesimo secolo, la negazione fu aggiunta per indicare che qualcosa non è per noi o non importa. L’espressione italiana più simile è “non andare a genio” come in “questa tua idea non mi va a genio”, o “questa tua idea non mi va bene o non mi sta bene”.

Get your ducks in a rowL’espressione sembra aver avuto origine negli anni ’70 nei poligoni di tiro, che le anatre venivano utilizzate come l’obiettivi per addestrare le persone sull’uso delle armi da fuoco. Avere tutte le anatre di fila significava essere pronti a sparare. L’espressione italiana più simile è “fare mente locale”, che significa eliminare tutti gli altri pensieri e concentrarsi su una situazione o argomento. Ad esempio, se sei in ritardo e non riesci a trovare il tuo portafoglio, ti concentrerai o “farai mente locale “per cercare di ricordare dove l’hai visto l’ultima volta.

Feeling under the weatherQuesto detto è quasi sempre usato per indicare un vero malessere fisico, forse l’inizio di un raffreddore o dell’influenza, o quando si è molto stanchi; in alcuni casi, può indicare un umore o un malessere generale. L’espressione potrebbe aver avuto origine sulle navi inglesi che solcavano l’oceano; quando qualcuno a bordo si ammalava, il contagio colpiva spesso tanti marinai. I diari della nave non potevano contenere tutti i cognomi e quindi erano scritti nella colonna dedicata alle condizioni meteorologiche; cioè, sono stati scritti “sotto il tempo”. L’espressione italiana più simile è “essere giù di corda”.

Knock on woodLe persone che battano le nocche su un pezzo di legno sperano di sfuggire alla sfortuna. Si potrebbe anche usare quando una persona sta già avendo buona fortuna e non vuole rischiare il destino. L’origine è legata al folklore popolare, a rituali che coinvolgevano spiriti degli alberi sacri. Quando si cercava un po ‘di fortuna o una benedizione, era necessario svegliare gli spiriti benigni all’interno degli alberi bussando sul tronco. In Italia, l’espressione è “toccare ferro”.

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English expressions that confound Italians

Idiomatic expressions can be difficult for students of any language; they can be confusing, confounding, and simple to mess up, sometimes with funny or embarrassing results.  Here are several English expressions that cannot be translated into Italian with the same meaning.  The origins are surprising even for some English-language speakers.

Break a leg

When you tell someone in English to break a leg, you are wishing that person good luck.  The ironic expression is used mainly in the theater.  According to most superstitions, a simple good luck in that context would have the opposite effect.  While rich in theories that date back to ancient Greece, the origin is uncertain.  One of the most credible refers to the line that divided the stage from behind the scenes, which was known as the leg or leg line.  To overcome (break) it meant to be part of the show, performing in front of the audience, and, consequently, to be paid.  In Italy, you should avoid saying “good luck” as in buona fortuna; it’s better to say in bocca al lupo “in the mouth of the wolf.”  (See the January 3, 2019 post on superstitions.)

Get the wrong end of the stick

Getting the wrong end of the stick means getting a bad deal, or sometimes misunderstanding an action or situation, often with unpleasant consequences.  The saying refers to walking sticks, in particular, the end that rests on the ground, which is often dirty and covered with mud.  According to some, the expression comes from an object used in Roman times:  a stick with a piece of fabric at the end that was once used in public baths instead of toilet paper.  Taking it from the wrong side was certainly was not pleasant.  The closest Italian expression is prendere fischi per fiaschi, “take whistles for flasks,” which means to exchange one thing for another not necessarily with dire consequences.  For example, if you are in Italy and ordered a pizza margherita and the waiter brought you instead a pizza capricciosa, you might say il cameriere ha preso fischi per fiaschi!”

It’s raining cats and dogs

This expression came from the old custom of having dogs and cats rest on the roofs of houses during the cold season.  When it rained heavily, the animals found it difficult to stay balanced or anchored to the roof and, as a result, they sometimes feel to the ground scaring those who walked along the sidewalks or roadsides.  The most similar expression in Italian is piove a dirotto or piove a catinelle, which simply suggests it’s raining “copiously” or “basins full.”

It’s not my cup of tea

Born in the nineteenth century, this expression is linked to the British tradition of five o’clock tea.  At first it was in the positive sense to indicate something really appreciated or suitable.  In the twenties in the twentieth century, the denial was added to indicate that something is not for us or does not matter.  The most similar Italian expression is non andare a genio as in questa tua idea non mi va a genio, or “this idea of yours doesn’t suit me or doesn’t sit well with me.”

Get your ducks in a row

The expression seems to have originated in the 1970s in shooting ranges, which ducks were used as targets to train people on the use of firearms.  Having all the ducks in a row meant being ready to shoot.  The most similar Italian expression is fare mente locale, which means to eliminate all other thoughts and to concentrate on a situation or topic.  For example, if you are late and can’t find your wallet, you will fare mente locale to try to remember where you last saw it.

Feeling under the weather

This saying is almost always used to indicate a real physical illness, perhaps the beginning of a cold or flu, or when you are really tired; in some cases, it can indicate a mood or general malaise.  The expression may have originated on English ships that sailed the ocean; when someone on board fell ill, the contagion often hit many sailors.  The ship diaries couldn’t accommodate all the surnames and hence were written in the column dedicated to weather conditions; that is, they were written “under the weather.”  The most similar Italian expression is essere giù di corda, literally “to be out of rope,” meaning to be worn out or down in the dumps.

Knock on wood

People who rap their knuckles on a piece of wood are hoping to stave off bad luck.  It might be spoken when a person is already experiencing some good fortune and does not want to tempt fate.  The origin is linked to popular folklore which included rituals involving spirits of sacred trees.  When looking for a bit of luck or a blessing it was necessary to wake up the benign spirits inside the trees by knocking on the trunk.  In Italy, the expression is toccare ferro, that is, “to touch iron.”

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I senzatetto malati di mente

La sala conferenze di Trieste è divenuta silenziosa. I partecipanti non potevano credere ai loro occhi. Sullo schermo c’erano le foto di una parte degli abitanti di Hollywood che vivevano per strada, rannicchiati sotto le coperte e coperti di sporcizia. I loro problemi mentali e di dipendenza erano evidenti. Le foto raffiguravano lo status dei senzatetto di Hollywood e di Los Angeles, dove un quarto hanno malattie mentali e migliaia vengono continuamente trascinati dalle strade alle carceri, agli ospedali e di nuovo in strada. Una media di 3 muore ogni giorno. Circa 5.000 malati di mente sono in galera. Ciò accade nel paese più ricco del pianeta, nel ventre della capitale del cinema e dell’immaginazione.

Il Los Angeles Times ha recentemente raccontato la storia di una donna che si chiama Kerry Morrison che aveva visto abbastanza. Ha lasciato il lavoro per dedicarsi a tempo pieno, non retribuito, alla sua causa. È entrata a far parte di consigli di amministrazione, ha contattato professionisti di salute mentale, ha studiato la politica sulla salute mentale, ciò che è andato storto negli Stati Uniti e ha controllato i programmi in altre città degli Stati Uniti e in Europa. È stato il suo viaggio a Trieste, nel nord-est italiano, a trasformare la sua disperazione in speranza. A Trieste ha trovato un modello di salute mentale in cui ogni paziente è curato e nessuno rimane solo a se stesso.

Quando i manicomi, cioè gli ospedali psichiatrici, furono chiuse in Italia, circa 40 anni fa, Trieste si rinnovò, mentre gli Stati Uniti rinunciarono alla promessa di cliniche comunitarie. Sotto la guida di uno psichiatra di nome Franco Basaglia, Trieste costruì una rete coordinata di centri di trattamento, abbracciò i pazienti come membri a pieno titolo della comunità, invitò i familiari a partecipare al recupero, costruì relazioni con i datori di lavoro che ricoveravano i pazienti, senza lasciare che la burocrazia o i problemi di fatturazione sabotassero i buoni risultati.

Quando qualcuno ha un episodio psicotico a Trieste e c’è una richiesta di aiuto, di solito risponde una squadra di salute mentale, non la polizia, e la squadra spesso ha già costruito un rapporto con il cliente. Le porte delle strutture per la salute mentale della comunità a Trieste non sono chiuse; se i pazienti scelgono di andarsene, i membri del personale si tengono in contatto con loro in caso hanno bisogno di aiuto. I ricoveri involontari sono rari; quando le persone hanno facile accesso alle cure regolari e iniziano a conoscere e fidarsi degli operatori sanitari, sono più facili da trattare. Hanno meno probabilità di resistere alla terapia e alla medicina, e le loro condizioni hanno meno probabilità di peggiorare.

La signora Morrison ha portato una delegazione di rappresentanti della salute mentale e rappresentanti del governo per osservare da vicino il sistema a Trieste. In cinque giorni, non hanno visto un solo senzatetto a Trieste, una città che non ha un significativo abuso di droga. Sarà estremamente impegnativo portare il modello di Trieste a Los Angeles, dove così tante persone con gravi malattie mentali hanno anche dipendenze debilitanti … e tenda lungo le strade (se fortunati). I finanziamenti e la carenza di personale sono ostacoli considerevoli. “Abbiamo 40 volte la popolazione di Trieste e 50 volte le sfide in più”, ha dichiarato la Morrison.

Ma lei è imperterrita. La delegazione di Los Angeles inizierà con un progetto pilota. Richiederà almeno un anno di pianificazione: identificazione di centri di cura urgenti e di salute della comunità, reclutamento di imprese che partecipino per convincere i residenti che i miglioramenti diventeranno un vantaggio per la comunità stessa, assumendo medici e altro personale,  e trovando abbastanza alloggi per dare al progetto una possibilità di riuscita.

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The homeless mentally ill

The conference room in Trieste fell silent.  Attendees couldn’t believe their eyes.  On the big screen were photos of Hollywood residents living in the street, huddled under blankets and covered with grime.  Their mental and addiction problems were evident.  The photos depicted the status of the homeless in Hollywood and greater Los Angeles where one quarter have mental illnesses, and thousands are endlessly shuffled from streets to jails to hospitals and back to the street again.  An average of 3 die every day.  About 5,000 mentally ill people are locked up in jails at any given time.  In the richest country on the planet, this was the underbelly of the capital of film and imagination.

The Los Angeles Times recently told the story of a woman named Kerry Morrison who had seen enough.  She quit her job to devote full-time, unpaid, to her cause.  She joined boards, reached out to mental health professionals, researched mental health policy and what went wrong in the United States, and checked out programs in other U.S. cities and in Europe.  It was her trip to Trieste in NE Italy that turned her despair into hope.  In Trieste she found a mental health model in which every patient was looked after and no one was left to pitch a tent and fend for himself.

When mental institutions were closed in Italy and the United States about 40 years ago, Trieste innovated while the U.S. abdicated on the promise of community clinics.  Under the leadership of a psychiatrist named Franco Basaglia, Trieste built a coordinated network of treatment centers, embraced patients as full-fledged members of the community, invited family members to participate in recovery, built relationships with employers who hired patients, and didn’t let bureaucracy or billing entanglements sabotage good outcomes.

When someone has a psychotic episode in Trieste and there’s a call for help, usually a mental health team responds, not the police, and the team often has already built a relationship with the client.  The doors of community mental health facilities in Trieste are not locked; if patients choose to leave, staff members keep in contact with them to be sure they remain connected to help.  Involuntary commitments are rare; when people have easy access to regular care and begin to know and trust health care providers, they are easier to treat.  They are less likely to resist therapy and medication, and their conditions are less likely to deteriorate.

Ms. Morrison brought a delegation of mental health and government representatives to observe the system in Trieste.  In five days, there they didn’t see a single homeless person in Trieste, a city that also does not have a significant drug epidemic.  It will be extremely challenging to bring Trieste’s model to Los Angeles where so many with serious mental illness also have debilitating addictions…and live in tents (if they’re lucky) on the street.  Funding and staff shortages are major obstacles. “We have 40 times the population of Trieste and 50 times the challenges,” Morrison stated.

But she is undaunted.  The Los Angeles delegation will start with a pilot project.   It will involve at least a year of planning—identifying urgent care and community health centers, recruiting businesses to participate, convincing residents that improvements will become a community asset, hiring clinicians and outreach teams, and finding enough housing to give the pilot a fighting chance.

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Ivrea e Olivetti

Nel 2018, l’UNESCO ha conferito lo status di Patrimonio dell’Umanità ad Ivrea, una città nelle colline pedemontane delle Alpi in Piemonte.  Conosciuta come la “Città industriale del ventesimo secolo”, Ivrea si trova a circa un’ora di treno da Torino.  Era la sede di Olivetti, un’azienda produttrice di macchine da scrivere, macchine contabili e calcolatrici.

Ciò che distingueva Ivrea ed Olivetti era la visione di Adriano Olivetti (1901 – 1960), figlio del fondatore, uomo ben istruito, umanista e con un forte interesse per l’urbanistica, il design e l’architettura.  La sua esperienza precedente in una fabbrica—in particolare, il senso dell’alienazione e la monotonia delle azioni ripetute—lo portò a rendersi conto che era importante liberare l’uomo dal duro lavoro degradante.  Assunse i migliori architetti in stile modernista per progettare fabbriche, abitazioni, mense, uffici e studi.  Erano spazi gloriosi, ariosi e pieni di luce destinati a dare ai lavoratori non solo una vista sulle montagne, ma anche uno spirito positivo e un senso del futuro.

Olivetti ha anche assunto famosi designer per lavorare sui suoi prodotti; alcuni sono diventati  icone del design italiano, come la macchina da scrivere Lettera 22 del 1949 e il computer mainframe Elea 9003 del 1958.  La portatile Lettera 22 divenne la preferita di scrittori americani come Thomas Pynchon, Sylvia Plath, Gore Vidal e Cormac McCarthy.

I dipendenti Olivetti venivano trattati bene. Se volevano, potevano alloggiare in case e appartamenti costruiti dagli Olivetti. Alle nuove madri venivano concessi 10 mesi di congedo di maternità e i bambini potevano andare gratuitamente all’asilo nido. I dipendenti avevano l’opportunità di frequentare lezioni presso scuole di commercio in loco; la biblioteca di 30.000 volumi comprendeva libri nuovi e riviste attuali. Le ore di pranzo erano piene di discorsi ed esibizioni di attori, musicisti e poeti. Nel mese di luglio era stato istituto un giorno festivo per consentire ai lavoratori delle campagne circostanti di occuparsi di piccole aziende agricole. I dipendenti, inoltre prendevano pensioni sostanziali al momento del pensionamento.

Per un certo periodo, Ivrea è stata la città aziendale più progressista e di successo al mondo, rappresentando una nuova forma di idealismo aziendale. In America, città come Pullman, Illinois, sono sorte a causa di lavoratori a basso salario privi di diritti e servizi di base come i trasporti. All’epoca il pensiero era che, più un dipendente dipendeva dall’azienda per cui lavorava, maggiore era il controllo dell’azienda. I lavoratori non hanno osato chiedere un congedi per malattia o una migliore assistenza sanitaria; certamente, non hanno mai scioperato.

Mentre molte città aziendali erano patriarcali, Ivrea era diversa … almeno per un certo periodo. Olivetti divenne un attore principale nel “miracolo” del ventesimo secolo quando l’Italia stava uscendo dalle profondità del fascismo e della seconda guerra mondiale, per diventare l’ottava economia più forte del mondo. L’economia italiana raggiunse l’apice negli anni ’60 quando la sede produttiva della Fiat a Torino divenne una delle più grandi fabbriche automobilistiche in Europa. Allo stesso modo Olivetti era un simbolo del “miracolo”.

Ma nel 1970 le cose iniziarono a cambiare. Adriano morì e suo fratello Roberto, che aveva rilevato l’azienda, non aveva la stessa visione. Le persone si stavano spostando dalle macchine da scrivere ai dispositivi elettronici e il successo di Olivetti in tale processo si arrestò.   Il geniale programmatore capo di Olivetti morì in un incidente d’auto; i teorici della cospirazione lo attribuirono agli agenti segreti americani che non volevano che i progressi del calcolo cadessero nelle mani di un paese che era perennemente sull’orlo del comunismo. La tecnologia e i cambiamenti economici frenarono la crescita delle città manifatturiere italiane e americane: recessioni ricorrenti costrinsero a tagliare i costi in tutti i settori, il lavoro più recentemente è stato delocalizzato in paesi più economici, e aziende come Fiat e Olivetti hanno iniziato a licenziare i lavoratori.

Al suo apice, Olivetti contava oltre 73.000 lavoratori in tutto il mondo; oggi ne ha circa 400. Ivrea ha perso un quarto della sua popolazione. Vedendola oggi non potresti immaginarla come l’ex capitale del design industriale. Una ex-fabbrica è stata convertita in palestra. Solo uno degli edifici per uffici è ancora in uso. Ci sono cartelli che indicano alcuni edifici storici, che sono diventati monumenti di un’antica utopia.

Nella sua elezione a Patrimonio Mondiale, l’UNESCO ha affermato che Uvrea “esprime una visione moderna del rapporto tra produzione industriale e architettura”. E nel suo libro Città dell’Uomo pubblicato nel 1960 settimane prima della sua morte, Adriano Olivetti auspicava a uno sviluppo urbano “a misura d’uomo”, con l’obiettivo di “armonia tra vita privata e vita pubblica, tra lavoro e casa, tra centri di consumo e centri di produzione”. Obiettivi ancora oggi lodevoli.

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