Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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Le strane ironie che circondano le fettuccine Alfredo

 Primo di tutto, le fettuccine Alfredo non sono un piatto italiano, anche se sono state “inventate” a Roma.  Sono piene di burro, panna e parmigiano, e gli italiani non usano quasi mai la panna sulla pasta.  A Roma, la città della pasta alla carbonara, questa ricetta non ha una goccia di panna.  (Vedete “Il cibo ‘italiano’ che non è italiano”, un post dal 13 ottobre 2016.)

La storia racconta che le origini del piatto risalgono al 1908.  Ines, la moglie di Alfredo Di Lelio, proprietario e cuoco di un piccolo ristorante nella piazza Rosa di Roma, aveva appena partorito il piccolo Alfredo, ma lei era debole e non aveva appetito.  Il marito preparò una pasta fresca e la condì con abbondante burro e parmigiano.  Le piaceva, ne mangiava ogni giorno e tornava in buona salute.  Lei poi gli chiese di inserire il piatto nel menù del ristorante, che si trasferì in quartieri più grandi in via della Scrofa a Roma nel 1914.

Poi nel 1920, come racconta una storia, le star del cinema americano Douglas Fairbanks e Mary Pickford vennero a Roma in luna di miele.  Si innamorarono di questo piatto così ricco.  Quando tornarono a casa e lo descrissero ai loro amici, tutta Hollywood non vedeva l’ora di assaggiarlo.  Fairbanks e Pickford spedirono ad Alfredo e Ines una foto di se stessi al ristorante e due posate di servizio placcate d’oro con l’incisione “Ad Alfredo, re dei noodles” ed i loro nomi.  Il ristorante di via della Scrofa divenne la meta dell’élite di Hollywood e dei Vip internazionale, mentre sempre più foto si accumulavano sui muri.

Poi nel 1948, Di Lelio vendette il suo ristorante—e tutto quanto conteneva—alla famiglia Mozzetti, che mantenne il nome e il menù e tutte le foto sul muro.  La famiglia lo gestisce ancora.  Ma nel 1950 Alfredo e suo figlio aprirono un altro ristorante, Il Vero Alfredo, che oggi è gestito dai nipoti.  Ora entrambi i ristoranti affermano di essere i creatori del piatto, ed entrambi hanno un set di posate placcate in oro da Fairbanks e Pickford!  Ma non era il piatto stato inventato nel piccolo ristorante di piazza Rosa?

La rivalità amichevole è continuata nel corso degli anni, anche durante il Festival delle Fettuccine Alfredo, che è stato celebrato ogni febbraio.  L’ironia è che troverai la salsa Alfredo solo in questi due ristoranti in competizione tra loro, dove le fettuccine si mescolano al tavolo con la famosa forchetta e cucchiaio d’oro.  I cantanti suonano serenate ai clienti.  Sembra una trappola perfetta per turisti.

Altrove a Roma e in Italia dovresti chiedere le fettuccine al burro, le fettuccine burro e parmigiano, o la pasta in bianco.  Nessuno saprà di cosa stai parlando se chiedi le fettuccine Alfredo.

 

 

 

 

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The Strange Ironies Surrounding Fettuccine Alfredo

First of all, Fettuccine Alfredo is not an Italian dish even though it was “invented” in Rome.  It is full of butter, cream, and parmesan, and Italians almost never put cream on pasta.   In Rome, the city of pasta alla carbonara, this recipe does not have a drop of cream.  (See “Italian Food that isn’t Italian,” a post from October 3, 2016.)

The story goes that the origins of the dish date back to 1908.  Ines, the wife of Alfredo Di Lelio, owner and cook of a small restaurant in Rome’s piazza Rosa, had just given birth to little Alfredo, but she was weak and had no appetite.  The husband prepared a fresh pasta and seasoned it with plenty of butter and parmesan.  She liked it, ate it every day and returned to good health.  She then asked him to put in on the restaurant’s menu.  The restaurant moved to larger quarters in via della Scrofa in Rome in 1914.

Then in 1920, as one story goes, American film stars Douglas Fairbanks and Mary Pickford, came to Rome on their honeymoon.  They fell in love with this glutinous dish.  When they returned home and described it to their friends, all of Hollywood couldn’t wait to taste it.  Fairbanks and Pickford sent to Alfredo and Ines a photo of themselves at the restaurant and two gold-plated service cutlery with the engraving, “To Alfredo, king of noodles.”  The restaurant in via della Scrofa became a destination for the Hollywood elite and international VIPs, as more and more photos accumulated on the walls.

Then in 1948, Di Lelio sold his restaurant—and everything in it—to the Mozzetti family, who kept the name and the menu and all the photos on the wall.  The family still manages it.  But in 1950 Alfredo and his son opened another restaurant, Il Vero Alfredo, which today is managed by the grandchildren.  Now both restaurants claim to be the originator of the dish, and both have a set of the gold-plated cutlery from Fairbanks and Pickford!  But wasn’t the dish invented in the small restaurant in piazza Rosa?

The friendly rivalry has continued over the years, even during the Festival of Fettucine Alfredo celebrated every February.  The irony is that you will only find alfredo sauce at these two competing restaurants, where the fettuccine is mixed tableside with the famous gold fork and spoon.  Singers serenade the diners.  It sounds like a perfect tourist trap.

Elsewhere in Rome and in Italy you should ask for fettuccine al burro, fettuccine burro e parmigiana, or pasta in bianco.  No one will know what you’re talking about if you ask for fettuccine Alfredo.

 

 

 

 

 

 

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Michelangelo, il Papa, e la Cappella Sistina

Michelangelo di Lodovico Buonarroti Simoni e Papa Giulio II hanno avuto, a volte, una relazione difficile.  Si piacevano e si rispettavano a vicenda, ma ognuno aveva una personalità difficile di per sé.  Michelangelo era permaloso, irritabile e pronto all’ira; il Papa era esigente, invadente e altrettanto pronto all’ira.

Il Papa sentì parlare del genio di Michelangelo e lo reclutò per diversi progetti, tra cui la creazione delle sculture per la tomba del Papa. Anche se inizialmente svilupparono una buona relazione, non durò a lungo.  Allo scultore non piaceva essere osservato al lavoro e teneva chiuso il suo studio, non gli piacevano le domande del Papa sui suoi progresso, e si irritava molto per l’interferenza autoritaria del suo patrono.

Quando il Papa spinse Michelangelo a intraprendere progetti per i quali lo scultore non si sentiva qualificato—una monumentale statua bronzea di Giulio…e il dipinto del soffitto della Cappella Sistina—Michelangelo insisté sul fatto che non era “il suo tipo di arte”.  Più Michelangelo rifiutava, più il Papa insisteva al punto che Michelangelo stava per infuriarsi. Ma vedendo la persistenza del Papa, Michelangelo alla fine cedette e iniziò a lavorare sul soffitto nel 1508.

Si pentì immediatamente di aver ceduto.  C’erano problemi con l’impalcatura che un architetto aveva costruito per lui. C’erano problemi con i suoi assistenti da Firenze che considerava così incompetenti da cancellare tutto ciò che facevano e dipinse sé stesso tutti i 1,110 metri quadrati.  Chiuse a chiave la porta della cappella provocando un’altra lite con il Papa.  Il lavoro fu estenuante sia fisicamente che emotivamente.  Dipinse mentre stava in piedi e guardando verso l’alto per lunghi periodi di tempo così il suo collo divenne rigido e gonfio.

E poi c’era il Papa…di nuovo.  Insistette per essere lasciato entrare nella cappella per vedere cosa stava pagando. Il Papa continuava a chiedere con impazienza quando il progetto sarebbe finito persino salendo sull’impalcatura con il suo bastone.  “Quanto tempo ancora?” chiese.  Quando sono soddisfatto come artista” fu la risposta di Michelangelo. L’arrabbiato Julius replicò: “E vogliamo che tu ci soddisfi e finisca presto”.  Durante uno dei loro scoppi, il Papa colpì anche Michelangelo con il suo bastone, ma dopo di che si scusò.

Dopo quasi quattro anni di lavoro, l’impalcatura fu rimossa.  L’artista non era ancora soddisfatto e voleva fare molto di più.  Ma il Papa non poteva più aspettare.  Si precipitò nella cappella per vedere il risultato sorprendente di oltre 300 figure, molte delle quali dipinte tre or quattro volte a grandezza naturale.  Il 31 ottobre 1512, il Papa celebrò la messa nella cappella.  Successivamente, tutta Roma venne a vedere cosa aveva fatto Michelangelo.  Rimasero ammutoliti dallo stupore.

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Michelangelo, the Pope, and the Sistine Chapel

Michelangelo di Lodovico Buonarroti Simoni and Pope Julius II had, at times, a testy relationship. They respected and liked each other, but each was a difficult personality in his own right.  Michelangelo was touchy, irritable, and quick to anger; the Pope was demanding, intrusive, and also quick to anger.

The Pope had heard of Michelangelo’s genius and recruited him for several projects, including the sculptures for the Pope’s tomb.  Although they initially developed a nice relationship, it didn’t last long.  The sculptor did not like being watched at work and kept his studio locked; he didn’t like the Pope’s questions about his rate of progress.  Michelangelo became very irritated about his patron’s bossy interference.

When the Pope pressed Michelangelo to undertake projects for which he did not feel qualified—a monumental bronze statue of Julius fourteen feet high for the façade of a church in Bologna…and the painting of the ceiling of the Sistine Chapel—Michelangelo insisted it wasn’t “his kind of art.” The more he refused the Pope, the more the Pope insisted, and Michelangelo was ready to fly into a rage.  But seeing how persistent the Pope was, Michelangelo eventually relented and began work on the ceiling in 1508.

He immediately regretted that he had given in.  There was trouble with the scaffolding that an architect had constructed for him. There was trouble with his assistants from Florence whom he considered so incompetent that he removed everything that they did and painted all twelve thousand square feet of it himself.  He locked the chapel door provoking another quarrel with the Pope.  And then the labor was both physically and emotionally exhausting.  He painted standing up and looking upwards for such long periods that his neck became stiff and swollen.

And then there was the Pope…again.  He insisted on being let into the chapel to see what he was paying for.  The Pope kept asking impatiently when it would be finished, even climbing up onto the scaffold with his stick.  “How much longer?” he asked.  “When it satisfies me as an artist” was Michelangelo’s reply. The angry Julius retorted, “And we want you to satisfy us, and finish it soon.”  During one of their outbursts, the Pope even hit Michelangelo with his stick, after which he did apologize.

After nearly four years’ work, the scaffolding was removed.  The artist was still not satisfied and wanted to do much more. But the Pope would wait no longer. He rushed into the chapel to look at the astonishing achievement of more than 300 figures, many of them painted three or four times life-size.  On 31 October 1512, the Pope celebrated Mass inside the chapel.  Afterwards, all of Rome came to see what Michelangelo had done. They were speechless with astonishment.

 Summarized from excerpts from “Rome: The Biography of a City” by Christopher Hibbert.

 

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Dalla tavolozza…alla tavola

Il riso è un ingrediente presente nelle cucine nel tutto il mondo, ma il risotto è una preparazione tutta italiana, diffusa e resa famosa nel mondo dagli italiani. Mentre gli italiani sono molto orgogliosi della loro intera cucina, uno dei piatti più celebri è il Risotto alla Milanese—non solo per il sapore squisito, ma anche per le leggende che circondano il piatto e per lo zafferano per cui l’Italia è conosciuta.

Secondo una prima leggenda, le radici del piatto risalgono alle tradizioni della cucina kosher medievale.  Infatti, è possibile trovare nelle biblioteche la ricetta del riso allo zafferano, antenato del famoso risotto meneghino.  Probabilmente esportata dalla Sicilia, raggiunse il nord Italia grazie all’aiuto di alcuni mercanti ebrei.

La Sicilia sembra essere la patria del Risotto allo Zafferano anche in un’altra leggenda.  Una cuoca siciliana, che si trasferì a Milano, decise di preparare i famosi arancini. Tuttavia, non trovando tutti gli ingredienti necessari per il ripieno, ripiegò su una versione leggermente diversa. Nasceva così il primo risotto color giallo zafferano.

Ma la storia più conosciuta sull’origine del Risotto alla Milanese è attestata da un documento ritrovato nella biblioteca Trivulziana a Milano.  Secondo il manoscritto il piatto nacque nel 1574 durante le nozze della figlia di Mastro Valerio di Fiandra, pittore fiammingo che all’epoca lavorava alle vetrate del Duomo di Milano.  Le fonti dicono che Mastro Valerio aveva un assistente chiamato “Zafferano”, che aveva la mania di mescolare un po’ di questa spezia ai suoi colori, così da renderli più vivaci.  Durante il matrimonio della figlia di Valerio, la mania di Zafferano passò dalla tavolozza alla tavola.  L’assistente, forse per gioco, negoziò con il cuoco per aggiungere un po’ di zafferano nel risotto, che, all’epoca, veniva servito con solo burro. La reazione degli ospiti fu sorprendente.  Oltre ad aver aggiunto un sapore squisito al piatto, lo zafferano lo rese dello stesso colore dell’oro, simbolo di ricchezza e prosperità.  Da quel giorno, il Risotto color giallo preparato a Milano divenne uno dei piatti più alla moda del periodo, percorrendo osterie e taverne per tutta Milano e poi per tutta l’Italia in lungo e in largo.

Lo zafferano è una pianta antica originaria del Medio Oriente, anche se citata nei documenti medievali italiani.  A quei tempi era così prezioso che veniva usato come merce di scambio, come bestiame e terra.  Oggi lo zafferano è così caro (circa 3.000 euro al chilo) che nei negozi alimentari viene spesso tenuto sotto chiave.  Lo zafferano può essere raccolto solo a mano e i pistilli giusti devono essere scelti da uomo.  Si possono usare solo quelli dorati-cremisi, e 200 di questi sono necessari per produrre un singolo grammo.

L’Italia oggi è la patria del miglior zafferano al mondo.  Viene coltivato nelle valli tra l’Abruzzo e la Toscana. In tutta Italia ci sono molti prodotti e ricette che contengono lo zafferano, tra cui il miele di zafferano della Toscana, il pecorino siciliano chiamato Piacentinu Ennese DOP, e, ovviamente, il leggendario Risotto alla Milanese.

 

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From the Palette … to the Table

Rice is an ingredient seen in cuisines throughout the world, but risotto is a preparation specifically Italian, although it too has spread throughout the world.  While Italians are quite proud of their extensive cuisine, one of their most famous dishes is Risotto alla Milanese — not only for its exquisite flavor, but also because of the legends that surround the dish and also because of the saffron that Italy is known for.

According to an early legend, the roots of Risotto alla Milanese date back to the traditions of Medieval Kosher cuisine.  In fact, it is possible to find in libraries the recipe for riso allo zafferano (saffron rice), the forefather of the Milanese risotto. It was probably exported from Sicily and reached northern Italy thanks to the help of Jewish merchants.

Sicily also is the homeland of Risotto allo Zafferano in another legend.  A Sicilian chef who moved to Milan decided to prepare the famous Sicilian Arancini (stuffed rice balls, which are breaded and fried). However, not finding all the ingredients necessary for the stuffing, she made do with a slightly different version. And thus was born the first saffron yellow risotto.

But the most well-known legend on the origins of Risotto alla Milanese is found in a document at the Trivulziana Library in Milan.  According to the manuscript, the Milanese dish was “born” in 1574 during the wedding festivities of the daughter of Mastro Valerio of Flanders, a Flemish painter who at the time was working on the glass windows of the Duomo of Milan.  According to sources, Mastro Valerio had an assistant called “Zafferano,” who was in the habit of mixing a little saffron spice into his colors in order to make them livelier.  During the wedding of Valerio’s daughter, the mania of Zafferano passed from the painter’s palette to the table.  Perhaps just for fun, the assistant negotiated with the cook to add a little saffron to the risotto, which, at that time, was served only with butter.  The reaction of the guests was surprising.  Besides adding an exquisite flavor to the dish, the saffron made the dish the color of gold, a symbol of wealth and prosperity.  From that day on, the yellow-colored risotto became one of the most fashionable dishes of the period, traveling from osterie to taverne throughout Milan and then throughout Italy far and wide.

Saffron is an ancient plant that originally came from the Middle East although it is also mentioned in Medieval Italian documents.  In those times it was so precious that it was used as a bargaining chip, like cattle and land.  Saffron is so expensive today, about 3.000 euros a kilo ($1,680 per pound– or about $130 per ounce), that it is often kept under lock and key at grocery stores.  It can only be picked by hand, and the right pistils have to be chosen by humans. Only the golden crimson ones can be used, and 200 of them are needed to produce a single gram.

Italy today is home to the best saffron in the world, produced in the valleys between Abruzzo and Tuscany.  Throughout Italy there are many products and recipes that contain saffron, including Tuscany’s saffron honey, Sicily’s pecorino called Piacentinu Ennese DOP, and, of course, the legendary Risotto alla Milanese.

 

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Immigrazione?

Ho letto per la prima volta il seguente testo durante una lezione di italiano.  L’insegnante ha coperto gli ultimi due paragrafi e la citazione alla fine e poi ha chiesto agli studenti di indovinare di chi stava parlando l’autore.  Pensavo che il brano fosse una metafora e che trattasse di animali selvatici o non domestici.  Ecco il testo:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.  Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.  Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.  Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.  Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.  Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese.  Donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.  Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.  Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

Riuscite a indovinare di chi sta parlando l’autore? Il rapporto continua…

“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.  Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.  Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.  Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

–Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912–

Dagli anni 1880 fino circa al 1920, oltre 4 milioni di italiani emigrarono in America.  Ci sono molte ragioni, molte delle quali sono legate alle circostanze in Italia dopo l’unificazione nel 1861.  (Tratterò questo in un futuro post.)  Tuttavia, il pregiudizio era dilagante negli Stati Uniti; vedete, ad esempio, il mio post su Sacco e Vanzetti, il 19 ottobre 2017.

 Ho fatto una piccola ricerca su questo passaggio. Apparentemente, ci sono oltre 3.500 pagine web in Italia che citano questo testo.  Tuttavia, la fonte originale (in inglese, ovviamente) non è stata individuata.  Un individuo curioso ha persino scritto ai bibliotecari della Library of Congress che non erano in grado di trovare il documento originale.  Anche se non voglio perpetuare una storia inventata, a patto che lo sia, chiedo ai lettori di considerare questo passaggio come un altro esempio di pregiudizio, xenofobia e razzismo—che certamente non mancano in tutto il mondo allora ed ora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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