Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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Ivrea e Olivetti

Nel 2018, l’UNESCO ha conferito lo status di Patrimonio dell’Umanità ad Ivrea, una città nelle colline pedemontane delle Alpi in Piemonte.  Conosciuta come la “Città industriale del ventesimo secolo”, Ivrea si trova a circa un’ora di treno da Torino.  Era la sede di Olivetti, un’azienda produttrice di macchine da scrivere, macchine contabili e calcolatrici.

Ciò che distingueva Ivrea ed Olivetti era la visione di Adriano Olivetti (1901 – 1960), figlio del fondatore, uomo ben istruito, umanista e con un forte interesse per l’urbanistica, il design e l’architettura.  La sua esperienza precedente in una fabbrica—in particolare, il senso dell’alienazione e la monotonia delle azioni ripetute—lo portò a rendersi conto che era importante liberare l’uomo dal duro lavoro degradante.  Assunse i migliori architetti in stile modernista per progettare fabbriche, abitazioni, mense, uffici e studi.  Erano spazi gloriosi, ariosi e pieni di luce destinati a dare ai lavoratori non solo una vista sulle montagne, ma anche uno spirito positivo e un senso del futuro.

Olivetti ha anche assunto famosi designer per lavorare sui suoi prodotti; alcuni sono diventati  icone del design italiano, come la macchina da scrivere Lettera 22 del 1949 e il computer mainframe Elea 9003 del 1958.  La portatile Lettera 22 divenne la preferita di scrittori americani come Thomas Pynchon, Sylvia Plath, Gore Vidal e Cormac McCarthy.

I dipendenti Olivetti venivano trattati bene. Se volevano, potevano alloggiare in case e appartamenti costruiti dagli Olivetti. Alle nuove madri venivano concessi 10 mesi di congedo di maternità e i bambini potevano andare gratuitamente all’asilo nido. I dipendenti avevano l’opportunità di frequentare lezioni presso scuole di commercio in loco; la biblioteca di 30.000 volumi comprendeva libri nuovi e riviste attuali. Le ore di pranzo erano piene di discorsi ed esibizioni di attori, musicisti e poeti. Nel mese di luglio era stato istituto un giorno festivo per consentire ai lavoratori delle campagne circostanti di occuparsi di piccole aziende agricole. I dipendenti, inoltre prendevano pensioni sostanziali al momento del pensionamento.

Per un certo periodo, Ivrea è stata la città aziendale più progressista e di successo al mondo, rappresentando una nuova forma di idealismo aziendale. In America, città come Pullman, Illinois, sono sorte a causa di lavoratori a basso salario privi di diritti e servizi di base come i trasporti. All’epoca il pensiero era che, più un dipendente dipendeva dall’azienda per cui lavorava, maggiore era il controllo dell’azienda. I lavoratori non hanno osato chiedere un congedi per malattia o una migliore assistenza sanitaria; certamente, non hanno mai scioperato.

Mentre molte città aziendali erano patriarcali, Ivrea era diversa … almeno per un certo periodo. Olivetti divenne un attore principale nel “miracolo” del ventesimo secolo quando l’Italia stava uscendo dalle profondità del fascismo e della seconda guerra mondiale, per diventare l’ottava economia più forte del mondo. L’economia italiana raggiunse l’apice negli anni ’60 quando la sede produttiva della Fiat a Torino divenne una delle più grandi fabbriche automobilistiche in Europa. Allo stesso modo Olivetti era un simbolo del “miracolo”.

Ma nel 1970 le cose iniziarono a cambiare. Adriano morì e suo fratello Roberto, che aveva rilevato l’azienda, non aveva la stessa visione. Le persone si stavano spostando dalle macchine da scrivere ai dispositivi elettronici e il successo di Olivetti in tale processo si arrestò.   Il geniale programmatore capo di Olivetti morì in un incidente d’auto; i teorici della cospirazione lo attribuirono agli agenti segreti americani che non volevano che i progressi del calcolo cadessero nelle mani di un paese che era perennemente sull’orlo del comunismo. La tecnologia e i cambiamenti economici frenarono la crescita delle città manifatturiere italiane e americane: recessioni ricorrenti costrinsero a tagliare i costi in tutti i settori, il lavoro più recentemente è stato delocalizzato in paesi più economici, e aziende come Fiat e Olivetti hanno iniziato a licenziare i lavoratori.

Al suo apice, Olivetti contava oltre 73.000 lavoratori in tutto il mondo; oggi ne ha circa 400. Ivrea ha perso un quarto della sua popolazione. Vedendola oggi non potresti immaginarla come l’ex capitale del design industriale. Una ex-fabbrica è stata convertita in palestra. Solo uno degli edifici per uffici è ancora in uso. Ci sono cartelli che indicano alcuni edifici storici, che sono diventati monumenti di un’antica utopia.

Nella sua elezione a Patrimonio Mondiale, l’UNESCO ha affermato che Uvrea “esprime una visione moderna del rapporto tra produzione industriale e architettura”. E nel suo libro Città dell’Uomo pubblicato nel 1960 settimane prima della sua morte, Adriano Olivetti auspicava a uno sviluppo urbano “a misura d’uomo”, con l’obiettivo di “armonia tra vita privata e vita pubblica, tra lavoro e casa, tra centri di consumo e centri di produzione”. Obiettivi ancora oggi lodevoli.

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Ivrea and Olivetti

In 2018, UNESCO conferred World Heritage status on Ivrea, a city in the foothills of the Alps in the Piedmont region.  Known as the “Industrial City of the 20th Century,” Ivrea is about an hour by train north of Turin.  It was the home of Olivetti, a manufacturer of typewriters, accounting machines and calculators.

What set Ivrea and Olivetti apart was the vision of Adriano Olivetti (1901-1960), son of the founder, who was well-educated, humanistic, and had a strong interest in city planning, design and architecture.  His prior experience in a factory—in particular, the sense of alienation and monotony from repeated action—led him to realize that it was important to free man from degrading drudgery.  He hired the best architects in the Modernist style to design the factories, housing, canteens, offices and study areas.  They were glorious, airy, light-filled spaces meant to give workers not only views of the mountains, but also a positive spirit and a sense of the future.

He also hired famous designers to work on his products; some of them, such as the 1949 Lettera 22 typewriter and the 1958 Elea 9003 mainframe computer, became icons of Italian design.  The portable Lettera 22 became the favorite of such American writers as Thomas Pynchon, Sylvia Plath, Gore Vidal and Cormac McCarthy.

Olivetti employees were treated well.  If they liked, they were housed in Olivetti-constructed homes and apartments. New mothers were granted 10 months of maternity leave, and children received free day care.  Employees were given the opportunity to take classes at on-site trade schools; the 30,000-volume library included new books and current magazines.  Lunchtime hours were filled with speeches and performances from visiting actors, musicians and poets.  The month of July was a holiday to allow workers in the surrounding countryside to tend to small farms.  And employees received substantial pensions upon retirement.

For a time, Ivrea was the most progressive and successful company town in the world representing a new form of corporate idealism.  In America, company towns like Pullman, Illinois arose as a result of low-wage workers lacking both rights and basic amenities like transportation.  The thinking at the time was that the more dependent an employee was on the company he worked for, the more control the company had.  Workers didn’t dare ask for sick leave or better health care; certainly, they didn’t go on strike.

While many company towns were paternalistic, Ivrea was different…at least for a time. Olivetti became a principal player in the 20th-century “miracle” when Italy climbed out of the depths of fascism and World War II to become the eighth largest economy in the world.  The Italian economy peaked in the ‘60s when Fiat’s production headquarters in Turin became one of the largest car factories in Europe.  Olivetti was likewise a symbol of the “miracle.”

But by 1970 things were changing.  Adriano had died and his brother Roberto, who took over the company, lacked the same vision.  The world was moving from typewriters to electronic devices, and Olivetti’s success stalled in the transition. Olivetti’s brilliant chief computer programmer died in a car accident; conspiracy theorists attributed it to American secret agents who did not want computing advances falling into the hands of a country that was perpetually on the verge of Communism.  Technology and economic changes were stunting the growth of both Italian and American manufacturing towns:  recurring recessions forced cost cutting across all industries, labor was outsourced to cheaper countries, and companies like Fiat and Olivetti began laying off workers.

At its peak, Olivetti had more than 73,000 workers worldwide; today it has around 400.  Ivrea has lost a quarter of its population.  Seeing it today you would have no idea that it was the former capital of industrial design.  A former factory has been converted to a gym.  Only one of the office buildings is still in use.  There are placards pointing to a few landmark buildings, which have become monuments to a former utopia.

In its World Heritage designation, UNESCO said that Uvrea “expresses a modern vision of the relationship between industrial production and architecture.”  And in his book Città dell’Uomo (City of Man) published in 1960 weeks before he died, Adriano Olivetti called for urban development “on a human scale,” with the goal of “harmony between private life and public life, between work and the home, between centers of consumption and centers of production.”  Still laudable goals today.

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Il supplì e l’arancino/a

Sia il supplì che l’arancino/a sono street food a base di riso. Entrambi sono amati cibi di conforto per lo più consumati come antipasti, ma possono essere consumati in qualsiasi momento del giorno o della sera. Ma uno ha sede a Roma, l’altro ce l’ha in Sicilia. E quindi le origini e le ricette differiscono, così come i fedeli difensori delle loro specialità locali. C’è anche un certo disaccordo su come si scrive la delicatezza siciliana.

Il nome del supplì nella cucina tradizionale romana deriva dal termine francese per “sorpresa” perché sembra che un piatto simile fosse arrivato in città con le truppe napoleoniche. Il nome completo di questa ricetta è “supplì al telefono” perché quando lo tagli, la mozzarella al centro crea un filo tra le due parti, ricordando un telefono di un’epoca passata.

Il supplì è tradizionalmente di forma cilindrica e più piccolo dell’arancino/a. È fatto con riso cotto, in genere avanzato dalla sera prima. Il riso è mescolato con ragù di carne, che originariamente erano rigaglie di pollo. Dopo che le forme di riso sono state modellate a mano con la mozzarella al centro, vengono immerse nell’uovo, impanate e fritte. Vengono mangiati quando ancora sono caldi per preservare l’effetto “telefono”. Il numero di variazioni rispetto alla ricetta originale è limitato ma in aumento. Oltre al classico con ragù, ci sono supplì di pomodoro vegetariano, così come quelli con Carbonara e Cacio e Pepe.

Il nome dell’arancino/a deriva dal colore dorato che ricorda l’arancia. Le origini storiche non sono molto chiare; forse risalgono alla dominazione araba dal IX al XI secolo. Una versione dolce potrebbe risalire alla festa di Santa Lucia nel XVII secolo poiché è tradizionale in Sicilia mangiare arancini/e il 13 dicembre, il giorno della festa di Santa Lucia.

Come il supplì, l’arancino/a è una palla di riso avanzato che viene impanata con uovo e fritta. Ma qui le somiglianze divergono. La versione siciliana è più grande (8-10 centimetri) e ha almeno 100 varianti. Tipicamente, c’è un ripieno di ragù, piselli, caciocavallo o mozzarella e zafferano. Alcuni hanno frutti di mare, altri tipi di formaggio, salame, burro o pomodoro.

In Sicilia, ci sono altre differenze oltre al riempimento. A ovest di Palermo, l’arancina – nella forma femminile – è rotonda come l’arancia. A est do Cataania, l’arancino – nella forma maschile – ha una forma conica forse ispirata alla sagoma dell’Etna.

Si dice arancina o arancino? Anche l’Accademia della Crusca, che dà la “parola finale” sulla lingua italiana ed è la più antica accademia linguistica del mondo, ha pesato sulla controversia. L’Accademia ha dichiarato che entrambi i moduli sono validi. L’arancina nella forma femminile è tradizionalmente il frutto dell’albero, mentre la forma maschile è l’albero stesso. Sembrerebbe che l’arancina sia preferita, ma La Crusca riconosce l’arancino come valido nel dialetto siciliano (dall’aranciu).

 

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The supplì and the arancino/a

Both the supplì and the arancino/a are Italian street food made from rice.  Both are beloved comfort food mostly eaten as appetizers but can be consumed at almost any time of day or night.  But one is based in Rome, the other in Sicily.  And hence the origins and the recipes differ, as do the loyal defenders of their local specialties.  There is even some disagreement over the spelling of the Sicilian delicacy.

The name of the supplì in the traditional Roman cuisine comes from the French term for “surprise” because it seems that a similar dish had arrived in the city with the Napoleonic troops.  The full name of this recipe is “supplì al telefono” because when you cut into it, the mozzarella in the center creates a thread between the two parts, recalling a telephone from a bygone era.

The supplì is traditionally cylindrical in form and smaller than the arancino/a.  It is made from cooked rice, typically left over from the night before.  The rice is blended with meat ragù, which originally were chicken giblets.  After the rice forms are molded by hand with the mozzarella in the center, they are dipped in egg, breaded, and fried.  They are eaten while they are hot to preserve the “telephone” effect. The number of variations to the original recipe is limited but increasing.  In addition to the classic with ragù, there are vegetarian tomato supplì, as well as those with Carbonara and Cacio e Pepe.

The name of the arancino/a comes from the golden color that is reminiscent of the orange.  The historical origins are not very clear; perhaps they date back to the Arab domination from the 9th to the 11th century.  A sweet version may date back to the Feast of Saint Lucia in the 17th century as it is traditional in Sicily to eat arancini/e on December 13, Santa Lucia’s feast day.

Like the supplì, the arancino/a is a ball of leftover rice that is breaded with egg and fried.  But from here the similarities diverge.  The Sicilian version is larger (8-10 centimeters) and has at least 100 variations.  Typically, there is a filling of ragù, peas, caciocavallo or mozzarella, and saffron.  Some have seafood, other types of cheese, salami, butter, or tomato.

Within Sicily, there are other differences besides the filling.  In Palermo, the arancina—in the feminine form—is round like the orange.  In Catania, the arancino—in the masculine form—is conical in shape perhaps inspired by the silhouette of Etna.

Arancina or arancino?  Even the Accademia della Crusca, which gives the “final word” on the Italian language and is the oldest linguistic academy in the world, weighed in on the controversy.  The Academy declared that both forms are valid.  Arancina in the feminine form is traditionally the fruit from the tree, while the masculine form is the tree itself (for example, mela for apple and melo for apple tree; oliva for olive, olivo for olive tree).  It would seem that arancina is preferred but La Crusca recognizes arancino as valid in the Sicilian dialect (from aranciu).

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Luciano Pavarotti

Luciano Pavarotti è stato probabilmente il più grande tenore del XX secolo. È stato anche uno dei tenori di maggior successo commerciale di tutti i tempi, in parte perché ha vinto la fama di crossover come superstar popolare. “Vorrei essere ricordato come l’uomo che ha portato la lirica alle masse”, spesso diceva, e così ha fatto.

Dopo la sua morte nel 2007, diversi eventi hanno onorato la sua eredità. Nel 2015, sua moglie Nicoletta Mantovani ha aperto la Casa-Museo Luciano Pavarotti a Modena, che presenta fotografie, costumi, premi, dipinti e registrazioni nella loro ex grande e colorata casa. Nel 2017, nel decimo anniversario della sua scomparsa, si è tenuta una serata costellata di spettacoli all’Arena di Verona, un anfiteatro romano del I secolo d.C. che, con la sua capacità di ben 30.000 spettatori, è il più grande teatro d’opera all’aperto del mondo.

Poi nel 2019 è stato uscito “Pavarotti”, il documentario di Ron Howard. Presenta interviste con familiari, artisti d’opera, manager e promotori che parlano tutti in modo brillante del tenore. È prodotto, tra gli altri, da un rappresentante della Decca Records, la casa discografica di Pavarotti, e presumibilmente ha anche la benedizione della famiglia. Quindi, il film è un tributo al genio di Pavarotti che sottolinea solo alcuni dei difetti dell’artista.

Secondo me, il documentario è riuscito molto bene per due motivi. Innanzitutto, documenta il percorso della carriera di Pavarotti, che ha iniziato in Italia nel 1961, continuando poi con il debutto americano nel 1965 a Miami con la Lucia di Lammermoor di Donizetti e poco dopo il suo debutto alla Scala con La bohème di Puccini. Il suo ruolo nel 1966 ne La fille du regiment di Donizetti alla Royal Opera House, Covent Garden, gli è valso il titolo di “King of High Cs”. Ma è stata questa opera al Metropolitan Opera di New York nel 1972 che ha fatto impazzire la folla con ben 17 chiamate ovazioni al sipario.

Pavarotti divenne ancora più noto per la sua interpretazione dell’aria, “Nessun dorma” della Turandot di Puccini, che divenne la colonna sonora della sigla di apertura della BBC per la Coppa del Mondo FIFA nel 1990 in Italia (e alla fine la sua canzone simbolo). Poi è arrivato il primo concerto dei Tre Tenori, tenutosi alla vigilia della finale della Coppa del Mondo FIFA del 1990 presso le antiche Terme di Caracalla a Roma, con i compagni tenori Plácido Domingo e José Carreras e il direttore Zubin Mehta. Ha affascinato un pubblico globale e la registrazione è diventata il disco classico più venduto di tutti i tempi. Sono poi seguiti molti concerti di Three Tenori.

L’altro aspetto del documentario che mi è piaciuto molto è stato il ritratto della personalità vincente dell’artista. Era quasi infantile, con un sorriso smagliante, battute spiritose ricongiunti e buon umore che potevano incantare i pantaloni di quasi tutti (beh, questa è un’altra storia).  Vieni quasi rapito dal suo sorriso gigante e gli occhi scintillanti.

Ho pensato che il documentario fosse deludente per almeno due aspetti. Come molti talenti convincenti, Pavarotti ha avuto molti difetti, che il documentario affronta a malapena. Spesso aveva difficoltà a ricordare le sue battute. Verso la fine della sua carriera, divenne esigente e imprevedibile.  Saltava le prove e cancellava le apparizioni. Diversi teatri d’opera, tra cui Covent Garden a Londra e la Lyric Opera di Chicago, lo consideravano persona non grata, visto che aveva dovuto annullare 26 delle sue ultime 41 apparizioni in programma. Il documentario accenna solo alle cancellazioni dovute alla salute di una delle sue figlie. Ma è importante bilanciare questi difetti con la sua enorme generosità di spirito e i suoi innumerevoli concerti eseguiti per beneficenza.

Ciò che manca davvero al documentario è la comprensione della sua incredibile voce, uno strumento ricco e bello che non ha eguali oggi. Presumibilmente non poteva leggere la musica, il che rende il suo talento ancora più avvincente. Pavarotti attribuisce a Joan Sutherland l’apprendimento della respirazione. Le esigenze atletiche dell’opera? Senza microfono, proiettava la sua voce sopra un’orchestra completa, per essere chiaramente sentito fin nei palchi superiori di un teatro d’opera da 4.000 posti, e fece ciò per più di tre decenni. Con tutti i suoi successi, era davvero una superstar.

 

 

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Luciano Pavarotti

Luciano Pavarotti was probably the greatest tenor of the twentieth century and the most beloved since Enrico Caruso (1873 – 1921).  He was also one of the most commercially successful tenors of all time in part because he won crossover fame as a popular superstar.  “I would like to be remembered as the man who brought opera to the masses,” he said, and so he did.

Since his death in 2007, several events have honored his legacy.  In 2015, his wife Nicoletta Mantovani opened the Casa-Museo Luciano Pavarotti in Modena, which features photographs, costumes, awards, and his own paintings and recordings in their former large and colorful home.  In 2017 on the tenth anniversary of his passing, a star-studded evening of performances was held at the Arena in Verona, a first century A.D. Roman amphitheater that, with its 30,000-spectator capacity, is the world’s largest open-air opera venue.

Then in 2019 “Pavarotti,” Ron Howard’s documentary, was released.  It features interviews with family members, opera artists, and managers and promoters who all speak glowingly of the tenor.   It is produced by, among others, a representative of Decca Records, Pavarotti’s recording company, and presumably also has the family’s blessing.  Hence, the film is an unapologetic tribute to Pavarotti’s genius that only hints at a few of the artist’s flaws.

In my opinion, the documentary does two things very well.  First, it documents the trajectory of Pavarotti’s career, which began in Italy in 1961.  He made his American debut in 1965 in Miami in Donizetti’s Lucia di Lammermoor and shortly thereafter his La Scala debut in Puccini’s La bohème.  His 1966 role in Donizetti’s La fille du regiment at the Royal Opera House, Covent Garden, earned him the title of “King of High Cs.”  But it was this opera at New York’s Metropolitan Opera in 1972 that drove the crowd wild resulting in 17 curtain calls.

Pavarotti became even better known for his rendition of the aria, “Nessun dorma” from Puccini’s Turandot, which became the theme song of BBC’s coverage of the 1990 FIFA World Cup in Italy (and eventually his trademark song). Then came the first Three Tenors concert, held on the eve of the 1990 FIFA World Cup Final at the ancient Baths of Caracalla in Rome with fellow tenors Plácido Domingo and José Carreras and conductor Zubin Mehta.  It captivated a global audience, and the recording became the largest selling classical record of all time.  Many Three Tenors concerts followed.

The other aspect of the documentary that I really enjoyed was the portrayal of the artist’s winning personality.  He was almost childlike with a beaming smile, witty rejoiners, and good cheer that could charm the pants off of almost anyone (well, that is another story).  You are almost transported when you see his giant smile and sparkling eyes.

I thought the documentary was disappointing in at least two ways.  Like many compelling heroes, Pavarotti had many faults, which the documentary barely addresses.  He often had difficulty remembering his lines.  Toward the end of his career, he became demanding and unpredictable.  He blew off rehearsals and cancelled appearances.  Several opera houses, including Covent Garden in London and the Chicago Lyric Opera considered him persona non grata—the latter after he cancelled 26 of his last 41 scheduled appearances.  The documentary only hints at cancellations due to the health of one of his daughters.  But it’s important to balance these flaws with his huge generosity of spirit and his countless concerts performed for charity.

What the documentary really lacks is insight into his unbelievable voice—a rich and beautiful instrument that is unmatched today.  Supposedly he could not read music, which makes his talent even more compelling. Pavarotti credits Joan Sutherland with teaching him how to breathe.  The athletic demands of opera?  Without a microphone he projected his voice above a full orchestra to be clearly heard in the upper balconies of a 4,000-seat opera house, and he did this for more than three decades.   With all of his accomplishments, he was indeed a superstar.

 

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Ristorante, trattoria, osteria

In Italia ci sono diversi tipi di ristorazione—cioè, ristoranti, trattorie ed osterie.  Le differenze oggi non sono così grani come in passato, perché molte trattorie e ristoranti oggi si chiamano osterie e viceversa.  L’evoluzione è continuata con l’arrivo dell’agriturismo e il Movimento Slow Food.

L’osteria è un luogo sviluppatosi tra la Prima e la Seconda guerra mondiale.  Nelle osterie si offriva riparo, qualche tavola, molto vino e pochissimo cibo.  Fino agli anni sessanta, non offrivano che qualche piatto caldo, come la trippa o il minestrone.  Con il passare del tempo, hanno iniziato a servire pasti semplici.  Di solito, non c’era un menù e i piatti cambiavano quotidianamente, secondo il mercato locale.  Negli anni si offriva anche un menù con due o tre portate ad un prezzo fisso, incluso il vino.

Le trattorie si sono sviluppate tra gli anni sessanta e settanta ed offrivano più piatti delle osterie.  Tradizionalmente, erano di proprietà familiare, informali e rustiche, servivano cibo locale e fresco, senza pretese ed a prezzi ragionevoli.  I ristoranti, d’altra parte, offrono tradizionalmente pasti completi o piatti à la carta da un menù stampato a prezzi fissi.  Alcuni hanno un responsabile di sala, un sommelier e uno staff professionale per la cucina, anche se non tutti i ristoranti sono uguali.

Poiché le distinzioni tra questi tipi di ristoranti sono sfumate, secondo la guida, Osterie d’Italia 2019, almeno quattro diversi tipi di “trattoria” sono emerse: tradizionale, moderna, agriturismo, e ristorante tradizionale.  Nella trattoria tradizionale, il centro dell’attenzione è gli ingredienti crudi la cui origine è strettamente locale.  Le ricette dei piatti sono tramandate tra una generazione all’altra.  I tavoli sono apparecchiati in modo informale e semplice, spesso da parenti stretti.  La trattoria moderna può avere arredi minimalisti e un aspetto meno tradizionale senza tovaglie a quadretti e piatti o oggetti contadini alle pareti.  Ma ancora più importante, gli chef tendono a rielaborare i piatti tradizionali per dare loro un tocco moderno e una presentazione insolita.  Questi posti sono spesso gestiti da giovani, spesso amici di lunga data con una passione per il vino e cercando così di rimodellare la storia in modo contemporaneo.

I ristoranti tradizionali di solito sono più eleganti con più servizi formali.  In generale i piatti riflettano la tradizione, anche se cercano di stare al passo con i tempi.  Il settore agriturismo è un modello in aumento.  Vengono offerti anche alloggi in modo che gli ospiti possano vedere la produzione di alcuni alimenti.   I piatti sono preparati con verdure, formaggi e carne prodotti a pochi metri dalla propria tavola.  La cucina è più o meno rigorosamente legata alla tradizione.  Sulla tavola potrebbero arrivare il risotto, le lasagne, la zuppa, l’oca al forno o il capretto arrosto, così come una ricca selezione di salumi e formaggi da assaggiare.

Seconda la guida Osterie, la migliore ristorazione condivide le seguenti qualità: un ambiente accogliente e conviviale, un buon rapporto qualità-prezzo, l’uso di prodotti locali quando possibile, la possibilità di abbinare cibo e vino e anche vino della casa.  La guida elenca 1.617 osterie e le migliori sono indicate con il simbolo della lumaca del Movimento Slow Food.  Nel 1986 un giornalista enogastronomico italiano, Carlo Petrini, ha iniziato questo movimento poiché era preoccupato per la crescente diffusione dei fast food che iniziava a scalzare l’antica cultura culinaria italiana. L’apertura di McDonald’s a Piazza di Spagna a Roma è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Oggi il simbolo della lumaca è un prestigioso distintivo d’onore per le migliori osterie in Italia.

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