Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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La vera Little Italy nel Bronx

C’era una volta Little Italy a Manhattan, casa di migliaia di italiani che sono emigrati lì dalla fine dell’Ottocento agli anni 50.  La maggior parte venne dall’Italia meridionale: i siciliani si sono stabiliti in Elizabeth Street, i napoletani si sono raggruppati intorno a Mulberry Street, e quelli dalla Calabria, Puglia e Basilicata vivevano in Mott Street.

Oggi pochissimo rimane eccetto la nostalgia.  A partire dagli anni 70, la seconda e la terza generazione degli italo-americani lasciarono la zona alla ricerca di più spazio e nuovi quartieri. Chinatown invadeva dal sud e la gentrificazione si estendeva dall’ovest.  Le bandiere tricolori ora sono intervallate dai cartelli con gnocchi cinesi e zuppa vietnamita.  Il museo italoamericano, che è stato recentemente rinnovato e ampliato, rimane per documentare i contributi degli italiani alla vita americana.  E ci sono ancora alcune istituzioni culinarie come Di Palo, le cui cinque generazioni hanno costruito uno dei più famosi negozi alimentari della città, che sono frequentati da clienti come Martin Scorsese.

Si dice che la vera Little Italy si trovi nel Bronx, nell’area che si chiama Belmont, che è a mezzo miglio dallo Zoo del Bronx.  Alcune chiamano la zona Arthur Avenue in memoria della strada principale, che è divisa in due dalla East 187th Street, e che non è altro che una fila di ristoranti, pizzerie, macellerie, pescherie, panetterie, e pasticcerie.

Gli italiani si stabilirono in questa zona negli anni ’50, in un periodo in cui Joe DiMaggio, Phil Rizzuto, Yogi Berra, Rocky Marciano, and Jake LaMotta mangiavano nei ristoranti locali.  Era la casa di Dion Dimucci, che chiamò il suo gruppo di “do-wop” i Belmonts.

Molti anni fa, i ristoranti del quartiere erano così insulari che i menu variavano di poco, gli ingredienti erano economici, e i menù dei vini erano noiosi.  Ma tutto è cambiato, e anche i veterani hanno migliorato il loro gioco.  Adesso puoi mangiare molto bene, cioè in un contesto italo-americano influenzato dalla cucina napoletana e siciliana.  E puoi incontrare celebrità come Joe Torre (direttore di baseball), Marisa Tomei (attrice) e Mario Batali (chef).

Ciò che non è cambiato è l’atmosfera italiana del quartiere.  È come un villaggio siciliano dove vai a fare la spesa ed il macellaio ti consiglia il miglior taglio di carne e il fruttivendolo ha messo da parte una pianta di basilico per te prima che tu vada a casa a prendere della pasta fresca.  È pieno di piccoli negozi italiani dove puoi trovare di tutto e hai un rapporto personale con il proprietario, un luogo in cui ti fermi a parlare con le persone per strada.  Quando ti siedi al bar, ti senti come se fossi in Italia.  Tutto questo è nel quartiere che è casa dell’attore Chazz Palminteri, lo scrittore Don DeLillo, e dove Joe Pesci ha iniziato la sua carriera di attore dopo essere stato scoperto da Robert De Niro in uno dei ristoranti in cui ha lavorato.

 

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The Real Little Italy in the Bronx

Once upon a time there was Little Italy in Manhattan, home to thousands of Italians who had emigrated there from the late nineteenth century to the 1950s.  Most came from southern Italy:  the Sicilians settled on Elizabeth Street, the Neapolitans clustered around Mulberry Street, and those from Calabria, Apulia, and Basilicata lived on Mott Street.

Today little remains except the nostalgia.  Starting in the ‘70s, second and third generation Italian-Americans left in search of more space and upward mobility.  Chinatown encroached from the south and gentrification encroached from the west. Tricolori flags now are interspersed with signs for Chinese dumplings and Vietnamese soup.  The Italian American museum, which recently expanded, remains to document the contributions of Italians to American life.  And there are still some culinary institutions like Di Palo, whose five generations of family members built one of the most famous food stores in the city, which is still frequented by customers like Martin Scorsese.

It is said that the real Little Italy today is in the Bronx, in an area called Belmont, half a mile from the Bronx Zoo.  Some people call the area Arthur Avenue after the main street, which is bisected by East 187thStreet, and is lined with restaurants, pizzerias, meat and fish markets, bakeries and pastry stores.

Italians settled in this area in the 1950s, at a time when Joe DiMaggio, Phil Rizzuto, Yogi Berra, Rocky Marciano, and Jake LaMotta ate in the local restaurants.  It was home to Dion Dimucci, who named his do-wop group the Belmonts.

Years ago the restaurants in the neighborhood were so insular that menus varied little, the ingredients were cheap, and the wine lists boring.  But all of that has changed, and even the old-timers have upped their game.  You can eat extremely well now – that is, within an Italian-American context influenced by Neapolitan and Sicilian cuisine. And you can run into celebrities like Joe Torre, Marisa Tomei, and Mario Batali.

What hasn’t changed is the Italian atmosphere of the neighborhood.  It is like a Sicilian village where you go shopping and the butcher advises you of the best cut of meat, and the greengrocer has put aside a basil plant for you before he goes home to get some fresh pasta.  It is full of small Italian shops where you can find everything and you have a personal relationship with the owner, where you stop to talk with people on the street.  When you sit at the bar, you feel like you are in Italy.  All of this is in the neighborhood that was home to the actor Chazz Palminteri and the writer Don DeLillo, and where Joe Pesci began his acting career after being discovered by Robert De Niro in one on the area restaurants where he worked.

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Dove stava Michelangelo?

Nell’estate del 1530, Michelangelo scomparve per tre mesi.  Stava lavorando alle Cappelle Medicee della Basilica di San Lorenzo a Firenze.  Alcuni hanno pensato che fosse stato con un amico; altri hanno immaginato che si fosse nascosto in un campanile di una chiesa.  Per quasi 500 anni il luogo in cui stette Michelangelo di Lodovico Buonarroti Simoni rimase un segreto.

Cosa stava succedendo a Firenze in quel momento?  Intorno al 1527 i fiorentini si sono stancati dei Medici, una delle famiglie più ricche e potenti d’Europa.  Sperando in un governo più democratico, i ribelli organizzarono una rivolta popolare per cacciare la famiglia regnante da Firenze. Michelangelo si unì ai ribelli che lavoravano per aiutare a fortificare le mura della città contro le forze dei Medici guidate da Papa Clemente VII, che era lui stesso un Medici.

Perché l’avrebbe fatto Michelangelo?  Doveva il suo sostentamento al Papa e alla famiglia Medici, che commissionò la sua arte, incluso il proprio progetto a cui stava lavorando.  Dopo 10 mesi di lotta, il Papa e la sua famiglia vinsero, e i ribelli vennero rapidamente puniti.  Anche Michelangelo sarebbe stato punito se non avesse trovato un nascondiglio.  Nel novembre del 1530, tuttavia, il Papa informò che Michelangelo poteva tornare a lavoro—impunito—per completare la Cappella. Solo allora emerse dal suo nascondiglio.

Saltiamo 445 anni al 1975.  Paolo Dal Poggetto, il direttore del Museo delle Cappelle Medicei in quel momento, stava cercando per un nuovo modo che permettesse ai turisti di uscire dal museo.  Lui e i suoi colleghi scopersero una botola nascosta sotto un armadio vicino alla Sagrestia Nuova, una camera progettata per ospitare le tombe ornate dei sovrani medicei.  Sotto la botola, gradini di pietra conducevano a una stanza, che all’inizio pensarono fosse utilizzata solo per immagazzinare il carbone.  Come si potrebbe sospettare in tutta Firenze e in tutta Italia, Dal Poggetto si chiedeva se ci fosse qualcosa di interessante sotto le pareti di gesso. Gli esperti hanno trascorso settimane rimuovendo meticolosamente l’intonaco con i bisturi.

Ciò che emerse furono dozzine di disegni a carboncino che si credeva fossero opere di Michelangelo quando era rintanato lì. Alcuni schizzi sono simili ai suoi capolavori più famosi, tra cui la statua di David, i dipinti nella Cappella Sistina e una statua che adornano una tomba medicea nella Sagrestia di sopra. Apparentemente riempiva la sua solitudine con riflessioni su vecchi lavori, oltre a disegni di che avrebbe voluto fare una volta sopravvissuto a quei drammatici mesi.

Oltre alle domande logistiche su come sopravvisse in questo spazio di 7 x 2 metri, ci sono alcuni dubbi sulla provenienza di questi disegni.  Come qualsiasi opera d’arte non firmata, è impossibile confermare con certezza l’origine dei disegni.  Alcuni critici d’arte ritengono che alcuni dei graffiti siano troppo amatoriali per essere di Michelangelo.  Altri sono convinti che in questa stanza segreta ci sia la principale scoperta artistica del ventesimo secolo.  Presumibilmente Michelangelo ricordò il suo trascorso lì: “Mi sono nascosto in una piccola cella, sepolto come i defunti Medici di sopra, sebbene mi stessi nascondendo da uno vivo.  Per dimenticare le mie paure, ho riempito le pareti di disegni”.

Dalla scoperta di questi disegni nel 1976, la sala è stata aperta principalmente agli studiosi.  Tuttavia, nel 2013, i computer touch screen hanno reso i tesori visibili a un pubblico più ampio.  Mentre l’accesso alla stanza è difficile e le scale che scendono dalla botola non possono essere allargate, la sala sarà aperta al pubblico nel 2020.

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Where Was Michelangelo?

In the summer of 1530, Michelangelo went missing for three months.  He had been working on the Medici Chapels of the Basilica of San Lorenzo in Florence.  Some people speculated that he was staying with a friend; others thought he hid out in a church bell tower.  For almost 500 years the whereabouts of Michelangelo di Lodovico Buonarroti Simoni remained a secret.

What was going on in Florence at the time?  By 1527 Florentines had grown weary of the Medici, one of the wealthiest and most powerful families in Europe.  Hoping for a more democratic government, rebels organized a popular revolt and drove the ruling family out of Florence.  Michelangelo joined the rebels working to help fortify the city walls against the Medici forces led by Pope Clement VII, who was himself a Medici.

Why would Michelangelo do this?  He owed his very livelihood to the Pope and the Medici family, who commissioned his art including the very project he was working on.  After 10 months of struggle, the Pope and his family won, and the rebels were swiftly punished.  Michelangelo would have been punished too had he not found a hiding place.  By November 1530, the Pope let it be known that Michelangelo could return to work—unpunished—to complete the Chapel. Only then did he emerge from his hiding place.

Fast forward 445 years to 1975.  Paolo Dal Poggetto, the director of the Medici Chapels museum at that time, was searching for a new way for tourists to exit the museum.  He and his colleagues discovered a trapdoor hidden beneath a wardrobe near the New Sacristy, a chamber designed to house the ornate tombs of Medici rulers.  Below the trapdoor, stone steps led to a room that appeared at first to simply store coal. As one might suspect throughout Florence and all of Italy, Dal Poggetto wondered if something interesting might be underneath the plaster walls.  Experts spent weeks meticulously removing the plaster with scalpels.

What emerged were dozens of charcoal drawings believed to be the work of Michelangelo when he was holed up there.  Some sketches are similar to his most famous works, including the statue of David, paintings in the Sistine Chapel, and a statue adorning a Medici tomb in the Sacristy above.  He apparently filled his solitude with reflections on old works, as well as sketches of those he wanted to do once he survived those dramatic months.

Apart from logistical questions of how he survived in this space, there are some doubts about the provenance of these drawings.  As with any unsigned artwork, it is impossible to confirm the origins of the drawings with absolute certainty.  Some art critics believe that some of the doodles are too amateurish to be Michelangelo’s.  Others are convinced that in this 7 by 2  meter secret room is the major artistic find of the 20thcentury.  Supposedly Michelangelo recalled his time there: “I hid in a tiny cell, entombed like the dead Medici above, though hiding from a live one.  To forget my fears, I filled the walls with drawings.”

Since the discovery of these drawings in 1976, the room has been open mostly for scholars.  However, in 2013, touch screen computers have made the treasures visible to a wider audience.  While access to the room is difficult and the stairs down through the trap door cannot be widened, the room will be open to the public in 2020.

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Più silicio, meno cemento

Los Angeles è la città più congestionata nel mondo, seguita da New York e Mosca. Angelenos trascorrono in media 102 ore in ingorghi durante l’ora di punta, costando ciascuno guidatore 2.828 dollari l’anno e costando la città 19,2 miliardi di dollari in costi diretti (per esempi, carburante e tempo sprecato) e costi indiretti (per esempio, spese aziendali dai veicoli che non si muovono in traffico).  Queste tasse sono passate a te ed a me.

Ciò che è frustrante a Los Angeles è l’incapacità dei politici di non fare niente a riguardo. In passato, la risposta è stata aggiungere più corsie alle autostrade, ma questa non è una soluzione permanente ed in realtà aggiunge ulteriore congestione e inquinamento.  A New York, la città del “Yellow Cab”, Uber e Lyft stanno anche contribuendo al crescente ingorgo.

Un gruppo di ricercatori italiani e statunitensi stanno cercando di trovare una soluzione.  Con sede a Roma, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) è l’istituto di ricerca più grande in Italia.  Ha collaborato con ricercatori del Senseable City Lab del MIT e della Cornell University. Hanno scelto di iniziare a studiare a NYC.  La squadra ha tracciato tutte le corse dei taxi di Manhattan per un anno.  Ogni singolo viaggio in taxi è stato ‘taggato’ con le informazioni sull’ora d le coordinate Gps di partenza ed arrivo. Poi hanno sviluppato un algoritmo per calcolare la sequenza di corse che potevano essere servite da un singolo veicolo.

I risultati: Ottimizzando le corse, la Grande Mela potrebbe eliminare quasi la metà della sua attuale flotta di taxi.  Non è necessario che le corse siano condivise tra più utenti.  Questo è il risultato della riorganizzazione, un’operazione che potrebbe essere eseguita con un’app per smartphone.

Secondo Paolo Santi, un ricercatore al Cnr ed al Senseable City Lab del MIT, e il leader della squadra, “Oggi i sistemi di taxi in gran parte sono autogestiti dal tassista stesso, ognuno ha una propria strategia, non c’è un sistema centralizzato. I tassisti tendono a concentrarsi in alcune zone più popolate trascurando le altre.  Così si crea un eccesso di taxi in certe zone e mancanza in altre”.  La chiave per organizzarli sta nella distribuzione delle corse in modo tale che ogni veicolo compia il minor tragitto possibile senza passeggero”. Secondo Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab, “Se prendiamo Manhattan nel suo complesso, potremmo soddisfare teoricamente la sua richiesta di mobilità con 140.000 auto, circa la metà di quelle che circolano ora.  Questo significa che il problema della mobilità del domani può essere affrontato non necessariamente con più infrastrutture, ma con più intelligenza: in altre parole, con più silicio e meno cemento”.

Può lo studio essere replicato in altre metropoli nel mondo, magari anche in Italia, come a Roma o Milano?  Santi continua, “Abbiamo una quantità notevole di dati da tante città del mondo ma non da città italiane.  In Europa c’è molta più frammentazione e le norme molto restrittive sulla privacy rendono difficile poter testare questi modelli.  Per questo abbiamo scelto New York dove l’accesso ai dati avviene tramite una sola autorità”.  Ma gli scienziati sono ottimisti che possano aspettarsi riduzioni simili in termini di efficienza in città europee.

La mobilità urbana sta continuando a cambiare con i servizi on demand, i servizi di condivisione del trasporto, e le auto a guida autonoma.  La gestione informatica dei movimenti si rivelerà fondamentale. Un giorno potrebbe essere un algoritmo a dirigere il traffico: Santi dice, “Noi abbiamo analizzato il sistema dei taxi ma si applica allo stesso modo al Uber e Lyft e ancora di più nel futuro alle auto a guida autonoma.  Grazie a questi studi, potranno dimensionare opportunamente la flotta”.  Ci sarà meno richiesta di automobili, decongestionando il traffico e limitando l’emissione di gas serra e inquinanti.

 

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More Silicon, Less Cement

According to some sources, Los Angeles is the most congested city in the world, followed by New York and Moscow.  Angelenos spend an average of 102 hours in traffic jams during peak hours, costing each driver $2,828 a year and the city $19.2 billion from direct costs (eg, fuel and time wasted) and indirect costs (eg, freight and business fees from company vehicles idling in traffic).  These fees are passed on to you and me.

What’s frustrating in Los Angeles is policymakers’ inability to do anything about the problem.  In the past, the answer has been to add lanes to freeways, but this is not a permanent solution and actually adds to further congestion and pollution.  In New York, the city of the Yellow Cab, Uber and Lyft are also contributing to the increasing gridlock.

A group of researchers from Italy and the United States are trying to find a solution.   Based in Rome, The National Research Council (Il Consiglio Nazionale delle Ricerche or Cnr) is the largest research institute in Italy; it conducts studies on demographic and migration issues, among other things.  It teamed up with researchers from MIT’s Senseable City Lab and Cornell University.  They selected NYC as the first to study.  The team tracked all Manhattan taxi rides for a year.  Every single taxi trip was “tagged” with the times and the GPS coordinates of departure and arrival.  They then developed an algorithm to calculate the sequence of routes that could be served by a single vehicle.

The results:  By optimizing routes, NYC could eliminate almost half its current fleet of taxis.  The routes would not have to be shared and the result would be almost optimal service levels.  This is the result of organization, of an operation that could be performed with a smartphone app.

According to Paolo Santi, a researcher at Cnr and MIT and the team’s leader, “Taxi systems today are self-managed by the taxi driver himself, everyone has his own strategy, and there is no centralized system.  Taxi drivers tend to concentrate in some more populated areas, neglecting others, creating an excess in certain areas and a lack in others.”  The key to organizing them lies in the distribution of routes in such a way that each vehicle makes the shortest possible route without a passenger.  According to Carlo Ratti, director of MIT’s Senseable City Lab, “If we take Manhattan as a whole, we could theoretically satisfy demand for mobility with 140,000 cars, about half of those circulating now.  This means that the problem of tomorrow’s mobility cannot be tackled with more infrastructures, but with more intelligence:  in other words, with more silicon and less cement.”

Can the study be replicated in other cities in the world, like Rome and Milan?  Santi continues, “We have a considerable amount of data from many cities in the world but not from Italian cities.  In Europe there is much more fragmentation and very restrictive privacy rules that make it difficult to test these models.  We chose New York where data is accessed through only one authority.”  But scientists are optimistic that they can expect to see similar reductions in terms of efficiency in European cities.

The landscape of city mobility is continuing to change with on-demand and transport-sharing services and with self-driving cars beginning to take hold.  Computerized management of movement will prove to be fundamental. One day there could be an algorithm to direct traffic.  Santi points out, “we analyzed the taxi system, but our approach applies equally to Uber and Lyft and in the future to self-driving cars.  Thanks to these studies we will be able to properly size the fleets.”  And there will be less demand for cars, decongesting the traffic and limiting the emissions of greenhouse gases and pollutants.

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Giorgio Perlasca: Un eroe italiano per Ungaro

Giorgio Perlasca è uno dei grandi eroi non celebrati dell’Europa.  Ha salvato migliaia di ebrei dalle camere a gas naziste grazie al suo coraggio, astuzia, fascino, e perseveranza.  E ha rischiato la propria vita ad ogni svolta in questa storia.

La giovane vita di Perlasca non ha mai data sintomi del suo ruolo futuro.  In realtà, suggerisce che avrebbe potuto prendere la strada opposta. Nacque a Como nel 1910, da adolescente a Padova si innamorò di Gabriele D’Annunzio, le cui idee e credenze influenzarono il fascismo e Benito Mussolini.  Si offrì volontario per combattere in una delle guerre di conquista di Mussolini nel 1935 e, poi come volontario fascista, per combattere a nome di Franco nella guerra civile spagnola.

Ma quando tornò in Italia, Perlasca si ritrovò disilluso con Mussolini.  Detestava l’alleanza dell’Italia con la Germania ed aborriva le leggi razziali italiane contro gli ebrei.  All’inizio della seconda guerra mondiale, riuscì a evitare il servizio militare, lavorando come agente di bestiame procurandosi rifornimenti per l’esercito italiano.  Viaggiò molto in Europa dell’est, prima a Zagabria e a Belgrado, dove vedeva massacri di ebrei, serbi, e altre minoranze.

Poi nel 1942 fu inviato a Budapest.  Un uomo alto e bello, usava il suo fascino e le capacità di negoziazione per fare buoni affari per gli italiani.  E gli piaceva l’ambiente del teatro e del ristorante della città, spesso in compagnia dei suoi amici ebrei.  Ma le cose cambiarono nel 1943 con la caduta di Mussolini.  Perlasca fu imprigionato come un nemico alieno vicino al confine austriaco.  Tre mesi dopo fuggì, tornò a Budapest, e immediatamente andò all’ambasciata spagnola per la protezione.  Come ex-soldato pro-Franco, gli fu dato la cittadinanza spagnola, un passaporto, e un nuovo nome—Jorge.  Fuori dall’ambasciata, notava migliaia di persone che si aggiravano intorno.  Gli fu detto che erano ebrei che invocavano “lettere di protezione” che la Spagna e altri governi neutrali emettevano per proteggere gli ebrei dalla deportazione alle camere a gas.  L’ambasciata spagnola non poteva tenersi al passo con le richieste, quindi Perlasca si offrì volontaria per aiutare.  Stabilì contatti chiave con i funzionari nazisti—corrompendoli, ricattandoli e incantandoli per l’aiuto, o almeno non interferendo con le sue attività.

Nel 1944, con i russi in avvicinamento a Budapest, il consolato spagnolo fuggì in Svizzera lasciandosi dietro uffici vuoti, ma anche il sigillo dell’ambasciata.  Perlasca convinse sfacciatamente le autorità ungheresi che lui era il nuovo ambasciatore spagnolo.  Poi si mise al lavoro non solo stampando lettere di protezione con il sigillo dell’ambasciata, ma ospitò anche gli ebrei in otto palazzi in affitto dove batté bandiera spagnola.  Il bluff funzionò.  Ma doveva pattugliare le case giorno e notte per assicurarsi che le bande di nazisti ungheresi non si intromettessero e uccidessero le persone protette.

Le esecuzioni quotidiane sulle rive del Danubio significarono che solo un quarto degli 800.000 ebrei ungheresi sopravvisse alla guerra.  Alla fine del 1944, il Ministro degli Interno decise di trasferire tutti gli ebrei dagli appartamenti consolari al ghetto e poi di dargli fuoco.  Perlasca si precipitò all’ufficio del Ministro per pregarlo di fermarsi.  Quando gli argomenti umanitari caddero nel vuoto, passò alle minacce.  Avvertì che se al governo spagnolo non fossero assicurato che gli ebrei sotto la sua protezione non sarebbero stati danneggiati, tutti gli ungheresi in Spagna sarebbero stati incarcerati e le loro proprietà confiscate.  Aggiunse anche che i governi brasiliani e uruguaiani farebbero lo stesso.  I piani del ministro furono abbandonati.

Perlasca rischiò la sua vita molte volte.  Una volta, mentre stava rimuovendo due adolescenti da un treno diretto ad Auschwitz, un ufficiale delle SS gli puntò addosso una pistola.  Raoul Wallenberg, l’eroico diplomatico svedese che stava lì vicino, gridò che non poteva trattare un diplomatico spagnolo così.  Poi un ufficiale SS di livello più elevato arrivò e chiese cosa stava succedendo.  Disse al giovane ufficiale di non fare nulla di più perché “prima o poi avremo comunque i bambini”.  Questo ufficiale era il famigerato Adolph Eichmann.

Quando le truppe sovietiche entrarono a Budapest nel 1945, gli ebrei riuscirono finalmente a lasciare gli appartamenti.  I russi costrinsero Perlasca a lavorare come spazzino.  Poco dopo, fu in grado di andare a Istanbul e poi di nuovo in Italia. Nonostante le sue capacità negoziali, poche persone a casa credevano la sua storia, inclusa sua moglie.  Quindi smise semplicemente di palarne e svanì nell’oscurità…cioè finché un gruppo di donne ebree ungheresi non ricordò l’incubo della guerra durante una riunione di famiglia a Berlino nel 1986.  “Ricordate quel console spagnolo”?

Vad Vashem Museo a Gerusalemme

a Budapest

Alla fine lo trovarono a Padova e iniziarono i riconoscimenti.  Perlasca, ex-fascista, aveva salvato la vita di almeno 5.500 ebrei, più di quattro volte il numero che il celebrato Oskar Schindler aveva salvato. Perlasca è stato premiato con medaglie e decorazioni da governi italiani, spagnoli, ungheresi, americani e israeliani per il suo coraggio e le sue azioni.  Un suo busto si erge orgoglioso a Budapest.  Ma Perlasca ha sottovalutato il suo eroismo fino alla fine (è morto nel 1992) sostenendo di non aver fatto altro che raccontare molte bugie.

 

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