La mia opinione

Quando sento la parola “Rico”, penso di due cose: Prima, il film americano del 1931 chiamato Piccolo Cesare (Little Caesar) interpretato da Edward G. Robinson nei panni di Cesare “Rico” Baldello, un delinquente da quattro soldi che sale ai più alti ranghi del crimine organizzato solo alla fine per morire in una grondaia.  La sua famosa ultima battuta è “Madre di misericordia, è questa la fine di Rico”?

Secondo, penso alla legge RICO del 1970 che fu approvata a seguito delle audizioni di Valachi al Congresso negli anni ’60.  Il mafioso Joseph Valachi infranse il codice del silenzio, chiamato omertà, per palare dei crimini di Cosa Nostra. La Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, meglio conosciuto come RICO, tra altre cose, consente ai capi della mafia di essere processati per i crimini che hanno ordinato ad altri di fare o li hanno aiutati a fare.  Chiuse una scappatoia che permetteva ad una persona che aveva ordinato a qualcun altro di uccidere, per esempio, di essere esentato dal processo perché non ha commesso personalmente il crimine.

Combattere la mafia è sempre stata una sfida difficile in Italia e anche negli Stati Uniti. Le famiglie mafiose sono state coinvolte in molti crimini per lunghi periodi di tempo…il tutto a beneficio dei loro leader.  Ma questi padrini erano difficili da perseguire perché raramente commettevano i crimini se stessi.  Parlavano in codice e i loro tenenti sapevano realizzare i loro desideri.

Quello che abbiamo imparato di recente dalla testimonianza di Michael “il risolutore” Cohen è che il presidente Trump è, in sostanza, un don mafioso. L’Organizzazione Trump sembra essere molto simile a un’impresa di racket con tutte le decisioni prese in cima.  Le presunte corruzioni includono la frode bancaria, la frode fiscale, l’ostruzione alla giustizia, lo spergiuro, e l’elenco potrebbe continuare.  E, come ha detto il signor Cohen, “il signor Trump non mi ha detto direttamente di mentire al Congresso.  Non è il modo in cui funziona.  Non dà ordini.  Parla in codice.  E capisco quel codice”.  Inoltre, il signor Cohen ha affermato, “Il lavoro di tutti nell’Organizzazione Trump è quello di proteggere il signor Trump.  Ogni giorno molti di noi sapevamo che stavamo andando a lavorare e stavamo per mentire per lui su qualcosa. É diventata la norma”.

Ironia della sorte, Trump chiama Cohen un “ratto”.  Nel gergo del crimine, questo significa che qualcuno ha fatto la spia, ha trasformato le prove dello Stato, è diventato penitente.  Infatti, significa il contrario.  Secondo me, Cohen ha detto la verità…almeno questa volta.

Anche, ironicamente, i procuratori federali nel Southern District of New York stanno indagando su Trump e sull’Organizzazione Trump.  È proprio questo corpo negli anni ’80 che ha agito contro i padroni delle cinque famiglie della città—Bonanno, Colombo, Gambino, Genovese, e Lucchese.  E ora Trumpo. E infine un altro colmo: il capo del Southern District of New York negli anni ’80 era nientemeno che Rudy Giuliani. Sicuramente, come un avvocato, deve aver perso la sua bussola morale poiché ora è un politico per il presidente, almeno in TV, e sospetto che lui mente, mente, mente.

Forse, un giorno sentiremo le parole: “Madre di misericordia, è questa la fine del Donald”?

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My opinion

When I hear the word “Rico,” I think of two things:  First, the 1931 crime film Little Caesar starring Edward G. Robinson as Caesar “Rico” Bandello, a small-time hoodlum who ascends to the highest ranks of organized crime only in the end to die in a gutter.  His famous last line is “Mother of mercy, is this the end of Rico?”

Second, I think of the 1970 federal RICO Act that was passed as a result of the Valachi hearings in Congress in the 1960s.  The mobster Joseph Valachi broke the code of silence, called omertà, to talk about the crimes of Cosa Nostra.  The Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, better known as RICO, provides, among other things, that mafia bosses can be tried for crimes that they ordered others to do or assisted them in doing. It closed a loophole that allowed a person who instructed someone else to commit murder, for example, to be exempt from trial because he did not personally commit the crime.

Fighting the mafia has always been a difficult challenge.  Mafia families have been involved in many, many crimes over long periods of time all for the benefit of their leaders.  But these godfathers were difficult to smoke out because they rarely committed the crimes themselves.  They spoke in code and their “wise guys” knew how to implement their wishes.

What we have learned recently from the testimony of Michael “the fixer” Cohen is that President Trump is, in essence, a mafia don.  The Trump Organization sounds a lot like a racketeering enterprise with all of the decisions made at the very top.  Alleged corruptions include bank fraud, tax fraud, obstruction of justice, perjury, and the list goes on.  And, as Mr. Cohen said, “Mr. Trump did not directly tell me to lie to Congress. That’s not how he operates.  He doesn’t give orders.  He speaks in code.  And I understand that code.”  Further, Mr. Cohen claimed, “Everybody’s job at the Trump Organization is to protect Mr. Trump.  Every day most of us knew we were coming to work and we were going to lie for him about something.  That became the norm.”

Ironically, Trump calls Cohen a “rat.”  In crime lingo, this means that someone snitched—turned state’s evidence—became a penitent.  It does not mean he lied.  In fact, it means the opposite.

Also ironically, federal prosecutors in the Southern District of New York are investigating Trump and the Trump Organization.  It is precisely this body that hit its stride in the 1980s against the bosses of the city’s five families—Bonanno, Colombo, Gambino, Genovese, and Lucchese.  And now Trumpo.  And finally one more irony:  the head of the Southern District of New York in the ‘80s was none other than lawyer Rudy Giuliani.  He most certainly must have lost his moral compass as he now serves as the president’s mouthpiece, at least on TV, and I suspect that he too lies, lies, lies for Trump.

May we someday hear the words, “Mother of mercy, is this the end of the Donald?”

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I diritti degli animali e linguaggio

Almeno dagli anni ’80, le campagne anti-pelliccia sono in pieno vigore. I gruppi per i diritti degli animali hanno sensibilizzato il mondo occidentale verso la crudeltà con cui vengono intrappolati e uccisi certi animali selvatici. Oggi sui media si possono trovare foto, articoli sulla caccia grossa in Africa; alcuni si vantano su Facebook postando foto con leoni o giraffe morti, rischiando in realtà la propria vita a causa della feroce opposizione di così tante persone. La PETA, un’associazione per il trattamento etico degli animali, ha preso di mira designer e celebrità come Donatella Versace e Kim Kardashian per aver indossato e promosso abiti di pelliccia. Anche la pelliccia sintetica è disapprovata per due motivi: sostiene un ideale di moda delle pelli di animali, ed è ottenuta dal petrolio, una risorsa non rinnovabile, non coerente con l’uso sostenibile del nostro ambiente.

La battaglia continua ed è passata al mondo del linguaggio. Molti proverbi, metafore e detti popolari di uso quotidiano sono basati sulla violenza o sull’abuso degli animali. Ad esempio, per augurare a qualcuno buona fortuna in Italia, si dice “in bocca al lupo” e la risposta tradizionale è “crepi il lupo”.  Ma sempre più spesso c’è chi risponde “viva il lupo” perché sperare nella morte di un animale non è più eticamente accettabile. (C’è anche un’altra possibile origine di questa frase idiomatica “in bocca al lupo”, che rimanda alla mamma-lupa che prende in bocca i suoi cuccioli, acquisendo così un significato di difesa e protezione).

La crescita dei diritti degli animali e del veganesimo ha messo in discussione detti come “uccidere due uccelli con un sasso” (inglese) e “ho preso due piccioni con una fava” (italiano).  Queste ed altre frasi idiomatiche dimostrano anche i diversi metodi di caccia e le diverse diete fra italiani ed inglesi.  In America si dice “bring home the bacon” (“portare a casa la pancetta”), che è simile all’espressione italiana, “Portare a casa la pagnotta”.

Ricercatori linguisti in Inghilterra affermano che molte metafore basate sulla carne o sulla crudeltà sugli animali sono destinate a scomparire nel tempo, poiché le questioni etiche e ambientali cambiano sia l’uso comune del linguaggio che della letteratura.  Uno sul tagliere è “fustigare un cavallo morto” (inglese) che è simile all’italiana “menare il can per l’aia”; entrambi suggeriscono che qualcuno continua a fare qualcosa di inutile.

La PETA ha chiesto agli insegnanti di far riflettere i propri bambini e ragazzi sul pensiero sottinteso a queste espressioni.  La PETA suggerisce che “portare a casa la pancetta” può diventare “portare a casa i bagel” e che “mettere le uova in un cesto” può diventare per i vegani “mettere tutte le bacche in sola una ciotola”.  Gli attivisti sostengono che anche se queste espressioni possono sembrare innocue, rafforzano in realtà l’idea di un rapporto con gli animali basato sulla violenza e l’abuso.  “Insegnare agli studenti a usare un linguaggio non crudele promuove una relazione positiva fra tutti gli esseri viventi”.

 

 

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