Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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Le due donne che hanno sfidato il crimine organizzato

(È stato estratto e tradotto da un lungo articolo dal New Yorker intitolato “Sangue e giustizia”)

Una volta considerato poco più di un gruppo di banditi dalla campagna in Calabria, in Italia, la ‘Ndrangheta (pronunciato “n-drahng-ghe-ta”) divenne uno dei più potenti sindacati del crimine nel mondo dopo il 1990.  Alla fine del 2010, gestiva il 70% del commercio di cocaina in Europa; ha estorto miliardi di euro alle imprese e ha truffato l’Italia e l’UE per un totale di miliardi attraverso contratti per strade, porti, energia eolica e solare, e persino lo smaltimento di scorie nucleari, che ha scaricato in mare al largo della Somalia.  I capi gestivano un impero che operava in 50 paesi.

Come altre organizzazioni mafiose, la “Ndrangheta (dal greco che significa “uomini d’onore”) ruotava attorno alla struttura familiare.  Ogni famiglia era un feudo in miniatura, in cui le donne erano poco più che schiave.  I padri facevano sposare (matrimonio organizzato) le loro figlie da adolescenti per suggellare alleanze di clan.  Le donne venivano picchiate quando dicevano la loro, e le mogli infedeli venivano uccise, di solito dai loro parenti maschi più stretti.

I pubblici ministeri italiani hanno convenuto che le donne della ‘Ndrangheta conducevano una vita drammatica.  Ma non consideravano le donne di grande utilità nella loro lotta … fino a quando la procura della mafia Alessandra Cerreti arrivò in Calabria.  Credeva che i funzionari giudiziari, che erano per lo più uomini, sottovalutassero l’importanza delle donne ‘ndrangheta perché “gli uomini italiani sottovalutano tutte le donne”.  La squadra che si è unita in Calabria è stata un’eccezione; credeva che, in un’organizzazione criminale che è incentrata sulla famiglia, le donne dovessero avere un ruolo sostanziale.  Il loro compito più importante era quello di crescere la generazione successiva con una stretta convinzione nell’omertà e l’odio verso gli estranei.  Ma molte donne sono anche state coinvolte nel business.  A volte, facevano da messaggeri tra fuggitivi o compagni imprigionati, passando  piccole note piegate—pizzini—scritte in codice.  Alcune donne fungevano da tesorieri e contabili.  Alcune hanno preso parte alla violenza.

Cerreto riteneva che gli informatori femminili fossero una fonte inestimabile di informazioni, ma che avrebbero richiesto un enorme coraggio per la cooperazione.  Quando l’Italia ha dichiarato guerra alla ‘Ndrangheta nel 2010, ha ottenuto la sua prima opportunità.  A seguito di incursioni in diverse città, sono state arrestate 30 persone, tra cui 7 donne.  Giuseppina Pesce, il cui marito era già in prigione, sapeva che avrebbe dovuto affrontare più di un decennio in prigione.  Ma quello che la preoccupava davvero era che lei avesse una relazione, e il giornale ha riportato che era stata detenuta con un uomo.  Probabilmente sarebbe stata uccisa e i suoi tre figli sarebbero stati cresciuti dalla ‘Ndrangheta.  Finalmente si decise a parlare con la procuratrice Cerreti, e alla fine strinse un accordo.  “Tutto ciò che testimonio ora, lo faccio per dare ai miei figli un futuro diverso”.

Le prove di Pesce sono arrivate a più di 1.500 pagine.  Comprendevano diagrammi della gerarchia della ‘ndrangheta, descrizioni di rituali, prove di omicidi, la posizione di bunker (dove vivevano i criminali), resoconti dettagliati di contrabbando di cocaina, racket di estorsione, riciclaggio di denaro, frodi con carte di credito, e corruzione pubblica.  Le prove hanno sostenuto casi esistenti e ne hanno aperti molti di nuovi.  Il tradimento di Pesce ha scosso la ‘Ndrangheta e ha mobilitato la sua famiglia che ha pensato che se aveva collaborato per il bene dei bambini, si sarebbe anche fermata per loro.  Poi una lunga serie di minacce ha iniziato ad usare i figli di Pesce come pedine.  Pesce ha ritirato la sua testimonianza.

Dopo l’omicidio di una sua amica che era diventata un informatore, Giuseppina Pesce ha riacquistato la sua risolutezza.  Il processo a 64 membri della ‘ndrina di Pesce è iniziato nel 2012 ed è durato 5 anni.  Alla fine, le sue prove ha portato al crollo di una delle famiglie criminali più potenti d’Europa.

Per Cerreti e Pesce, è stato un coraggioso viaggio in una vita caratterizzata dall’isolamento, senza amicizia, e pieno di paura.  La procuratrice ha una porta dell’ufficio in acciaio, guida in un’auto blindata e ha 4 guardie del corpo ma pochissimi amici.  L’identità di suo marito è un segreto e non ha bambini per il terrore che potessero perdere la vita.  Pesce e i suoi figli saranno tenuti sotto il programma di protezione dei testimoni per il resto della loro vita.  Conducono un’esistenza noiosa.  Un giorno in cui il fratello di Giuseppina uscirà di prigione, cercherà di trovarla per ucciderla.  “Tutte queste esperienze mi hanno rafforzato come donna.  Conoscevo i rischi, ma alla fine l’ho fatto”.

 

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The Two Women who Defied Organized Crime

(Abstracted from a lengthy article in the New Yorker entitled “The Women Who Took on the Mafia”)

Once considered little more than a group of country bandits in the Calabrian region of Italy, after the 1990s the ‘Ndrangheta (pronounced “n-drahng-ghe-ta”) became one of the most powerful crime syndicates in the world.  By 2010, it ran 70% of the cocaine trade in Europe; it extorted billions of euros from businesses and swindled both Italy and the EU of billions more through contracts for roads, ports, wind and solar power, and even the disposal of nuclear waste, which it dumped at sea off Somalia.  The bosses ran an empire that operated in 50 countries.

Like other mafia organizations, the ‘Ndrangheta revolved around family structure.  Each family was a miniature fiefdom, in which women were little more than slaves.  Fathers married their daughters off as teenagers to seal clan alliances.  Women were beaten for speaking their minds, and unfaithful wives were killed, usually by their closest male relatives.

Italian prosecutors agreed that ‘Ndrangheta women led tragic lives.  But they didn’t consider women of much use in their fight…until the Mafia prosecutor Alessandra Cerreti arrived in Calabria.  She believed that judicial officials, who were mostly men, missed the importance of ‘Ndrangheta women because “Italian men underestimate all women.”  The team she joined in Calabria was an exception; it believed that, in a criminal organization structured around family, women had to have a substantial role.  Their most important duty was to raise the next generation with a strict belief in omertà and a hatred of outsiders.  But many also became involved in the business.  At times, they acted as messengers between fugitives or imprisoned comrades, passing along tiny, folded notes—pizzini—written in code.  Some women acted as paymasters and bookkeepers.  A few took part in the violence.

Cerreti believed that female informants were an invaluable source of information but that it would take enormous bravery for them to cooperate.  When Italy declared war on the ‘Ndrangheta in 2010, she got her first break.  Following raids in several towns, 30 people were arrested, including 7 women.  Giuseppina Pesce, whose husband was already in jail, knew that she faced more than a decade behind bars herself.  But what really bothered her was that she was having an affair, and the newspapers reported that she had been detained with a man.  She would probably be killed and her three children would be raised by the ‘Ndrangheta.  She finally asked to speak with prosecutor Cerreti and they eventually made a deal.  “Everything I testify to now, I do to give my children a different future.”

Pesce’s evidence ran to more than 1500 pages.  It included diagrams of the ‘Ndrangheta hierarchy, descriptions of rituals, evidence of murders, locations of bunkers (where the criminals lived), detailed accounts of cocaine smuggling, extortion rackets, money laundering, credit-card fraud, and public corruption.  It supported existing cases and opened up many new ones.  Pesce’s betrayal shook the ‘Ndrangheta.  And it mobilized her family who thought that if she were collaborating for the sake of her children, she would stop for them too.  Then a long series of threats began using Pesce’s children as pawns.  Pesce recanted her testimony.

Following the murder of a girlfriend who had become an informant, Giuseppina Pesce regained her resolve.  The trial of 64 members of the Pesce ‘ndrina (clan) began in 2012 and took 5 years to complete.  In the end, her evidence brought down one of Europe’s most powerful crime families.

For both Ceretti and Pesce, it was a brave journey in a life characterized by isolation, friendlessness, and fear.  The prosecutor has a steel office door, drives in an armor-plated car, and has 4 bodyguards but very few friends.  Her husband’s identity is a secret and she has no children for fear of their lives.  Pesce and her children will be kept under the witness protection program for the rest of their lives.  They lead a tedious existence.  They move at least once a year and cannot communicate with anybody in their prior life.  One day Giuseppina’s brother will get out of jail and will try to find her and kill her.  “All of these experiences strengthened me as a woman.  I knew the risks, but in the end I did it.”

 

 

 

 

 

 

 

 

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I cani da soccorso

I cani sono una risorsa inestimabile negli sforzi di soccorso – che si tratti di una valanga a Rigopiano, un terremoto ad Amatrice, un uragano a Houston, o le frane a Montecito.  Sia l’Italia che gli Stati Uniti hanno ricevuto recentemente la loro dose di disastri, e le foto di gruppi di ricerca e soccorso mostrano spesso cani al fianco dei primi soccorritori alla ricerca di sopravvissuti e dopo, purtroppo, di cadaveri.

La Scuola Nazionale di Volpiano vicino a Torino addestra le unità cinofile per l’Italia.  Ha ripreso 20 anni fa una disciplina che era stata avviata nel ’41, per cercare vittime dopo i bombardamenti del conflitto bellico.  Sono 103 le unità operative nel Paese, ma devono diventare 186 in base al piano di riordino del Corpo Nazionale.  Gli Stati Uniti hanno molte strutture di addestramento, ma mi concentrerò su quella di Santa Paula, in California, che è chiamata la National Disaster Search Dog Foundation (Sdf).  Ci sono somiglianze e differenze tra la struttura italiana e quella americana.

Per iniziare, entrambi concordano sul fatto che qualsiasi cane possa diventare un cane da salvataggio.  Mentre pastori tedeschi, labrador, golden retriever, e border collie sono abbastanza comuni, tutti i cani, compresi i meticci, sono eleggibili perché tutti i cani hanno la stessa capacità olfattiva.  I cani vengono addestrati a trovare droghe e bombe negli aeroporti, e persino, un beagle ha rilevato un pezzo di pizza che avevamo dimenticato nel nostro bagaglio a mano durante un viaggio di ritorno dall’Italia.  (Siamo stati indagati dal Dipartimento di agricoltura all’aeroporto per vedere se stavamo trasportando anche un pezzo di prosciutto).

I cani hanno 300 milioni di recettori olfattivi in opposizione al 6 milioni negli esseri umani.  La parte del cervello dedicata all’analisi degli odori è 40 volte più grande della nostra.  Quindi, l’olfatto di un cane è tra 10.000 e 100.000 volte più acuto.  Diciamo che è solo 10.000 volte meglio.  Se si fa il paragone con la vista, allora quello che gli umani potrebbero vedere a un terzo di miglio, un cane potrebbe vedere più di 3.000 di distanza—l’equivalente della distanza da una costa all’altra degli Stati Uniti.

Entrambe le strutture di formazione concordano sul fatto che i cani devono possedere importanti caratteristiche fisiche e psicologiche.  Devono essere di medie dimensioni per essere in grado di muoversi con facilità.  Devono essere socievoli, curiosi, motivati e, soprattutto, avere un ottimo rapporto con i loro compagni / addestratori umani.  Durante la formazione e le ricerche, non possono essere distratti dall’odore di un altro animale o dal cibo.  Imparano a cercare in tutti i tipi di terreno, dalle montagne ai boschi, passando per macerie, fango e detriti, spesso in condizioni estreme.

In Italia, i vigili del fuoco che scelgono questo settore vengono a scuola con i loro cani, che devono avere tra i 6 e i18 mesi di età.  La formazione dura 9 mesi e ci sono 5 esami lungo la strada.  L’allenamento è rigoroso, la selezione è estremamente difficile.  Anche nell’ultima fase, un cane potrebbe essere mandato a casa senza un certificato.

Sdf è un’organizzazione no-profit che salva i cani dai canili e li allena per i lavori di ricerca e soccorso.  L’organizzazione poi li fornisce gratuitamente ai vigili del fuoco ed ad altre agenzie di pronto intervento.  I vigili del fuoco trascorrono molte ore ogni giorno con i loro cani, per stabilire un legame e per addestrarsi.  Le reclute di cani alla Sdf sono spesso meticci di cui la concentrazione, energia, ed ossessione maniacale con i giocattoli li rendono terribili animali domestici.  Gli addestratori sfruttano questo concentrazione, utilizzandola come strumento per premiare i cani di ricerca per il successo del lavoro.  I giocattoli sono di solito giocattoli da masticare, molto robusti, fatti di vecchi tubi antincendio racchiusi in materiale spesso.

Quando i cani rilevano il profumo di una persona viva, si avvicinano il più possibile e poi abbaiano senza sosta.  I loro accompagnatori marcano il punto e gli addetti al soccorso iniziano lo scavo.  Mentre i cani italiani vengono premiati con un semplice “Bravo” o “Brava”, i cani addestrati a Santa Paula vengono premiati con giocattoli e giochi, per quanto strano possa sembrare.  Il cibo è usato solo come ricompensa per i cani che ricercano “cadaveri”.  Per entrambe le scuole, se un cane non annusa nessuno vivo in una zona, è quasi certo che non ci sia nessuno da trovare.  Per essere certi, tuttavia, un secondo cane, anch’esso addestrato specificamente a rilevare solo i sopravvissuti, controlla la stessa area.

In Italia le unità cinofile arrivano per la formazione da ogni regione d’Italia.  Quindi tornano alle rispettive unità operative regionali dove lavorano fino a quando convergono insieme nel luogo di un terremoto o di un altro grave disastro.  A Montecito, in California, 39 cani sono stati assegnati all’incubo, e circa la metà è stata addestrata alla struttura di Santa Paula, che a sua volta subito danni dal precedente Thomas Fire.

I cani possono essere feriti in questi compiti pericolosi.  Poco dopo la frana del 9 gennaio, i veterinari volontari sono arrivati al campo base del Comando degli Incidenti per aiutare i cani prima e dopo aver fiutato attraverso il fango denso, detriti tossici, e enormi massi nei siti della calamità.  Dopo i loro lunghi turni, i cani vengono lavati.  Poi i veterinari li esaminano e, quando necessario, puliscono le ferite, eseguono interventi chirurgici, e li curano per dolori e stiramenti.  Probabilmente poi, un pasto abbondante.

Il nostro sincero apprezzamento per questi fantastici cani…e per i loro compagni umani.

 

 

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Search Dogs

Dogs are an invaluable asset in rescue efforts—whether it’s an avalanche in Rigopiano, an earthquake in Amatrice, the hurricane in Houston, or the mudslides of Montecito.  Both Italy and the United States have had their share of disasters recently, and photos of search and rescue efforts often depict dogs alongside first responders looking for survivors and later, sadly, for cadavers.

The National School of Volpiano outside of Turin trains dog units for Italy.  It began 20 years ago to carry on a discipline that began in 1941 to find victims from the bombing during the war.  There are currently 103 operating units in the country, but must grow to 186 according to the reorganization plan of the National Corps.  The United States has many training facilities but I will focus on the one in Santa Paula, California, called the National Disaster Search Dog Foundation (SDF).  There are similarities and differences between the Italian and American facilities.

First, both agree that any dog can become a rescue dog.  While German Shepherds, Labradors, Golden Retrievers, and Border Collies are quite common, any dog including mixed breeds are eligible because all dogs have the same olfactory capacity.  Dogs are trained to find drugs and bombs in airports, and even a beagle sniffed our day-old pizza that we had forgotten in our luggage on a return trip from Italy.  (We were investigated by the Department of Agriculture to see if we had also brought in a slab of prosciutto.)

Dogs have 300 million olfactory receptors versus 6 million in humans.  The part of the brain devoted to analyzing smells is 40 times greater than ours.  Hence, a dog’s sense of smell is between 10,000 and 100,000 times more acute.  Let’s say it’s only 10,000 times better.  If you make the comparison to vision, then what we can see at a 1/3 mile away, a dog could see more than 3,000 miles away—that’s clear across the United States.

Both training facilities agree that the dogs must possess important physical and psychological characteristics.  They must be of medium size to be able to move with ease.  They must be sociable, curious, motivated, and above all, have an excellent rapport with their human companions / trainers.  Throughout training and searches, they cannot be distracted – by the smell of another animal or by food.  They learn to search in all types of terrain—from mountains to woods, and through rubble, mud, and debris—often in extreme conditions.

In Italy, firefighters who choose this field come to the school with their dogs, who must be between 6 and 18 months old.  Training lasts 9 months and there are 5 exams along the way.  The training is rigorous, the selection is extremely hard.  Even at the last stage, a dog could be sent home without its certificate.

SDF is a nonprofit that rescues shelter dogs and trains them for search and rescue work.  The organization then provides them free of charge to handlers at fire departments and other first-response agencies.  The firefighters spend hours every day with their dogs, bonding and training.  The dog recruits at SDF are often mutts whose focus, energy, and manic obsession with toys make them terrible pets.  Trainers harness that focus, using it as a tool to reward search dogs for successful work.  The toys are usually very rugged chew toys, made of old fire hoses encased in thick material.

When dogs pick up the scent of a live person, they get as close as they can and then bark nonstop.  Their handlers mark the spot, and rescue workers then begin excavation.  While Italian dogs are rewarded with a simple “Bravo” or “Brava,” the dogs trained in Santa Paula are rewarded with toys and play, as odd as it sounds.  Food is only used as a reward for “cadaver dogs.”  For both schools, if a dog does not smell anyone alive in an area, it’s almost certain that there is no one to be found.  To be certain, a second dog—also trained specifically to detect only living survivors—checks the same area.

In Italy dog-human units arrive for training from every region of Italy.  Then they return to their respective regional operational units where they work until they converge together at the site of an earthquake or other major disaster.  In Montecito, California, 39 dogs were assigned to the nightmare and about half had been trained at the Santa Paula training facility, which itself suffered damage from the preceding Thomas Fire.

Dogs can get injured in these dangerous assignments.  Soon after the January 9 mudslide, volunteer veterinarians arrived at the Incident Command base camp to help dogs before and after they sniffed through thick mud, toxic debris, and huge boulders at the disaster sites.  After their long shifts, dogs first received a bath.  Then vets examined them and, when needed, cleaned wounds, performed minor surgeries, and treated them for soreness and strains. Probably afterwards, a hearty meal.

Our heartfelt appreciation to these amazing canines…and their human companions.

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Unesco e l’arte del pizzaiuolo

Le notizie sono arrivate da molto lontano—dall’isola di Jeju in Corea del Sud—tardi il 6 dicembre del 2017.  La Pizza Napoletana è entrata nella lista del patrimonio immateriale dell’Unesco.  Le folle si sono radunate lungo Via dei Tribunali, la storica arteria della pizza di Napoli, per celebrare: “Abbiamo vinto!”  “Il mondo riconosce la nostra arte”!

L’Unesco spiega: “il know-how culinario associato alla produzione della pizza—che comprende gesti, canzoni, forme visive di espressione, espressioni linguistiche locali e la capacità di maneggiare correttamente l’impasto della pizza e trasformare la pizza in una performance da condividere—è senza dubbio un patrimonio culturale.  I pizzaiuoli e i loro ospiti partecipano tutti ad un rito sociale intriso di convivialità, dove il forno da banco e il forno in pietra operano come un palcoscenico.  Originatasi in alcune delle zone più povere di Napoli, questa tradizione culinaria rimane ancora oggi profondamente radicata nella vita quotidiana della sua comunità.  Per molti giovani apprendisti, diventare pizzaiuolo è anche un modo per evitare l’emarginazione sociale”.

Chiaramente, l’Unesco sta onorando non solo il valore culturale dell’arte del fare la pizza, ma anche il suo valore sociale.  Diventare un pizzaiuolo è divenuto un percorso che ha permesso di uscire dalla povertà per decenni e decenni.  Un mestiere umile solo in apparenza, fare la pizza è un’arte che si può imparare senza andare all’università o senza spendere denaro.  Richiede talento e creatività – non solo per mettere in mostra le capacità del pizzaiuolo, ma anche per unirle alla storia, alle tradizioni e all’anima del territorio.  Mentre ci sono scuole e accademie per insegnare l’arte, “le conoscenze e le abilità vengono trasmesse principalmente nella bottega, dove i giovani apprendisti osservano i maestri al lavoro, imparando tutte le fasi chiave e gli strumenti del mestiere”.

C’è anche un lato commerciale nel fare la pizza.  Solo in Italia, vengono impiegate 100.000 persone a tempo pieno e 50.000 part-time.  Italiani e americani non sono solo i più grandi pizzaioli, ma anche i più grandi mangiatori di pizza: 15 libbre ( 6.604 grammi) vengono consumate in media da ogni italiano ogni anno; non sorprendentemente, in media 25 libbre (11.340 grammi) vengono consumate per persona ogni anno negli Stati Uniti.  Ciò che anche non sorprende è che molti americani siano stati tra i 2 milioni di persone che hanno sostenuto la candidatura dell’Italia al premio Unesco, la campagna Unesco più sostenuta nella storia.

La produzione della pizza è un’arte che è cominciata a Napoli più di 300 anni fa.  Il 7 dicembre 2017, le pizzerie di Napoli hanno aperto presto per iniziare la cottura.  I tavoli erano apparecchiati per le strade e la pizza era servita a colazione – per lo più la Margherita, la più napoletana di tutte le pizze, profumata e colorata, semplice e squisita, e degna di un vero patrimonio di umanità.

 

 

 

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Unesco and the art of the pizzaiuolo (pizza maker)

News came from far away—from the South Korean island of Jeju—late on December 6, 2017.  Unesco placed the art of Neapolitan pizzaioli (or pizzaiuoli) on the honored List of Intangible Cultural Heritage of Humanity.  Crowds gathered along Via dei Tribunali, the historic pizza thoroughfare in Naples, to celebrate: “We won,” and “The world recognizes our art” could be heard among those who had gathered to party.

Unesco explains its award: “The culinary know-how associated with pizza-making—which includes gestures, songs, visual forms of expression, local linguistic utterances and the ability to handle pizza dough properly and to transform pizza making into a performance to share—is without a doubt a cultural patrimony.  Pizzaiuoli and their guests all participate in a social ritual steeped in conviviality, where counter and stone oven work as a stage.  Originated in some of the poorer areas of Naples, this culinary tradition remains still today deeply entrenched in the daily life of its community.  To many young apprentices, becoming a pizzaiuolo is also a way to avoid social marginalization.”

Clearly, Unesco is honoring not only the cultural value of pizza making, but also its social value.  Becoming a pizzaiuolo has been a path out of poverty for decades and decades.  A menial skill only in appearance, pizza making is an art that can be learned without going to university, without spending money, without living in an exclusive neighborhood.  But it does require creativity and talent—not only to show off the pizza maker’s abilities but also to unite them with the history, traditions, and soul of the territory.  While there are schools and academies to teach the art of pizza making, “the knowledge and skills are primarily transmitted in the bottega, where young apprentices observe masters at work, learning all the key phases and elements,” which include making the dough, baking in a stone oven, and turning the pizza continuously during the process, which I can tell you personally takes a lot of dexterity and practice.

There is also the business side of making pizza.  In Italy alone, it employs 100,000 people full time and 50,000 part time.  Italians and Americans are not only the biggest pizza makers, but also the biggest pizza eaters:  15 pounds are consumed on average by every Italian each year; not surprisingly, 25 pounds are consumed per capita annually in the United States.  What is also not surprising is that many Americans were among the 2 million people who supported Italy’s candidacy for the Unesco award, the most widely supported Unesco campaign in history.

Pizza making is an art that started in Naples more than 300 years ago.  On December 7, 2017, the pizzerias of Naples opened early to start baking.  Tables were set up in the streets and pizza was served for breakfast—mostly la Margherita, the most Neapolitan of all pizzas, fragrant and colorful, simple and exquisite, and worthy of a true patrimony of humanity.

 

 

 

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Le avventure della lettera “Acca”

(Adottato da un articolo nel Corriere della Sera.)

In francese, c’è “heure” (ora) e in inglese c’è “hour” (ora) e “heir”(erede).  In questi casi, l’acca è muta.  Ci sono molte parole in inglese, come “help” (aiuta) e “horse” (cavallo), in cui l’acca è aspirata.  Ma in italiano, l’acca è sempre muta: ho un cane; hai un gatto; chi è qui?  Si scrive ma non si legge, si vede ma non si sente.

La storia dell’acca italiana è antica quanto quella dell’alfabeto che, fu inventato dai fenici.  Le prime iscrizioni conosciute risalgono al 1000 a. C.  La “het” era l’ottava lettera dell’alfabeto fenicio e si scriveva con un segno a forma di rettangolo con un trattino in mezzo (“acca chiusa”).  Corrispondeva a un suono sconosciuto dagli italiani che veniva prodotto con un restringimento della cavità orale all’altezza della faringe.

A partire dal IX secolo a.C., i commercianti libanesi avevano contatti sempre più frequenti con i greci che erano a conoscenza delle loro straordinarie invenzioni tecnologiche, dal vetro all’alfabeto.  L’adozione dell’alfabeto fu un processo complesso perché il greco antico era una lingua indoeuropea con suoni diversi dal fenicio che era una lingua semitica.  In greco molte parole iniziavano con delle vocali aspirate.  Queste parole furono trascritte con il segno “het” davanti che stava a indicare appunto un’aspirazione.

Verso la fine del VII secolo a.C., ci fu una semplificazione dell’antico segno “het”: i due trattini superiore e inferiore vennero tralasciati e la lettera assunse la forma della acca corrente.  Si passò, così, gradualmente, dalla “acca chiusa” alla “acca aperta”.

In greco antico esistevano molti dialetti.  A Mileto e più in generale nella Ionia asiatica corrispondente alla costa centrale della Turchia, i greci parlavano un dialetto privo di aspirazioni.  Usavano il simbolo “het” fenicio per indicare la vocale “e” lunga.  Nel 403 a.C. la città di Atene decise con un decreto ufficiale di adottare l’alfabeto di Mileto.  Fu così che il segno a forma di “acca” si impose quasi ovunque nel mondo greco come simbolo della lettera eta, cioè della “e” lunga, mentre per indicare il suono aspirato entrò lo “spirito aspro” sopra le vocali iniziali.

Il segno a forma di acca ebbe una sorte diversa nelle colonie greche in Campania.  La prima era a Cuma (ora un sito archeologico a Napoli), che fu fondata dai greci dell’isola Eubea nell’VIII secolo.  Nell’alfabeto dei cumani quel segno continuava a indicare il suono dell’acca aspirata e così passò anche ai romani che adottarono il simbolo nella sua variante aperta proprio per indicare il suono dell’aspirazione all’inizio di molte parole latine (per esempio, homo per uomo, habere per avere), da cui l’acca che sopravvive ancora in italiano—anche se muta—nelle voci del verbo avere.

Come avvenne il passaggio dalla acca aspirata latina all’acca muta italiana?  Nell’antica Roma i ricchi parlavano in un modo e i poveri in un altro: la lingua colta marcava l’acca all’inizio delle parole, e il popolo ignorante invece non pronunciava l’acca.  Ne dà testimonianza Catullo in una sua poesia in cui ironizza su un certo Arrio che per darsi un tono piazza l’acca aspirata a sproposito un po’ dappertutto.

La lingua parlata italiana ereditò la dizione del latino rustico che non pronunciava il suono aspirato all’inizio della parola.  Tuttavia l’acca sopravvisse nell’italiano scritto.  Fra i suoi paladini più convinti nel Rinascimento, ci fu Ludovico Ariosto: “Chi leva la H all’huomo, e chi la leva all’honore, non è degno di honore”.  Alla fine però i nemici dell’acca ebbero la meglio e imposero una grafia semplificata senza il segno “H” all’inizio della parola.  A partire dalla fine del Seicento si definì una consuetudine ortografica che salvava l’acca solo nelle prime tre persone singolari e nella terza plurale dell’indicativo presente del verbo avere: quindi “ho,” “hai,” “ha,” “hanno”, quelle cioè che si prestavano a confusione con altre parole dal suono uguale ma dal significato diverso – o, ai, a, anno.

Ora possiamo spiegare i manuali scolastici ai bambini e perché nella coniugazione del verbo avere, non scriviamo habbiamo e havete.

 

 

 

 

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