Koko

Koko è morta nel giugno 2018.  Mi rende molto triste perché ho seguito “la carriera” del gorilla e la sua addestratrice Penny Patterson.  Sono sempre stata affascinata dal legame tra animali e umani e dai linguaggi.  Koko era speciale perché le era stato insegnato il linguaggio dei segni per comunicare con gli umani.

È nata il 4 luglio 1971 allo zoo di San Francisco. A circa 1 anno ha iniziato a imparare il linguaggio dei segni da Patterson (per la sua tesi di dottorato) prima allo zoo e poi alla Gorilla Foundation a Woodside, vicino all’Università di Stanford.  Koko capiva 2.000 parole inglesi e aveva un quoziente intellettivo di 75-95 punti (l’IQ medio per gli umani è di 100 punti).

Ecco uno delle mie storie preferite di Koko.   A lei piacevano i gattini.  I suoi libri illustrati preferiti erano “The Three Little Kittens” e “Puss ‘n’ Boots”.  Quindi, forse all’età di dodici anni, Koko ha chiesto un gattino come regalo di Natale.  I ricercatori le hanno dato un animale di pezza.  Koko era molto turbata e si è rifiutata di giocarci.  Ha detto a gesti ripetutamente che era “triste.”  Quindi per il suo compleanno, le è stato permesso di scegliere un gattino da una cucciolata.  Ha chiamata il suo gattino grigio e bianco Manx “All Ball”.  A Koko è piaciuto rimare nella lingua dei segni.

All Ball non aveva paura del gorilla, che pesava 230 libbre.  Loro giocavano a caccia l’uno con l’altro, e Koko lo teneva e lo accarezzava.  Quando All Ball si stancava di essere accudito, mordeva Koko e scappava.   Koko diceva in segni, “Insopportabile. Gatto”. Ma Koko si è anche presa cura il gattino ed è stata molto gentile e amorevole.  In questo caso, diceva nella lingua dei segni, “Morbido. Buono, Gatto”.

Quando All Ball è stato colpito da una macchina ed è morto, i ricercatori lo hanno detto a Koko.  All’inizio lei si è comportata come se non li avesse sentito.  Poi ha iniziato a piagnucolare—un urlo distinto che fanno i gorilla nel lutto.  Tutti piangevano insieme. Poi, Koko ha detto, “Sonno. Gatto”.

Ci sono molti scettici che pensano che Koko semplicemente abbia imitato il comportamento umano.  Ma come spiega il fatto che Koko ha inventato nuovi segni per comunicare nuove parole? Un esempio è il concetto di un “anello”, che nessuno gli aveva trasmesso.  Koko ha fuso l’idea del dito con quella del braccialetto, arrivando al “braccialetto per dito.”

Ho un’altra storia, e giuro che è vera.  Un amico mi ha introdotto ad un altro amico che è un professore a Stanford.  Un Halloween è suonata il campanello, e suo figlio ha risposto.  Ha urlato a suo padre, “il gorilla è qui”.  Il padre ha detto, “dagli delle caramelle”.  Il figlio ha protestato che non era un costume da gorilla.  Il padre è venuto al portone e ha visto Penny e Koko. Penny ha chiesto se Koko poteva usare il loro bagno.  Quando il padre ha detto di sì, lei è andata in bagno.  Non ha chiuso la porta.

 

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Koko

Koko died in June 2018. I was so sad because I had followed the career of the gorilla and her trainer, Penny Patterson.  I have always been fascinated by the bond between animals and humans and by the languages they may have shared.  Koko was special because she was taught sign language to communicate with humans.  Of course, there are some skeptics along the way.

Koko was born on the Fourth of July at the San Francisco Zoo and given a Japanese name that meant Fireworks. At about a year old she was taught sign language by Penny Patterson as part of her doctoral thesis, first at the zoo and then at the Gorilla Foundation in Woodside, California, near Stanford University.  Koko eventually understood about 2,000 English words and had a human IQ of between 75 and 95 points.

Here is one of my favorite stories about Koko. She loved cats.  Her favorite picture books were “The Three Little Kittens” and “Puss ‘n’Boots.” At about the age of 12, Koko asked for a kitten as a Christmas present.  The researchers gave her a stuffed animal that looked like a cat.  Koko was very upset and refused to play with it.  She repeatedly signed “Sad.”  Therefore, for her birthday, she was allowed to choose a kitten from a litter.  She called her little gray and white Manx kitten “All Ball.”   Koko loved to rhyme in sign language.

All Ball was not afraid of Koko who weighed about 230 pounds.  They played chase together and Koko loved to hold and pet him.  When All Ball grew tired of being cuddled, she would bite (lightly) Koko and escape.  Koko would sign, “Obnoxious. Cat.”  But Koko also took care of the kitten and was very gentle and loving. At these times, she said in sign language, “Soft. Good. Cat.”

When All Ball was hit by a car and killed, the researchers had to tell Koko.  At first, she acted like she didn’t hear them.  Then she began to whimper—then with a distinct scream that gorillas make in mourning.  Everyone cried together.  Then, Koko said, “Sleep. Cat.”

I have another story, and I swear that it’s true.  A friend of mine introduced me to a friend of his, who was a professor at Stanford. One Halloween the doorbell rang, and his son answered.  He yelled to his father, “the gorilla is here.”  The father responded, “Give him some candy.”  The son protested that this was not a gorilla costume.  The father came to the front door and saw Penny and Koko. Penny asked if Koko could use the bathroom. Koko went into the bathroom…but she didn’t close the door.

 

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I gladiatori

Il seguente articolo è stato riportato su La Repubblica.it nel 5 gennaio 2005.

“I Gladiatori lottavano per finta”

Nuova teoria di un archeologo

Morire al Colosseo?  Per un gladiatore sarebbe molto più probabile essere ucciso a Hollywood.  È quanto sostiene Steve Tuck, archeologo statunitense che, esaminando una serie di reperti provenienti dall’antica Roma, si è convinto che i combattimenti gladiatori erano delle messe in scena, paragonabili ai moderni match di wrestling, nei quali nessuno si faceva male davvero. Nulla a che vedere, dunque, con le scene cruente di certi kolossal hoolywoodiani, come Quo Vadiso il Gladiatore.

 

“La lotta gladiatoria è sempre stata associata all’uccisione e allo spargimento di sangue,” ha spiegato Tuck in un articolo pubblicato dalla rivista New Scientist, “ma in realtà penso che si trattasse di un’arte marziale a puro scopo d’intrattenimento, volta a far divertire gli spettatori.”

 

Per circa 800 anni criminali, prigionieri di guerra e schiavi erano comprati da facoltosi romani per essere addestrati a combattere nei giochi gladiatori. Lottavano fra loro o contro gladiatori professionisti, che erano uomini liberi, in anfiteatri come il Colosseo usando spade, arpioni e lance.  Generalmente dovevano sostenere due o tre combattimenti l’anno e se riuscivano a sopravvivere a cinque anni di combattimenti, potevano ottenere la libertà. Ma secondo Tuck, che ha analizzato 158 immagini risalenti a quel periodo raffiguranti i giochi, il rischio per un gladiatore di venire ucciso era quasi inesistente.  Lo studioso fonda la sua tesi su un raffronto delle immagini contenute su lampade e dipinti murali con i manuali sulle arti marziali prodotti in Germania e in Italia durante il Medioevo e il Rinascimento.  Da questo confronto emergono una serie di similitudini, dalle quali risulta che lo scopo del gladiatore era semplicemente quello di sconfiggere l’avversario, non di ucciderlo.

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