Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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I Cent’Anni del Negroni, l’aristocratico dei Cocktail

Nel 2016, “Drinks International,” una rivista prestigiosa che tratta cocktail, ha classificato i migliori drink nel mondo.   Il Negroni è il secondo dopo l’Old Fashioned.  Gli altri nei primi dieci sono il Manhattan, Daiquiri, Martini, Whiskey Sour, Margarita, Sazerac, Moscow Mule, and the Mojito.

La storia del Negroni è molto interessante.  È italiano, certamente, ma con un pizzico di America ed un goccio di Inghilterra.  Alla fine dell’Ottocento nei caffè fiorentini alla moda nel tardo pomeriggio scattava “l’ora del vermouth”.  I gentiluomini bevevano il vermouth insieme al Bitter (Campari), guarnito con una fetta di limone, un drink che ancora oggi è molto amato.   Fu prima chiamato Milano-Torino (le città d’origine dell’alcool) e poi l’Americano.  Questa era l’alba del Negroni.

Il Conte Camillo Negroni (1868—1934) era un membro eccentrico, creativo, e affascinante dell’élite artistica e culturale di Firenze.  Un giorno tra il 1917 e il 1920, si trovò in un elegante bar del centro di Firenze.  Ordinò un “Americano” ma poi chiese al giovane barista, Fosco Scarselli, di “irrobustire” il suo drink.  Scelse un gin britannico, che avrebbe aumentato il livello alcolico senza diminuire il bel colore rosso.  Fu guarnito con un’arancia per distinguerlo dal suo predecessore.  Per un breve periodo, questo drink fu conosciuta come “un Americano nel modo del Conte Negroni”, ma ben presto semplicemente, “Negroni”.

Un Negroni è facile da fare, facile da ricordare, e facile da ordinare in molte lingue.  È un

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terzo di gin, un terzo di Campari, e un terzo di vermouth rosso miscelati in un bicchiere con tanto ghiaccio e una fetta di limone (o arancia).  Insieme al Bellini, è il cocktail italiano più conosciuto e bevuto al mondo.  Ha sedotto molte celebrità americane, tra cui Orson Welles.  Negli anni Cinquanta era uno dei drink preferiti nei “transition bar”, i cosiddetti bar di passaggio nelle stazioni ferroviarie. È immortalato nel film “La primavera romana della signora Stone” (1961) dalla novella di Tennessee Williams; la protagonista si abbandona in uno di questi bar a un “magnifico Negroni per dimenticare e aprirsi ai giovani amori”.  Persino Ian Fleming, l’ideatore di James Bond, in un suo racconto (Risiko del 1960) diventa un ambasciatore del Negroni…servito, certamente, con il Gordon Gin.

Ci sono state molte varianti.  A Roma nel 1950, anno del Giubileo, il barman dell’Hotel Excelsior decide di dedicare un cocktail ad un cardinale che sceglieva proprio quel posto per l’aperitivo.  Così, ispirandosi al colore dell’abito pensò ad una variazione del Negroni: sostituì il Martini rosso con il Dry, e “Il Cardinale” è nato.  Negli anni Sessanta arrivò il Negroni Sbagliato, in cui il drink è stato alleggerito sostituendo il gin con lo spumante brut.  Infatti, il barista a Milano prese una bottiglia per un’altra e pensando di versare il gin aggiunse il brut.  Piacque ai presenti … e poi tantissimi altri.  In Inghilterra lo chiamano Negroni Mistaken e nei paesi di lingua spagnola Negroni Equivocado.

Poi c’è il Negroski con vodka al posto del gin.  E Il Western Style Negroni con Wild Turkey bourbon al posto del gin, guarnito con gocce di cioccolato amaro.  Fortunatamente il Conte Negroni non è qui per testimoniarli.

 

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100 Years of the Negroni, “the Aristocrat” of Cocktails

In 2016, “Drinks International,” a prestigious magazine in the world of cocktails, ranked the best-loved drinks in the world.  The Negroni came in second behind the Old Fashioned.  Rounding out the top 10 are the Manhattan, Daiquiri, dry Martini, Whiskey Sour, Margarita, Sazarec, Moscow Mule, and Mojito.

The history of the Negroni is interesting.  It is Italian, of course, but with a twist of American and a splash of British.  At the end of the nineteenth century in the fashionable Florentine cafés in the late afternoon, it was “the hour of vermouth” for gentlemen.  It was all the rage at the time to drink a combination of vermouth and bitter (Campari), garnished with a lemon, that even today is quite loved.  It was first called Milano-Torino (after the cities of origin of the alcohol) and then, ironically, “the American.”  This was the dawn of the Negroni.

Count Camillo Negroni (1868—1934) was an eccentric, creative, and charming member of Florence’s artistic and cultural elite.  One day sometime between 1917 and 1920, he was at an elegant bar in Florence’s town center.  He ordered an “Americano” but then asked the young bartender, Fosco Scarselli, to “strengthen” his drink.  The choice became a British gin, which would raise the alcoholic level without diminishing the beautiful red color.  It was garnished with an orange to distinguish it from its predecessor.  For a brief period, this drink became known as “An Americano in the manner of Count Negroni,” but very soon simply, “Negroni.”

A Negroni is easy to prepare, easy to remember, and easy to order in many languages.  It is

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a third gin, a third of Bitter Campari, and a third of red vermouth mixed in a glass with a lot of ice and a slice of lemon (or orange).  Together with the Bellini, it is the Italian cocktail most known and consumed in the world.  It has seduced many American celebrities, including Orson Welles.  During the ‘50s it became one of the preferred drinks in “transition bars,” the so-called passenger lounges in train stations.  The drink was immortalized in the film “The Roman Spring of Mrs. Stone” (1960), adapted from the novel by Tennessee Williams, where the protagonist orders “a magnificent Negroni’ in one of these bars “to forget [her late husband] and open herself to young love.”  Even Ian Fleming, the creator of James Bond, in his story Risico (1960) became an ambassador for the drink…served, of course, with Gordon gin.

As long-lived and beloved as the Negroni is, there have been variations over time.  In Rome in 1950, the Jubilee year, the barman at the Excelsior Hotel decided to dedicate a cocktail to a cardinal who chose that place for his aperitivo.  Inspired by the color of his “suit” he came up with a variation:  he substituted Martino rosso for the Dry and “The Cardinale” was born.  In the 1970s came The Mistaken Negroni, in which the drink was “lightened” by substituting sparkling wine for gin.  In fact, the bartender in Milan at the time mistook one bottle for another and thinking he was pouring gin, added the brut.  It pleased those who were present and took hold.  In England it is called the Negroni Mistaken and in Spanish-speaking countries, the Negroni Equivocado.

Then there is the Negroski with vodka in place of gin.  And the Western Style Negroni with Wild Turkey bourbon instead of gin, garnished with drops of bitter chocolate.  Fortunately, Count Negroni isn’t around to witness these.

 

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Gli errori più comuni nella lingua italiana…anche fra gli italiani

Di tanto in tanto gli esperti dell’Accademia della Crusca spiegano le regole grammaticali sui quotidiani italiani. Fondata a Firenze nel 1583, questa istituzione di ricerca è la più importante della lingua italiana e la più antica accademia linguistica del mondo.

Ecco alcune regole grammaticali dell’Accademia.

  1. Scrivete “qual è” o “qual’è”?

L’esatta grafia è “qual è” senza apostrofo.  Questo è un esempio di un’apocope vocalica.  Non è un’elisione dove un apostrofo indica che manca una vocale.  “Qual” è simile ai altri aggettivi con lo stesso trattamento: tal, buon, pover (nell’italiano antico) davanti a una consonante.  Per esempio, Qual buon vento vi porta?

  1. Siete d’accordo…o daccordo?

La versione esatta è “d’accordo,” con un apostrofo che sostituisce la “i”, che gli italiani credono sia quasi impronunciabile.  In questo caso, è un’elisione, che è la caduta di una vocale finale, non accentata, che si trova davanti a una parola che inizia con una vocale o “h”. “Daccordo” non esiste.

  1. Fa, fà o fa’?

Si scrive “fa” se si intende la terza persona singolare dell’indicativo del verbo “fare”.  “Fa’ (for fai) indica la seconda persona singolare dell’imperativo del verbo “fare”.  “Fà” è sempre sbagliato.

  1. Accelerare o accellerare?

Le doppie lettere sono sempre un incubo!  Acceleriamo con una “l” perché il verbo deriva dall’aggettivo “celere” che ne ha una.

  1. Perché?

Si dice e si scrive “perché” con la “e” chiusa.  Non si dice “perchè”.  Punto.

  1. Un po o un po’ o un pò?

La forma corretta è “un po’”.  Si tratta infatti di un troncamento della parola poco, e l’apostrofo serve a mettere in evidenza che in quel punto è caduta una sillaba.

  1. Ne o né?

L’accento su “ne” si usa quando si vuole usarlo come negazione.  Per esempio, “Non si può mangiare né bere”, mentre si dice, “Te ne vai così presto?”

  1. Sé, se stesso, sé stessi

Il pronome “sé” si accenta sempre quando è isolato per distinguerlo da “se,” la congiunzione.  Per esempio, “Se lui rifletterà tra sé, capirà”.  Non si accenta davanti a “stesso” e “stessa”, medesimo e medesima, perché qui è chiaro che è un pronome: “Se pensa a se stesso, fa bene”.  Ma attenzione: bisogno di nuovo accentarlo al plurale, in casi come sé stessi e sé stesse per non confonderli con congiuntivi passati di stare: “Mi chiedevi se stessi bene”, mentre se medesimi e se medesime vanno sempre senza accento perché non c’è confusione.

  1. Dassi o dessi?  Stassi o stessi?

“Dessi” e “stessi” sono le forme corrette del congiuntivo imperfetto di “dare” e “stare”.

  1. Il sistema pronominale

Con oggetti diretti si usa “lo” e “la” al singolare maschile e femminile, e “li” e “le” al plurale.  Con oggetti indiretti si usa “gli” e “le” al singolare e “loro” al plurale.  Correggi gli errori nelle frasi seguenti.  Un esamino dentro un esamino:

  1. Chiama Lucia e digli / dille di venire
  2. Gli / lo o la chiamo, per sapere come sta
  3. Li / gli ho fatti scendere dalla macchina
  4. Lo / gli telefono o telefono a Paolo
  5. Le / gli voglio bene o voglio bene a Maria
  6. Li / gli hanno menati

 

  1. Abito a Piazza Navona o abito in Piazza Navona?

Sia “a” che “in” introducono un luogo, ma si usa “a” per luoghi più indeterminati.  “Abito a Genova”.  Si usa “in” per localizzazioni più definite.  “Abito in piazza De Ferrari”.

  1. Marciapiede o marciapiedi o marciappiede?

All’inizio entra nell’italiano come maschile e variabile; il suo plurale è marciapiedi.  Oggi marciapiedi viene comunemente usato anche come singolare e invariabile.  Queste due forme sono entrambe legittime.  Decisamente non ammissibile, invece, è la variante marciappiede.

  1. Quando usare “Piuttosto che”?

È molto in voga usare questa espressione quando state valutando dove andare a cena:  “Possiamo andare in pizzeria, piuttosto che al ristorante cinese, piuttosto che “Olio e Limone”. “Piuttosto che” vuol dire “anziché”, “invece di”; “o” e “oppure” sono meglio.  Usate l’espressione solo se avete già deciso che stasera volete andare a cena in pizzeria, piuttosto che al ristorante cinese.

  1. Qual è il plurale di “Pronto Soccorso”?

In generale, si tiene la forma invariabile al plurale: i pronto soccorso.  Ma è in uso anche la versione “i pronto soccorsi” e, molto più raro, “i pronti soccorso”.  La Crusca ha una posizione “aperta”: “Nonostante la situazione non sia ancora del tutto stabilizzata, la scelta preferibile, a nostro parere, è considerare la sequenza pronto soccorso invariabile al plurale”.

 

 

 

 

 

 

 

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Se Dante fosse nato in Sicilia…?

A scuola ad Orvieto, la mia insegnante mi ha insegnato molto riguardo l’evoluzione della lingua italiana ed il ruolo e la storia dei dialetti.  Abbiamo letto insieme un’intervista al professor Gian Luigi Beccaria, che è un linguista e storico della lingua italiana.  Ecco alcune delle cose che ho imparato.

Dal punto di vista linguistico, la lingua nazionale e i dialetti italiani hanno la stessa nobile origine, cioè il latino.  È sbagliato pensare che i dialetti siano una corruzione dell’italiano.  Ma è vero che ognuno ha un ruolo specifico: Uno di quelli è la lingua della comunicazione all’interno della Repubblica Italiana; gli altri hanno un uso più limitato – fra le famiglie e gli amici, o fra la gente all’interno di una zona geografica.

La storia ha influenzato tutte le regioni e quindi tutti i dialetti.  Le invasioni, le guerre, e gli sviluppi sociali e politici hanno formato i dialetti.  Alcuni sono rimasti un mezzo di comunicazione tra gli abitanti di un’area specifica, mentre altri hanno prodotto opere letterarie.  Per esempio, il siciliano nel Duecento produsse una grande scuola poetica, la prima in Italia.

Il dialetto toscano è arrivato più tardi, verso la fine del Medioevo.  Si è sviluppato grazie al contributo di scrittori come Dante (1265-1321, nato a Firenze), Petrarca (1304-1374, nato ad Arezzo) e Boccaccio (1313-1375, nato a Certaldo vicino a Firenze), che sono considerati i padri della letteratura italiana.  Per ragioni culturali e letterarie, è successo che autori del nord e del sud hanno iniziato a scrivere in dialetto toscano.  Man mano il toscano ha acquistato una posizione predominante.  Gli autori che volevano essere letti e ascoltati da più persone possibili erano obbligati a conoscere ed usare questo linguaggio.  Il grande scrittore italiano, Alessandro Manzoni (1785-1873), autore de “I Promessi Sposi”, è nato a Milano ma ha viaggiato a Firenze per migliorare le sue abilità di scrittore.

Manzoni è diventato un simbolo del Risorgimento.  Di conseguenza, come la lingua della letteratura si è diffusa, il toscano è stato adottato come la lingua “ufficiale” del Paese all’epoca dell’Unità d’Italia (1861).  Ma è accaduto naturalmente.  Non esiste alcuna autorità politica o religiosa che abbia imposto la lingua toscana come lingua nazionale.  In Francia, la lingua nazionale è stata stabilita dalla legge e in Inghilterra la scelta è stata politica: la lingua nazionale divenne il dialetto della famiglia reale.

Naturalmente, nel tempo, ogni lingua cambia.  Per esempio, ogni anno vengono aggiunte nuove parole all’ Oxford English Dictionary.  Nonostante le proteste dei puristi, l’italiano standard è stato anche influenzato progressivamente da altri italiani, in termini di vocabolario, sintassi e pronuncia.  La più grande influenza sulla diffusione dell’italiano negli ultimi 50 anni è stata la televisione.  Dalla sua introduzione negli anni cinquanta, le persone andavano al bar per guardare ed ascoltare la televisione, che è diventata una sorta di scuola di lingua.  Poi negli anni ’60 la gente cominciò ad acquistare televisori per le loro case.  In meglio o in peggio, la televisione è diventata l’invenzione sociale che ha unito il paese linguisticamente.

Eppure l’Italia oggi ha più dialetti per ettaro quadrato rispetto ad altri paesi.  Questo perché l’unità politica è stata raggiunta molto tardi rispetto, per esempio, alla Francia e all’Inghilterra.  Città come Torino, Milano, Bergamo, Venezia, e Padova hanno avuto durante tutta la storia interessi politici e sociali completamente autonomi, che hanno prodotto una diversa evoluzione nei loro propri dialetti.  Così, anche oggi, non solo ogni regione d’Italia possiede un proprio dialetto specifico, ma esistono anche differenze all’interno di una singola città.

Ad esempio, il dialetto ligure non solo è diverso dal dialetto della regione piemontese, ma il dialetto parlato a Genova è diverso anche da quello che si parla ad Imperia ed a La Spezia.  Naturalmente, i dialetti del nord e del sud sono molto diversi.  Esistono più somiglianze tra il piemontese e il francese che tra il piemontese ed il calabrese.  In Piemonte, si dice buchèt, simile al bouquet (al posto del mazzo in italiano standard), mentre in Calabria conserva tracce di antico greco.  Infatti, la mia insegnante, Eva, che proviene dalla Calabria, mi ha detto che quando va in Grecia e parla il suo dialetto, a volte viene capita.

Eva ha riassunto i 3 gruppi generali di dialetti in Italia.  A nord, i dialetti sono influenzati dal francese e tedesco.  Nell’Italia centrale, sono più strettamente legati al latino.  E nel sud, i dialetti sono influenzati dal greco, spagnolo, e arabo.

 

 

 

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If Dante had been born in Sicily…

In school in Orvieto, my teacher taught me a lot about the evolution of the Italian language and the role and history of dialects.  We read together an interview of professor Gian Luigi Beccaria, who is a linguist and historian of the Italian language.  Here are some things I learned.

From a linguistic point of view, the national language and Italian dialects have the same noble origin, that is, Latin.  It is a mistake to think that dialects are a corruption of Italian.   It is true that each has a specific role:  One is a language of communication within the entire Italian Republic; dialects have a more limited use within families and friends, or among people within a smaller geographic area.

History influenced all regions and therefore all dialects.   Invasions, wars, and social and political developments shaped the dialects.  Some remained a means of communication among the inhabitants of a certain area, while others produced literary documents.  For example, Sicilian in the twelfth century produced a great poetical school, the first in Italy.

The Tuscan dialect came later, toward the end of the Middle Ages.  It was due to the consent of writers like Dante (1265-1321, born in Florence), Petrarch (1304-1374, born in Arezzo), and Boccaccio (1313-1375, born in Certaldo near Florence), who are considered the fathers of Italian literature.  These authors began to write in their Tuscan dialect.  As it gained a prominent position over other dialects, other authors who wanted to be read and listened to by as many people as possible were obliged to know and use this language.   For example, the great Italian writer Alessandro Manzoni (1785-1873), author of “The Betrothed,” was born in Milan but traveled to Florence to improve his writing skills.

Manzoni became a symbol of Italian “Risorgimento.”  Hence, from a prevalent literary language, Tuscan was adopted as the “official” language of the country at the time of the Unification of Italy (1861).  But it happened naturally.  There was no political or religious authority that imposed Tuscan as the national language.  In France, the language was established by law, and in England, the choice was political—the dialect of the royal family became the national language.

Of course, over time, every language changes.  New words are added to the Oxford English Dictionary every year.  Despite the protests of purists, standard Italian has also been progressively affected by other Italian parlances, in terms of vocabulary, syntax, and pronunciation.  The greatest influence over the past 50+ years has been television.  From its introduction in the 1950s, people went to bars to watch and listen to television, which became like a language school.  Then in the 1960s people began to purchase television sets for their homes.  For better or for worse, the television was the social invention that united the country linguistically.

Yet Italy today has more dialects per square hectare than other countries.  This is because political unity was achieved late compared to, for example, France and England.  Cities like Turin, Milan, Bergamo, Venice, and Padua had throughout history completely autonomous political and social affairs, which produced a different evolution in their dialects.  So even today not only does every region (there are 20) possess its own specific dialect, but also there are differences within a single city.

For example, the Ligurian dialect is not only different from the dialect in the Piedmont region, but the dialect spoken in Genoa is different from the ones spoken in Imperia and La Spezia (other cities in Liguria).  Of course, the dialects from distant regions in the north and the south are very different.  For example, there are more similarities between Piedmontese and French than between Piedmontese and Calabrese; one says buchèt, similar to bouquet, instead of standard Italian mazzo, in Piedmont, whereas Calabrese retains traces of ancient Greek.  In fact, my teacher Eva, who originally comes from Calabria, said that when she goes to Greece and speaks her dialect, she can be understood—more or less.

Eva summarized the 3 general groups of dialects in Italy.  In the north, the dialects are influenced by French and German.  In central Italy, they are more closely related to Latin.  And in the south, the dialects are influenced by Greek, Spanish, and Arabic.

 

 

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I momenti salienti del nostro viaggio ad Orvieto

Innanzitutto, Guglielmo ed io ringraziamo i nostri amici Susan Forkush ed Adrian Misarti per una visita incantevole.  Susan, che abita anche a Santa Barbara, abita nel centro di Orvieto.  Adrian, che era un collega di Guglielmo all’università molti anni fa, abita in una periferia di Orvieto.  Grazie a Susan, abbiamo conosciuto molte persone ad Orvieto, tra cui Roy, Victoria, Davide, e Laurie.  E grazie ad Adrian, abbiamo conosciuto il suo partner, Alessandra che viene da Napoli, e la figlia di Adrian, Nicole, che è cresciuta a Milano, parla italiano, e ora, fa la scienziata, abita in Alaska, e visita suo padre ogni anno.

Un momento molto speciale per noi è stato quando i genitori di Jacopo Giacopuzzi, un pianista eccellente che abita a Santa Barbara, ci hanno visitato.  Patrizia e Claudio abitano a Verona, una città a 315 chilometri (195 miglia) da Orvieto.  Abbiamo cenato insieme la sera di venerdì Santo e poi abbiamo fatto una passeggiata per vedere una processione del candelabro.  Il giorno successivo siamo andati a Civita di Bagnoregio, un piccolo paese medioevale bellissimo dove i visitatori salgono una collina molto ripida per arrivare al paese, ma ne è valsa la pena.  Poi…il picnic vicino al Lago di Bolsena.  Magnifico!

Ecco le cose che ci sono piaciute o abbiamo imparato di questo viaggio

  • La colomba, un dolce, per la Pasqua, ma anche la torta sbrisolona da Montava, che i Giacopuzzi hanno portato
  • Le insegne davanti ai negozi che elencano i prodotti locali e tipici: la porchetta, il cinghiale, altre carni; le paste come gli umbrichelli e anche gli strozzapreti e le tagliatelle; e il vino molto famoso—l’orvieto classico
  • Altre insegne che dicono “Affittasi” o “Vendesi” – un segno del clima economico duro in Italia e anche forse un cambiamento sociale dove i figli non vogliono più abitare nelle case dei genitori in piccoli paesi ma preferiscono città più grandi
  • Le verdure della stagione come i carciofi, le fave, e gli asparagi—al mercato in Piazza del Popolo
  • L’iconico Duomo di Orvieto con la bellissima facciata con i mosaici, gli affreschi di Signorelli all’interno, e le campane che suonano ogni giorno alle 8:45 e a mezzogiorno
  • Orvieto è noto anche per i suoi pozzi sotterranei. Il cibo veniva immagazzinato sotto terra che ha permesso a molti papi di sopravvivere qui nel corso dei secoli.  Inoltre, i pozzi a nido d’ape forse hanno salvato Orvieto dai terremoti
  • Ogni mattina, un cornetto e un caffè, in un bar diverso, al fresco
  • Corso Cavour, la strada principale di Orvieto, che percorre la città alla funicolare. (Mi chiedo se Corso Cavour sia uno dei nomi di strada più comuni in Italia.)
  • La funicolare che scende ad Orvieto Scalo; molte città medioevali che sono state costruite sulle colline o sui massi hanno “uno scalo” dove c’è una stazione ferroviaria
  • Umbria è conosciuta come “il cuore verde” d’Italia—le colline bellissime con tutte le tonalità delle nuove foglie sulle viti d’uva al verde scuro degli alberi di cipresso.
  • Escursioni ai paesi vicini e affascinanti come Rocca Ripesena, Castel Viscardo, Allerona, Castiglione in Teverina
  • Il Tevere è il fiume terzo più lungo in Italia, che sorge nei Monti Appennini in Emilia Romagna e che scorre 406 chilometri tra Umbria e Lazio

 

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Highlights of our trip to Orvieto

To begin, Bill and I would like to thank our friends, Susan Forkush and Adrian Misarti, for an unforgettable visit to Orvieto.  Susan, who also lives in Santa Barbara, lives in the historic center of Orvieto.  Adrian, who was a university colleague of Bill’s many years ago, lives in the countryside outside of Orvieto.  Through Susan we met many fun people, including Roy, Victoria, David, and Laurie.  And through Adrian, we met his partner, the charming and interesting Alessandra who originally came from Naples, and Adrian’s daughter, Nicole, who grew up in Milan, speaks Italian, and is a scientist in Alaska who visits her dad every year.

A very special time for us was when the parents of Jacopo Giacopuzzi, an excellent pianist who lives in Santa Barbara, visited us.  Patrizia and Claudio live in Verona, a city 315 kilometers (195 miles) north of Orvieto.  We had dinner together and then took a walk through Orvieto to see the Good Friday candlelight procession.  The next day we went to Civita di Bagnoregio, a small and beautiful Medieval town where visitors must climb a long, steep hill to get there.  But it is worth it.  Then…a welcome picnic at Lake Bolsena!

Here are some things that we really loved or learned on this trip:

  • La colomba (the dove), a pastry typical at Easter, and also “la torta sbrisolona” from Mantua, which the Giacopuzzi brought for our festivities
  • The signs in front of the stores that proudly list local products:  la porchetta (similar to a pork loin), il cinghiale (wild boar meat), and other meats; pastas like umbrichelli and also strozzapreti and tagliatelle; the the famous wine of the area–Orvieto Classico
  • Other signs that read “For Rent” or “For Sale”– a sign of the hard economic times in Italy but also perhaps a sign of social change where children no longer want to live in parents’ houses in small towns but prefer larger cities
  • The seasonal vegetables–artichokes, fava beans, and asparagus–at the market in Piazza del Popolo
  • The iconic Duomo of Orvieto with its beautiful mosaic facade, the Signorelli frescoes inside, and the bells that ring every day at 8:45 and noon
  • Orvieto is also known for its underground wells.  Food could be stored underground in the past and allowed many popes over the centuries to survive in this city.  Moreover, the “caves” form a sort of honeycomb that perhaps cushions Orvieto from earthquakes.
  • Every morning, a cornetto (croissant) and a coffee (espresso) at a different bar
  • Corso Cavour, “main street” in Orvieto, that runs through the city to the funicular (I wonder if Corso Cavour is one of the most common street names in Italy)
  • The funicular that descends to Orvieto Scalo; it seems that many Medieval towns on hills  have “a scalo” below where there usually is a train station
  • Umbria is known as the green heart of Italy–the gorgeous rolling hills with so many shades of green from the new growth on the grape leaves in the vineyards to the dark green of the cypress trees
  • Day trips to charming nearby towns like Rocca Ripesena, Castel Viscardo, Allerona, and Castiglione in Teverina
  • Finally, I didn’t know that the Tiber existed beyond Rome.  In fact, it’s the third longest river in Italy that originates in the Apennines in Emilia-Romagna and flows 406 kilometers from Umbria to Lazio
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