Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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Le lettere di Cristoforo Colombo: Un mistero

La macchina da stampa fu inventata circa nel 1440 e introdusse un’epoca di comunicazione di massa in molte città dell’Europa del Rinascimento.  È infatti la macchina da stampa che permise la diffusione della lettera che Cristoforo Colombo scrisse nel suo viaggio di ritorno in Europa dopo “la scoperta” dell’America.

Come è ben noto, Colombo era un capitano di mare genovese al servizio della Corona di Castiglia.  Partì nel 1492 per raggiungere le Indie Orientali navigando ad ovest attraverso l’Oceano Atlantico.  Invece di raggiungere l’Asia, scoprì per caso le Isole Caraibiche delle Americhe. Tornò in Spagna nel 1493.  Durante il viaggio, scrisse una lettera in spagnolo per annunciare la scoperta delle “isole delle Indie” e descrivere le sue scoperte.  Catturato da una tempesta, attraccò a Lisbona dove mandò almeno due copie della lettera alla corte spagnola—una per i monarchi Ferdinando e Isabella, e la seconda per un ufficiale aragonese che era un sostenitore finanziario della spedizione.

Nella sua lettera, descrive Cuba come più grande della Gran Bretagna e Ispaniola (Santo Domingo) come più grande della Penisola Iberica.  Sembra presentare le isole come adatte per una futura colonizzazione.  Descrive l’habitat naturale e le risorse (es., spezie, oro, altri metalli).  Caratterizza gli abitanti come primitivi, innocenti, senza ragione, e non minacciosi, ma anche generosi; più tardi nella lettera nota che gli indiani sono “né lenti né inesperti, ma di eccellente ed acuta conoscenza”.  Dice che le donne sembrano lavorare più degli uomini.  E fa notare che i nativi non hanno una religione organizzata e sembrano parlare la stessa lingua, che, dice, faciliterà la conversione al cristianesimo.

Copie della lettera di Colombo in qualche modo furono raccolte dagli editori, e le edizioni stampate cominciarono ad apparire in tutta Europa entro poche settimane dal suo ritorno in Spagna.  Una versione spagnola fu stampata a Barcellona e una traduzione latina fu stampata poco dopo a Roma.  Entro un anno, furono stampate più edizioni in molte città europee.  Tra il 1493 e il 1500 furono pubblicate circa 3.000 copie della lettera, la metà delle quali in Italia, rendendola un best-seller per i tempi.

La versione originale della lettera di Colombo, scritta a mano, non fu mai trovata.  Ma la sua lettera forgiava la percezione pubblica iniziale delle terre appena “scoperte”.  Fino alla scoperta del diario di bordo di Colombo, pubblicato per la prima volta nel diciannovesimo secolo, questa lettera era l’unica testimonianza diretta di Colombo delle sue esperienze nel primo viaggio del 1492.

Saltiamo al ventunesimo secolo: Le versioni stampate della lettera sono state conservate in molti musei in tutta Europa.  Tuttavia, il documento nella biblioteca Catalunya di Barcellona è stato rubato nel 2005 e venduto negli Stati Uniti per 600.000 dollari.  È poi passato nuovamente di mano nel 2013 per un milione di dollari, e l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) ha riferito che il timbro della biblioteca spagnola era stato “sbiancato”.  Questa lettera, che risale al 1493, è stata restituita alla Spagna.  Ma è stato anche scoperto che le lettere conservate nella Biblioteca nazionale di Roma e nella Biblioteca Riccardina di Firenze sono false.  Quella rubata a Firenze è stata trovata e restituita dagli Stati Uniti all’Italia nel 2016.  Chi abbia rubato le lettere e le abbia sostituite con quelle false resta un giallo.

 

 

 

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The Letters of Christopher Columbus: A Mystery

The printing press was invented around 1440 and introduced an era of mass communication throughout many cities in Renaissance Europe.  It was the printing press that enabled the dissemination of the letter that Christopher Columbus wrote on his return journey to Europe after his “discovery” of America.

As is commonly known, Columbus was a Genovese sea captain in the service of the Crown of Castile.  He set out in 1492 to reach the East Indies by sailing west across the Atlantic Ocean.  Instead of reaching Asia, he stumbled upon the Caribbean islands of the Americas.  He set sail back to Spain in 1493.  During the return journey, he wrote a letter in Spanish announcing his discovery of the “islands of the Indies” and describing his findings.  Caught in a storm, he put in at Lisbon where he sent at least two copies of the letter to the Spanish court—one to the monarchs Ferdinand and Isabella, and the second to an Aragonese official who was a financial supporter of the expedition.

In his letter, he describes Juana (Cuba) as larger than Great Britain and Hispaniola (Santo Domingo) as larger than the Iberian Peninsula.  He appears to present the islands as suitable for future colonization. He describes the natural habitat and the resources (eg, spices, gold, and other metals).  He characterizes the inhabitants as primitive, innocent, without reason, and unthreatening, but also generous; later in the letter he notes that the Indians are “not slow or unskilled, but of excellent and acute understanding.”  He says that the women appear to work more than the men.  And he makes a particular point that the natives lack organized religion and seem to speak the same language, which, he says will facilitate conversion to Christianity.

Copies of Columbus’s letter were somehow picked up by publishers, and printed editions began to appear throughout Europe within weeks of his return to Spain.  A Spanish version was printed in Barcelona, and a Latin translation was printed soon afterwards in Rome.  Within a year more editions were printed in many European cities. Between 1493 and 1500, about 3,000 copies of the letter were published, half of them in Italy, making it a best-seller for the times.

The original version of Columbus’s letter, written by his hand, has never been found.  But his letter forged the initial public perception of the newly discovered lands.  Until the discovery of Columbus’s on-board journal, first published in the 19thcentury, this letter was the only known direct testimony by Columbus of his experiences on the first voyage of 1492.

Fast forward to the 21stcentury:  Printed versions of the letter have been held in many museums throughout Europe. However, the document in the Catalunya library in Barcelona was stolen in 2005 and sold in the United States for $600,000.  It changed hands again in 2013 for a million dollars, and the Immigration and Customs Enforcement (ICE) reported that the timbre of the Spanish library had been “bleached.”  This letter, which dates back to 1493, has now been returned to Spain.  But it has also been discovered that the letters contained in the National Library of Rome and in the Biblioteca Riccardina of Florence are false.  The one stolen in Florence was found and returned by the US to Italy in 2016.  Who has stolen the letters and replaced them with fakes remains a  mystery.

 

 

 

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Koko

Koko è morta nel giugno 2018.  Mi rende molto triste perché ho seguito “la carriera” del gorilla e la sua addestratrice Penny Patterson.  Sono sempre stata affascinata dal legame tra animali e umani e dai linguaggi.  Koko era speciale perché le era stato insegnato il linguaggio dei segni per comunicare con gli umani.

È nata il 4 luglio 1971 allo zoo di San Francisco. A circa 1 anno ha iniziato a imparare il linguaggio dei segni da Patterson (per la sua tesi di dottorato) prima allo zoo e poi alla Gorilla Foundation a Woodside, vicino all’Università di Stanford.  Koko capiva 2.000 parole inglesi e aveva un quoziente intellettivo di 75-95 punti (l’IQ medio per gli umani è di 100 punti).

Ecco uno delle mie storie preferite di Koko.   A lei piacevano i gattini.  I suoi libri illustrati preferiti erano “The Three Little Kittens” e “Puss ‘n’ Boots”.  Quindi, forse all’età di dodici anni, Koko ha chiesto un gattino come regalo di Natale.  I ricercatori le hanno dato un animale di pezza.  Koko era molto turbata e si è rifiutata di giocarci.  Ha detto a gesti ripetutamente che era “triste.”  Quindi per il suo compleanno, le è stato permesso di scegliere un gattino da una cucciolata.  Ha chiamata il suo gattino grigio e bianco Manx “All Ball”.  A Koko è piaciuto rimare nella lingua dei segni.

All Ball non aveva paura del gorilla, che pesava 230 libbre.  Loro giocavano a caccia l’uno con l’altro, e Koko lo teneva e lo accarezzava.  Quando All Ball si stancava di essere accudito, mordeva Koko e scappava.   Koko diceva in segni, “Insopportabile. Gatto”. Ma Koko si è anche presa cura il gattino ed è stata molto gentile e amorevole.  In questo caso, diceva nella lingua dei segni, “Morbido. Buono, Gatto”.

Quando All Ball è stato colpito da una macchina ed è morto, i ricercatori lo hanno detto a Koko.  All’inizio lei si è comportata come se non li avesse sentito.  Poi ha iniziato a piagnucolare—un urlo distinto che fanno i gorilla nel lutto.  Tutti piangevano insieme. Poi, Koko ha detto, “Sonno. Gatto”.

Ci sono molti scettici che pensano che Koko semplicemente abbia imitato il comportamento umano.  Ma come spiega il fatto che Koko ha inventato nuovi segni per comunicare nuove parole? Un esempio è il concetto di un “anello”, che nessuno gli aveva trasmesso.  Koko ha fuso l’idea del dito con quella del braccialetto, arrivando al “braccialetto per dito.”

Ho un’altra storia, e giuro che è vera.  Un amico mi ha introdotto ad un altro amico che è un professore a Stanford.  Un Halloween è suonata il campanello, e suo figlio ha risposto.  Ha urlato a suo padre, “il gorilla è qui”.  Il padre ha detto, “dagli delle caramelle”.  Il figlio ha protestato che non era un costume da gorilla.  Il padre è venuto al portone e ha visto Penny e Koko. Penny ha chiesto se Koko poteva usare il loro bagno.  Quando il padre ha detto di sì, lei è andata in bagno.  Non ha chiuso la porta.

 

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Koko

Koko died in June 2018. I was so sad because I had followed the career of the gorilla and her trainer, Penny Patterson.  I have always been fascinated by the bond between animals and humans and by the languages they may have shared.  Koko was special because she was taught sign language to communicate with humans.  Of course, there are some skeptics along the way.

Koko was born on the Fourth of July at the San Francisco Zoo and given a Japanese name that meant Fireworks. At about a year old she was taught sign language by Penny Patterson as part of her doctoral thesis, first at the zoo and then at the Gorilla Foundation in Woodside, California, near Stanford University.  Koko eventually understood about 2,000 English words and had a human IQ of between 75 and 95 points.

Here is one of my favorite stories about Koko. She loved cats.  Her favorite picture books were “The Three Little Kittens” and “Puss ‘n’Boots.” At about the age of 12, Koko asked for a kitten as a Christmas present.  The researchers gave her a stuffed animal that looked like a cat.  Koko was very upset and refused to play with it.  She repeatedly signed “Sad.”  Therefore, for her birthday, she was allowed to choose a kitten from a litter.  She called her little gray and white Manx kitten “All Ball.”   Koko loved to rhyme in sign language.

All Ball was not afraid of Koko who weighed about 230 pounds.  They played chase together and Koko loved to hold and pet him.  When All Ball grew tired of being cuddled, she would bite (lightly) Koko and escape.  Koko would sign, “Obnoxious. Cat.”  But Koko also took care of the kitten and was very gentle and loving. At these times, she said in sign language, “Soft. Good. Cat.”

When All Ball was hit by a car and killed, the researchers had to tell Koko.  At first, she acted like she didn’t hear them.  Then she began to whimper—then with a distinct scream that gorillas make in mourning.  Everyone cried together.  Then, Koko said, “Sleep. Cat.”

I have another story, and I swear that it’s true.  A friend of mine introduced me to a friend of his, who was a professor at Stanford. One Halloween the doorbell rang, and his son answered.  He yelled to his father, “the gorilla is here.”  The father responded, “Give him some candy.”  The son protested that this was not a gorilla costume.  The father came to the front door and saw Penny and Koko. Penny asked if Koko could use the bathroom. Koko went into the bathroom…but she didn’t close the door.

 

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I gladiatori

Il seguente articolo è stato riportato su La Repubblica.it nel 5 gennaio 2005.

“I Gladiatori lottavano per finta”

Nuova teoria di un archeologo

Morire al Colosseo?  Per un gladiatore sarebbe molto più probabile essere ucciso a Hollywood.  È quanto sostiene Steve Tuck, archeologo statunitense che, esaminando una serie di reperti provenienti dall’antica Roma, si è convinto che i combattimenti gladiatori erano delle messe in scena, paragonabili ai moderni match di wrestling, nei quali nessuno si faceva male davvero. Nulla a che vedere, dunque, con le scene cruente di certi kolossal hoolywoodiani, come Quo Vadiso il Gladiatore.

 

“La lotta gladiatoria è sempre stata associata all’uccisione e allo spargimento di sangue,” ha spiegato Tuck in un articolo pubblicato dalla rivista New Scientist, “ma in realtà penso che si trattasse di un’arte marziale a puro scopo d’intrattenimento, volta a far divertire gli spettatori.”

 

Per circa 800 anni criminali, prigionieri di guerra e schiavi erano comprati da facoltosi romani per essere addestrati a combattere nei giochi gladiatori. Lottavano fra loro o contro gladiatori professionisti, che erano uomini liberi, in anfiteatri come il Colosseo usando spade, arpioni e lance.  Generalmente dovevano sostenere due o tre combattimenti l’anno e se riuscivano a sopravvivere a cinque anni di combattimenti, potevano ottenere la libertà. Ma secondo Tuck, che ha analizzato 158 immagini risalenti a quel periodo raffiguranti i giochi, il rischio per un gladiatore di venire ucciso era quasi inesistente.  Lo studioso fonda la sua tesi su un raffronto delle immagini contenute su lampade e dipinti murali con i manuali sulle arti marziali prodotti in Germania e in Italia durante il Medioevo e il Rinascimento.  Da questo confronto emergono una serie di similitudini, dalle quali risulta che lo scopo del gladiatore era semplicemente quello di sconfiggere l’avversario, non di ucciderlo.

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The Gladiators

The following article, translated from the Italian, was reported in La Repubblica.it in January 2005.

“The Gladiators faked fighting”

New theory of an archaeologist

To die at the Colosseum? For a gladiator it would be much more likely to be killed in Hollywood. According to Steve Tuck, an American archaeologist who, examining a series of finds from ancient Rome, was convinced that the gladiator fights were staged, comparable to modern wrestling matches, in which no one really gets hurt. They have nothing to do, therefore, with the bloody scenes of certain Hollywood colossal, such as Quo Vadis or the Gladiator.

“The gladiatorial fight has always been associated with killing and bloodshed,” Tuck explained in an article published by New Scientist magazine, “but I actually think it was a martial art purely for diversion, to entertain the audience. ”

For some 800 years, criminals, prisoners of war and slaves were bought by wealthy Romans to be trained to fight in gladiatorial games. They were fighting among themselves or against professional gladiators, who were free men, in amphitheaters like the Colosseum using swords, harpoons and spears. They generally had to perform two or three fights a year, and if they could survive five years of fighting, they could gain their freedom. But according to Tuck, who analyzed 158 images from that period depicting the games, the risk for a gladiator to be killed was almost non-existent. The scholar based his thesis on a comparison of images on lamps and wall paintings with manuals on martial arts produced in Germany and Italy during the Middle Ages and the Renaissance. From this comparison emerge a series of similarities, from which it appears that the purpose of the gladiator was simply to defeat the opponent, not to kill him.

 

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Fra i santi

Ci sono più statue sul Duomo di Milano di qualsiasi altro edificio al mondo. Quindi immagino che non sorprenda il fatto che dopo più di 3.000 apostoli, santi, martiri, papi e vescovi, gli scultori si siano dati da fare. Ci sono alcuni “intrusi” interessanti e inaspettati tra le guglie di questa cattedrale gotica.

Innanzitutto, un po’ di storia. Il secondo Duomo più grande d’Italia (dopo San Pietro) e il terzo (alcuni dicono il quinto) più grande al mondo, il Duomo di Milano è ancora in fase di sviluppo. Fu iniziato nel 1386 e la costruzione continuò per sei secoli. La cattedrale fu consacrata nel 1418 anche se all’epoca era stata terminata solo la navata. All’inizio dell’Ottocento, dopo aver conquistato la città, Napoleone volle essere incoronato re d’Italia in Duomo e si offrì di pagare per completare la facciata. Ecco quindi una statua di Napoleone in cima ad una delle 135 guglie.

La dorata Madonnina, protettrice e simbolo della città, si erge in cima alla guglia principale che sale a 108 metri di altezza. Durante la seconda guerra mondiale la Madonnina fu coperta con un panno per evitare che fosse un bersaglio per i bombardieri. Costruita nel 1774, la tradizione sostiene che debba essere il più alto oggetto creato dall’uomo a Milano. Così, quando un edificio moderno supera la sua altezza, una replica più alta della Madonnina viene installata.

Il Duomo è coperto da intagli di frutta, fiori, rane, scimmie e, naturalmente, gargoyle. Più di 100 di queste meravigliose, ma a volte grottesche, bestie adornano il Duomo (e altre cattedrali gotiche). Mentre alcuni dei simbolismi sono andati perduti, si è creduto che i gargoyle fossero inclusi per allontanare gli spiriti maligni. C’è anche una strana creatura in bassorilievo che sembra in parte dinosauro, cane e drago. Ha un aspetto amichevole ed è raffigurato mentre mangia una foglia. La leggenda narra che la scena rappresenti Tarantasio, una creatura mitica apparsa in una palude a sud di Milano nel 12 ° secolo dopo devastanti alluvioni. Il “dinosauro” scomparve misteriosamente 200 anni dopo, il 31 dicembre 1299. Poco dopo, un grosso osso fluttuò sulla superficie della palude dopo forti piogge.

Passando alla storia più moderna, chi ha montato la racchetta da tennis in pietra e la piccozza con gli scarponi da montagna? E poi ci sono figure storiche oltre a Napoleone – volti di Vittorio Emanuele III, Mussolini e Papa Pio IX. Si dice che il turbante sulla testa di Il Duce sia stato aggiunto più tardi, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, per renderlo irriconoscibile. E c’è pure il pugile Primo Carnera, un italo-americano che vinse il campionato mondiale dei pesi massimi a New York nel 1933.

Parlando di New York, sul balcone sopra l’entrata principale del Duomo c’è la “Statua della Libertà!” Si ritiene che Frederic Auguste Bartholdi sia stato ispirato dalla resa del Duomo per creare “Lady Liberty”. Entrambi tengono una torcia con la mano destra ed entrambi indossano una corona e una tunica. L’unica differenza è ciò che tengono nella mano sinistra. Quello a Milano tiene una croce, e quella a New York tiene in mano un libro con la data dell’indipendenza.

Con così tante statue e una cattedrale così grande, non c’è da meravigliarsi se la costruzione del Duomo sia responsabile dei Navigli, il sistema di canali di Milano. L’edificio del duomo è realizzato in marmo di Candoglia della zona del Lago Maggiore. I canali furono costruiti per spedire il marmo dalle cave. Alcuni dei canali esistono ancora oggi. Infatti, il quartiere dei Navigli di Milano è molto popolare tra i cittadini locali e i turisti; è noto per le sue gallerie d’arte e ristoranti.

 

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