Welcome to Olivo Santa Barbara

L’Olivo Santa Barbara is a blog about cultural similarities and differences between Italy and the United States, with some emphasis on Santa Barbara, California.  The blog addresses history, travel, film, music, art, food, and people and animals.  Following an introduction in English, you can choose to read each post in Italian or English.  Comments are welcome, as are ideas for future posts.

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I due carpacci

Il carpaccio è un antipasto che frequentemente appaia sui menù italiani, così come sui menù di altre cucine.  Tradizionalmente, è carne di manzo cruda tritata molto sottile e condita con olio d’oliva e succo di limone.  Nel corso del tempo, il carpaccio si è evoluto fino ad includere carne di vitello, cervo, salmone, tonno e persino anatra, anch’essa tagliata sottilmente e servita a crudo.  Le sue salse per il condimento sono varie: capperi e cipolle, tartufo bianco, parmigiano e persino salse a base di maionese.

Il carpaccio fu inventato nel 1950 da Giuseppe Cipriani, il proprietario del famoso Harry’s bar di Venezia.  Secondo la leggenda, la contessa Amalia Nani Mocenigo, una fedele cliente, una serata disse a Cipriani che i suoi medici le avevano consigliato di non mangiare carne cotta. Quindi, cosa avrebbe potuto preparare per lei?  Cipriani tornò in cucina e creò fette sottili di carne cruda condite con olio d’oliva, succo di limone, sale e pepe.  Quando gli chiese il nome del piatto, lui pensò rapidamente alla mostra di Venezia che all’epoca era sulle opere del pittore Carpaccio, il cui uso del rosso ricordava a Cipriani il piatto che aveva creato.

Vittore Carpaccio era un pittore rinascimentale della scuola veneziana. La sua data di nascita non è certa, ma le opere principali furono realizzate dal 1490 al 1519, inserendosi così tra i primi maestri del rinascimento veneziano.  È ben noto per un ciclo di nove dipinti, chiamati La Legenda di Sant’ Ursula.  Molti di capolavori di Carpaccio erano murali staccabili su larga scala per le sale delle scuole veneziane, costituite da confraternite caritatevoli e sociali.  La gran parte delle sue opere migliori rimangono a Venezia nelle Gallerie dell’Accademia.

Vittore Carpaccio studiò sotto il pittore Gentile Bellini.  Ironicamente, durante il ventesimo secolo la popolarità del carpaccio cresceva contemporaneamente a quella della bevanda che spesso veniva abbinata al carpaccio, cioè il Bellini, realizzata con succo di pesca e prosecco.    Tutto ciò ha avuto origine a Venezia.

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Carpaccio times 2

Carpaccio is an antipasto that frequently appears on Italian menus, as well as in other cuisines.  In its traditional form, it is very thinly sliced raw beef drizzled with olive oil and lemon juice, and seasoned with salt and pepper.  Over time, carpaccio has evolved to include veal, venison, salmon, tuna, and even duck, which has been either pounded thin or sliced thinly, and served raw.  Its sauces are as varied:  capers and onions, white truffle, parmesan, and even mayonnaise-based sauces.

Carpaccio was invented in 1950 by Giuseppe Cipriani, the owner of the famous Harry’s bar in Venice. According to legend, the Countess Amalia Nani Mocenigo was a loyal client.  One night she informed Cipriani that her doctors had advised her not to eat cooked meat.  What could he prepare for her?  Cipriano returned to the kitchen and came up with paper-thin slices of raw beef seasoned with olive oil, lemon juice, and salt and pepper.  When she asked him the name of the dish, he quickly thought of the exhibition in Venice at the time of the works of the painter Carpaccio, whose use of red  reminded Cipriani of the dish he had created.

Vittore Carpaccio was a Renaissance painter of the Venetian school.  His date of birth is uncertain, but his principal works were executed between 1490 and 1519, ranking him among the early masters of the Venetian Renaissance. He is best known for a cycle of nine paintings, The Legend of Saint Ursula.  Many of Carpaccio’s major works were large-scale detachable wall paintings for the halls of Venetian schools, which were charitable and social confraternities.  Most of his best works remain in Venice in the Gallerie dell’Accademia.

Vittore Carpaccio studied under Gentile Bellini.  Ironically, as the popularity of carpaccio as an antipasto spread during the twentieth century, it was often paired with a drink called a bellini, which is made with peach nectar and prosecco.  It also originated in Venice.

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La Monaca di Monza

Ne “I Promessi Sposi”, Alessandro Manzoni la chiama “Gertrude”.  Il nome alla nascita era Marianna de Leyva ma lei prese il nome di sua madre, Virginia Maria, quando divenne suora.  La storia della sua vita—piena di sesso, scandali, potere, denaro e omicidio—non solo è stata trasformata in innumerevoli film e spettacoli teatrali, ma ha anche contribuito a generare un sottogenere cinematografico chiamato “nunsploitation”.  Questi film, che hanno raggiunto il picco negli anni ’70, coinvolgono solitamente suore cattoliche, che vivono nei conventi durante il Medioevo. La storia implica un conflitto religioso o sessuale, come anche l’oppressione religiosa o la soppressione sessuale dovuta al celibato.

Marianna de Leyva nacque a Milano nel 1575.  Suo padre era il conte di Monza e sua madre era figlia di un potente banchiere milanese.  Sua madre morì di peste quando Marianna aveva solo un anno.  Sebbene Marianna fosse destinata ad ereditare un’enorme fortuna, una serie di intrighi riuscirono a escluderla dalla sua eredità.  Affidata a una zia, entrò nel monastero di Santa Margherita a Monza nel 1591 assumendo il nome battesimale di sua madre, Virginia Maria. Uno scrittore contemporaneo la descrisse come “modesta”, “rispettosa” e “obbediente”; faceva amicizie facilmente e si divertiva a leggere il più possibile.  Divenne insegnante nella scuola per ragazze del convento.

Nel 1597, suor Virginia incontrò il conte Giovanni Paolo Osio, che viveva in una casa accanto al monastero.  Cominciò a scambiare lettere con Osio, consegnate nel suo giardino attraverso una corda calata da una finestra del convento.  La liaison progredì e fu facilitata dall’uso di chiavi contraffatte fornite da un fabbro.  I loro incontri furono organizzati con la complicità di altre suore e un prete, che era amico intimo di Osio.

Nel 1602, suor Virginia partorì un figlio nato morto.  Un anno dopo, diede alla luce una figlia che successivamente visse con suo padre.  Nel giro di pochi anni, una delle monache del convento minacciò di rivelare la relazione. Osio la uccise, apparentemente con la complicità di suor Virginia e altre monache.  Suor Virginia minacciò tutte le suore complici che avrebbero subito lo stesso destino se avessero rivelato il crimine.  Osio uccise anche il fabbro che aveva fatto le chiavi.

Tuttavia, le voci sul convento divennero più frequenti e giunsero all’attenzione del governatore di Milano.  Nel 1607 Osio fu arrestato.  Successivamente fuggì dal carcere e in seguito fu condannato a morte in contumaciaAlla fine fu assassinato da un presunto amico.  Quando l’arcivescovo venne a conoscenza dello scandalo, ordinò un processo canonico su suor Virginia.  Lei si difese rivendicando la perdita del libero arbitrio, affermando che forze diaboliche avevano provocato impulsi irresistibili in lei.  Venne torturata sia lei, che il prete che aveva facilitato la liaison.  Suor Virginia fu condannata a essere “murata viva” per 13 anni nella Casa di Santa Valeria. Visse lì fino alla sua morte, avvenuta nel 1650.

Nel suo romanzo, Manzoni (1785 – 1873) dà una lunga e dettagliata analisi psicologica della figura di Gertrude come vittima dell’ingiustizia e della tirannia. La storia è raccontata in flashback, che suggeriscono un angosciante segreto nella vita della monaca.  Manzoni descrive anche i crimini sordi del suo amante Egidio, raffigurante la spietatezza e la vanità del mondo aristocratico.  Nel romanzo, Egidio spinge Gertrude a diventare complice nell’omicidio di una monaca; questo è il suo tormentoso segreto.  L’opinione di Manzoni su Gertrude è che è uno strumento debole del male, incapace di resistere a minacce e tentazioni, ma fondamentalmente non è crudele.  Nel finale de I Promessi Sposi,Manzoni racconta della penitenza di Gertrude e della sua espiazione.

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The Nun of Monza

In Promessi Sposi, Alessandro Manzoni calls her “Gertrude.”  Her given name at birth was Marianna de Leyva but she assumed her mother’s name, Virginia Maria, when she became a nun.  The story of her life — full of sex, scandal, power, money, and murder — was not only made into countless films and theatrical performances, but it also spawned a film subgenre called “Nunsploitation.”  These films, which peaked in Europe in the 1970s, typically involve Christian nuns living in convents during the Middle Ages. The story generally involves either a religious or sexual conflict, such as religious oppression or sexual suppression due to living in celibacy.

Marianna de Leyva was born in Milan in 1575.  Her father was the Earl of Monza and her mother was the daughter of a powerful Milanese banker.  Her mother died of the plague when Marianna was only one year old.  Although Marianna was destined to inherit a huge fortune, a series of intrigues managed to exclude her from her inheritance.  Entrusted to an aunt, she entered the monastery of Santa Margherita in Monza in 1591 assuming the baptismal name of her mother, Virginia Maria.  A contemporary writer described her as “modest,” “respectful,” and “obedient”; she made friends easily and enjoyed reading as much as possible.  She became a teacher at the convent’s school for girls.

In 1597 sister Virginia Maria met count Giovanni Paolo Osio, who lived in a house next to the monastery.  She began to exchange letters with Osio, delivered to his garden through a rope lowered from a window in the convent.   The liaison progressed and was facilitated by the use of counterfeit keys provided by a blacksmith.  Their meetings were organized with the complicity of other nuns and a priest, who was a close friend of Osio.

In 1602, Virginia Maria gave birth to a stillborn boy.  A year later she gave birth to a girl who subsequently lived with her father.  Within a few years one of the nuns at the convent threatened to expose the relationship. Osio killed her, apparently with the complicity of Sister Virginia and other nuns.  Virginia Maria threatened all the complicit nuns that they would suffer the same fate if they revealed the crime.  Osio also killed the blacksmith who had made the keys.

However, rumors about the convent became more frequent and came to the attention of the governor of Milan.  In 1607 Osio was arrested.  He subsequently escaped from prison and was later given a death sentence in absentia.  He was eventually murdered by an alleged friend.  When the archbishop learned of the scandal, he ordered a canonical trial of Sister Virginia.  She defended herself by claiming loss of free will, asserting that diabolic forces had caused irresistible impulses in her.  Torture was used on her and the priest who had facilitated the liaison.  Sister Virginia was sentenced to be walled-in for 13 years in the Home of Santa Valeria. She lived there until her death in 1650.

In his novel, Manzoni (1785-1873) gives a long and detailed psychological analysis of the figure of Gertrude as a victim of injustices and tyranny.  The story is told in flashbacks, which suggests an anguished secret in the nun’s life.  Manzoni also describes the sordid crimes of her lover Egidio (Osio), depicting the ruthlessness and vanity of the aristocratic world.  In the novel, Egidio pushes Gertrude to become an accomplice in the murder of a nun; this is her tormenting secret.  Manzoni’s view of Gertrude is as a weak tool of evil, unable to resist threats and temptations, but basically not cruel.  In the finale of I Promessi Sposi, Manzoni tells of the penance of Gertrude and her atonement.

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Cemento Romano

Nell terremoto di Amatrice, nell’agosto 2016, hanno perso la vita quasi 300 persone e molti edifici sono andati distrutti.  Per molte persone nella zona gli edifici in Piazza Sagnotti si sono dimostrati un punto interrogativo: perché alcuni sono rimasti indenni dalle scosse, senza nemmeno una crepa, mentre altri completamente crollati?  Si è scoperto che gli edifici rimasti intatti sono privati, mentre quelli crollati erano pubblici.  Un ingegnere, che è anche un consulente della Procura, ha recentemente ricostruito le cause del crollo di due palazzine pubbliche.  “La prima volta che visitai i crolli, mi resi conto che si era verificato l’effetto “pancake”, cioè un cedimento a strati dei diversi piani dell’edificio”.  Crede che i costruttori abbiano cercato di risparmiare denaro sul cemento e sulle staffe, sui rinforzi e sullo spessore dei pilastri.  Hanno usato cemento scadente.  E lui crede che ci sia stata conformità con i piani di costruzione—ma gli ispettori hanno fatto un lavoro scarso o hanno chiuso un occhio su qualche aspetto.

Triste. Non etico. Ora criminale. È anche ironico che un cemento di scarsa qualità sia venuto dalla terra che ha visto nascere il miglior cemento del mondo. È stato a lungo un mistero il motivo per cui il cemento romano usato per il Colosseo, il Pantheon e i Mercati di Traiano – con poca o nessuna manutenzione – sia durato per più di 2.000 anni, mentre il calcestruzzo moderno mostra segni di degrado appena dopo 50 anni. Secondo un ricercatore dell’Università della California, a Berkeley, “il cemento romano è uno dei materiali da costruzione più durevoli del pianeta”. Ciò che è ancora più sbalorditivo è che è sopravvissuto anche all’acqua salata. Oltre al suo uso in monumenti e strutture, era usato anche per costruire porti, moli, frangiflutti e altre strutture portuali. La spedizione marittima erano linfa vitale per la stabilità politica, economica e militare dell’impero romano, quindi costruire dei porti che sarebbero durati nel tempo era di fondamentale importanza.

Nonostante la sua durata, il cemento romano è in realtà 10 volte più debole del cemento moderno. La risposta a questo enigma sta nella composizione del calcestruzzo romano, descritto intorno al 30 a.C. da Vitruvio, un ingegnere di Ottaviano, divenuto poi imperatore. L’elemento fondamentale era la cenere vulcanica, che i Romani mischiavano con la calce per formare la malta. Veniva preparato in un mortaio e poi i blocchi di roccia venivano messi in stampi di legno, poi immersi in acqua di mare. Quando l’acqua salata si infiltrava nelle fessure nel cemento, scioglieva parte della cenere permettendo ai minerali di espandersi. Ciò contribuiva a legare e a rafforzare il calcestruzzo. Pertanto, l’acqua salata, che è così dannosa per il cemento moderno, era invece una virtù nelle costruzioni romane.

Inoltre la produzione di calcestruzzo romano lasciava un residuo di carbonio inferiore rispetto a quella moderna. La creazione di cemento moderno richiede combustibili fossili per bruciare calcare e argille a circa 1.450 gradi Celsius. Circa il 7% delle emissioni globali di anidride carbonica proviene ogni anno da questa produzione, mentre il calcestruzzo romano era molto “più pulito” perché richiedeva temperature più basse – circa 2/3 inferiori a quelle necessarie per produrre cemento moderno.

Perché l’uso del cemento romano è scomparso? Quando l’impero romano tramontò e le spedizioni marittime pure, la necessità di calcestruzzo diminuì di conseguenza. Inoltre, le strutture originali erano così ben costruite da non dover essere sostituite. Perché il cemento romano oggi non viene usato sia in Italia, che negli Stati Uniti?  Per un paio di motivi: non è ottimale per quelle costruzioni che necessitano di un indurimento più rapido. Inoltre, mentre la “ricetta” del passato è conosciuta, le dosi esatte non lo sono.  Ma i ricercatori non rinunciano alla ricerca di un cemento moderno più ecologico e duraturo. Si stanno provando diverse soluzioni che fanno uso di cenere. La cenere volante (fly ash) è un prodotto industriale derivante dalla combustione del carbone che viene comunemente utilizzato per produrre calcestruzzo moderno e verde, ma non ci sono forniture sufficienti in tutto il mondo. Un’altra soluzione sarebbe fare ciò che facevano i Romani: trovare scorte adeguate e usare la cenere vulcanica.

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Roman Concrete

The Amatrice earthquake in August 2016 killed nearly 300 people and caused widespread destruction. For many people, the buildings in Piazza Sagnotti were especially a puzzle:  why did some buildings survive without a crack while others completely collapsed?  It turns out that the buildings that are standing are private, whereas those that collapsed were public.  An engineer, who is also a consultant for the Public Prosecutor’s Office, has reconstructed the causes of the collapsed public residential buildings.   “The first time I visited the site, I realized that the “pancake effect” had occurred, that is, a layering of the different floors of the building.”  He believes that the builders tried to save money on the concrete and the brackets, on the reinforcements and on the thickness of the pillars.  They used poor quality concrete.  And he believes that compliance with building plans –well, either the inspectors did a poor job or were motivated to “turn a blind eye.”

Sad. Unethical. Now criminal.  It is also ironic that such poor-quality concrete came from the land that gave birth to the best cement and concrete ever invented.  It has long been a mystery why Roman concrete structures like the Colosseum, the Pantheon, and Trajan’s markets—with little or no maintenance– have survived more than 2,000 years while modern concrete shows signs of degradation within 50 years.  According to one University of California Berkeley researcher, “Roman concrete is one of the most durable construction materials on the planet.”  What is even more astounding is its survival in the unforgiving saltwater environment. Besides its use in monuments and structures, it was used to construct ports, wharves, breakwaters, and other harbor structures. Shipping was the lifeline of political, economic and military stability for the Roman Empire, so constructing harbors that would last was critical.

Despite its durability, Roman concrete is actually 10 times weaker than modern concrete.  The answer to this conundrum lies in the recipe for Roman concrete, which was described around 30 B.C. by Vitruvius, an engineer for Octavian, who became Emperor Augustus.  The critical ingredient is volcanic ash, which the Romans mixed with lime to form mortar.  They packed the mortar and rock chunks into wooden molds immersed in seawater.  When the saltwater infiltrated tiny cracks in the concrete, it dissolved some of the ash, which allowed minerals to grow. This helped to bond and strengthen the concrete.  Therefore, the saltwater, which is so damaging to modern concrete, became a virtue in Roman construction.

The manufacturing of Roman concrete also leaves a smaller carbon footprint than its modern counterpart. The creation of modern cement requires fossil fuels to burn limestone and clays at about 2,642 degrees Fahrenheit (1,450 Celsius).  Approximately 7% of global carbon dioxide emissions every year comes from this production, whereas Roman concrete is much “cleaner” because it requires lower temperatures—about 2/3 of those required for making modern cement.

Why did the use of Roman concrete decrease?  As the Roman Empire declined and shipping declined, the need for seawater concrete declined.  In addition, the original structures were built so well that they didn’t need to be replaced.  Why isn’t Roman concrete used today in both Italy and the United States?  There are a couple of reasons:  It is not ideal for construction where faster hardening is needed. In addition, while the “recipe” of the past is known, the exact doses are not.  But researchers are not giving up in their search for a more earth-friendly and durable modern concrete.  One avenue of investigation is finding enough fly ash or an acceptable alternative. Fly ash is an industrial waste product from the burning of coal that is commonly used to produce modern, green concrete, but there are not sufficient supplies worldwide.   Another research avenue is to do as the Romans did: Find and use volcanic ash.

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Che sciocchezza (it’s baloney)!

Virginio Merola, il sindaco della città italiana di Bologna, preferisce chiamarla “la notizia falsa”.  È irritato dal fatto che i turisti che vengono nella sua città chiedono gli spaghetti alla bolognese (o “spag bol”) nei ristoranti locali. Afferma che non esistono.  E sta lanciando una campagna di sensibilizzazione per insegnare alla gente la verità.

“Cari cittadini, sto collezionando foto di spaghetti alla bolognese in giro per il mondo, a proposito di fake news”, Merola ha scritto su Twitter, postando la foto di una lavagnetta di un locale di Londra dove si servono gli spaghetti al ragù come “specialità della casa” a 6.95 sterline.  “Questa è da Londra.  Se potete, inviatemi le vostre”.  Merola raccoglie tutte le foto per esibirle alla FICO Eataly World, che è il parco del cibo più grande al mondo che ha aperto nel novembre 2018 a Bologna.

Gli spaghetti alla Bolognese – o “spag bol” – non esistono in Italia, eppure sono famosi in tutto il mondo.  Merola è felice che attirano l’attenzione sulla sua città, ma preferisce che Bologna sia conosciuta per la qualità di cibo che è parte della tradizione culinaria, come tagliatelle, i tortellini e le lasagne.  Ciò che si trova a Bologna è “il ragù”, un sugo fatto con carne con cui si condiscono spesso le tagliatelle, una pasta all’uovo lunga, larga e porosa adatta per assorbire questo sugo.

Orgogliosa della sua forte cultura alimentare, Bologna ospita anche la mortadella, una grande salsiccia affettata come un salume. È prodotta con carne finemente macinata e piccoli cubetti di grasso di maiale, aromatizzato con spezie come pepe nero intero o macinato, bacche di mirto e/o pistacchi.  È la cugina della “bologna”, le fette di maiale incredibilmente rose e perfettamente rotonde, che negli Stati Uniti venivno schiaffeggiate tra fette di pane bianco e servite nei cestini da pranzo dei bambini delle scuole molti anni fa.  Nell’Isola di Terranova, c’è un cibo popolare per la colazione chiamato “Newfie Steak”. In Gran Bretagna, si parla di “polonia”, che può essere derivata dalla Polonia o dalla città italiana famosa per le sue salsicce.

In America, la “bologna” è spesso pronunciata e scritta come “baloney”, che è anche un termine gergale comune.  L’espressione decollò negli anni ’30 grazie ad Alfred E. Smith, governatore dello stato di New York, che usava spesso il termine “baloney” in riferimento alla burocrazia di Washington DC.  Dire che “una persona è piena di baloney” significa che è piena di falsità, assurdità e idiozia.

Allora, perché gli americani pronunciano il nome della carne “baloney” e non “bologna”?  Una teoria linguistica sostiene che le parole italiane che finiscono in “-ia” come Italia, Sicilia e Lombardia in inglese prendono “-y” diventando Italy, Sicily e Lombardy. Ma è “bologna” e non “bolognia”. Altri credono che potrebbe derivare dalla propensione degli italiani ad accorciare parole come il prosciutto al “prosciut” o alterazioni che si vedono spesso nei dialetti italiani.

In sintesi, cosa è la “baloney”?  Ci sono almeno 3 risposte: “spag bol”, burocrazia governativa e maiale rosa spalmato di senape.  Anche pieno delle schiochezze.

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