Ivrea e Olivetti

Nel 2018, l’UNESCO ha conferito lo status di Patrimonio dell’Umanità ad Ivrea, una città nelle colline pedemontane delle Alpi in Piemonte.  Conosciuta come la “Città industriale del ventesimo secolo”, Ivrea si trova a circa un’ora di treno da Torino.  Era la sede di Olivetti, un’azienda produttrice di macchine da scrivere, macchine contabili e calcolatrici.

Ciò che distingueva Ivrea ed Olivetti era la visione di Adriano Olivetti (1901 – 1960), figlio del fondatore, uomo ben istruito, umanista e con un forte interesse per l’urbanistica, il design e l’architettura.  La sua esperienza precedente in una fabbrica—in particolare, il senso dell’alienazione e la monotonia delle azioni ripetute—lo portò a rendersi conto che era importante liberare l’uomo dal duro lavoro degradante.  Assunse i migliori architetti in stile modernista per progettare fabbriche, abitazioni, mense, uffici e studi.  Erano spazi gloriosi, ariosi e pieni di luce destinati a dare ai lavoratori non solo una vista sulle montagne, ma anche uno spirito positivo e un senso del futuro.

Olivetti ha anche assunto famosi designer per lavorare sui suoi prodotti; alcuni sono diventati  icone del design italiano, come la macchina da scrivere Lettera 22 del 1949 e il computer mainframe Elea 9003 del 1958.  La portatile Lettera 22 divenne la preferita di scrittori americani come Thomas Pynchon, Sylvia Plath, Gore Vidal e Cormac McCarthy.

I dipendenti Olivetti venivano trattati bene. Se volevano, potevano alloggiare in case e appartamenti costruiti dagli Olivetti. Alle nuove madri venivano concessi 10 mesi di congedo di maternità e i bambini potevano andare gratuitamente all’asilo nido. I dipendenti avevano l’opportunità di frequentare lezioni presso scuole di commercio in loco; la biblioteca di 30.000 volumi comprendeva libri nuovi e riviste attuali. Le ore di pranzo erano piene di discorsi ed esibizioni di attori, musicisti e poeti. Nel mese di luglio era stato istituto un giorno festivo per consentire ai lavoratori delle campagne circostanti di occuparsi di piccole aziende agricole. I dipendenti, inoltre prendevano pensioni sostanziali al momento del pensionamento.

Per un certo periodo, Ivrea è stata la città aziendale più progressista e di successo al mondo, rappresentando una nuova forma di idealismo aziendale. In America, città come Pullman, Illinois, sono sorte a causa di lavoratori a basso salario privi di diritti e servizi di base come i trasporti. All’epoca il pensiero era che, più un dipendente dipendeva dall’azienda per cui lavorava, maggiore era il controllo dell’azienda. I lavoratori non hanno osato chiedere un congedi per malattia o una migliore assistenza sanitaria; certamente, non hanno mai scioperato.

Mentre molte città aziendali erano patriarcali, Ivrea era diversa … almeno per un certo periodo. Olivetti divenne un attore principale nel “miracolo” del ventesimo secolo quando l’Italia stava uscendo dalle profondità del fascismo e della seconda guerra mondiale, per diventare l’ottava economia più forte del mondo. L’economia italiana raggiunse l’apice negli anni ’60 quando la sede produttiva della Fiat a Torino divenne una delle più grandi fabbriche automobilistiche in Europa. Allo stesso modo Olivetti era un simbolo del “miracolo”.

Ma nel 1970 le cose iniziarono a cambiare. Adriano morì e suo fratello Roberto, che aveva rilevato l’azienda, non aveva la stessa visione. Le persone si stavano spostando dalle macchine da scrivere ai dispositivi elettronici e il successo di Olivetti in tale processo si arrestò.   Il geniale programmatore capo di Olivetti morì in un incidente d’auto; i teorici della cospirazione lo attribuirono agli agenti segreti americani che non volevano che i progressi del calcolo cadessero nelle mani di un paese che era perennemente sull’orlo del comunismo. La tecnologia e i cambiamenti economici frenarono la crescita delle città manifatturiere italiane e americane: recessioni ricorrenti costrinsero a tagliare i costi in tutti i settori, il lavoro più recentemente è stato delocalizzato in paesi più economici, e aziende come Fiat e Olivetti hanno iniziato a licenziare i lavoratori.

Al suo apice, Olivetti contava oltre 73.000 lavoratori in tutto il mondo; oggi ne ha circa 400. Ivrea ha perso un quarto della sua popolazione. Vedendola oggi non potresti immaginarla come l’ex capitale del design industriale. Una ex-fabbrica è stata convertita in palestra. Solo uno degli edifici per uffici è ancora in uso. Ci sono cartelli che indicano alcuni edifici storici, che sono diventati monumenti di un’antica utopia.

Nella sua elezione a Patrimonio Mondiale, l’UNESCO ha affermato che Uvrea “esprime una visione moderna del rapporto tra produzione industriale e architettura”. E nel suo libro Città dell’Uomo pubblicato nel 1960 settimane prima della sua morte, Adriano Olivetti auspicava a uno sviluppo urbano “a misura d’uomo”, con l’obiettivo di “armonia tra vita privata e vita pubblica, tra lavoro e casa, tra centri di consumo e centri di produzione”. Obiettivi ancora oggi lodevoli.

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Ivrea and Olivetti

In 2018, UNESCO conferred World Heritage status on Ivrea, a city in the foothills of the Alps in the Piedmont region.  Known as the “Industrial City of the 20th Century,” Ivrea is about an hour by train north of Turin.  It was the home of Olivetti, a manufacturer of typewriters, accounting machines and calculators.

What set Ivrea and Olivetti apart was the vision of Adriano Olivetti (1901-1960), son of the founder, who was well-educated, humanistic, and had a strong interest in city planning, design and architecture.  His prior experience in a factory—in particular, the sense of alienation and monotony from repeated action—led him to realize that it was important to free man from degrading drudgery.  He hired the best architects in the Modernist style to design the factories, housing, canteens, offices and study areas.  They were glorious, airy, light-filled spaces meant to give workers not only views of the mountains, but also a positive spirit and a sense of the future.

He also hired famous designers to work on his products; some of them, such as the 1949 Lettera 22 typewriter and the 1958 Elea 9003 mainframe computer, became icons of Italian design.  The portable Lettera 22 became the favorite of such American writers as Thomas Pynchon, Sylvia Plath, Gore Vidal and Cormac McCarthy.

Olivetti employees were treated well.  If they liked, they were housed in Olivetti-constructed homes and apartments. New mothers were granted 10 months of maternity leave, and children received free day care.  Employees were given the opportunity to take classes at on-site trade schools; the 30,000-volume library included new books and current magazines.  Lunchtime hours were filled with speeches and performances from visiting actors, musicians and poets.  The month of July was a holiday to allow workers in the surrounding countryside to tend to small farms.  And employees received substantial pensions upon retirement.

For a time, Ivrea was the most progressive and successful company town in the world representing a new form of corporate idealism.  In America, company towns like Pullman, Illinois arose as a result of low-wage workers lacking both rights and basic amenities like transportation.  The thinking at the time was that the more dependent an employee was on the company he worked for, the more control the company had.  Workers didn’t dare ask for sick leave or better health care; certainly, they didn’t go on strike.

While many company towns were paternalistic, Ivrea was different…at least for a time. Olivetti became a principal player in the 20th-century “miracle” when Italy climbed out of the depths of fascism and World War II to become the eighth largest economy in the world.  The Italian economy peaked in the ‘60s when Fiat’s production headquarters in Turin became one of the largest car factories in Europe.  Olivetti was likewise a symbol of the “miracle.”

But by 1970 things were changing.  Adriano had died and his brother Roberto, who took over the company, lacked the same vision.  The world was moving from typewriters to electronic devices, and Olivetti’s success stalled in the transition. Olivetti’s brilliant chief computer programmer died in a car accident; conspiracy theorists attributed it to American secret agents who did not want computing advances falling into the hands of a country that was perpetually on the verge of Communism.  Technology and economic changes were stunting the growth of both Italian and American manufacturing towns:  recurring recessions forced cost cutting across all industries, labor was outsourced to cheaper countries, and companies like Fiat and Olivetti began laying off workers.

At its peak, Olivetti had more than 73,000 workers worldwide; today it has around 400.  Ivrea has lost a quarter of its population.  Seeing it today you would have no idea that it was the former capital of industrial design.  A former factory has been converted to a gym.  Only one of the office buildings is still in use.  There are placards pointing to a few landmark buildings, which have become monuments to a former utopia.

In its World Heritage designation, UNESCO said that Uvrea “expresses a modern vision of the relationship between industrial production and architecture.”  And in his book Città dell’Uomo (City of Man) published in 1960 weeks before he died, Adriano Olivetti called for urban development “on a human scale,” with the goal of “harmony between private life and public life, between work and the home, between centers of consumption and centers of production.”  Still laudable goals today.

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Il supplì e l’arancino/a

Sia il supplì che l’arancino/a sono street food a base di riso. Entrambi sono amati cibi di conforto per lo più consumati come antipasti, ma possono essere consumati in qualsiasi momento del giorno o della sera. Ma uno ha sede a Roma, l’altro ce l’ha in Sicilia. E quindi le origini e le ricette differiscono, così come i fedeli difensori delle loro specialità locali. C’è anche un certo disaccordo su come si scrive la delicatezza siciliana.

Il nome del supplì nella cucina tradizionale romana deriva dal termine francese per “sorpresa” perché sembra che un piatto simile fosse arrivato in città con le truppe napoleoniche. Il nome completo di questa ricetta è “supplì al telefono” perché quando lo tagli, la mozzarella al centro crea un filo tra le due parti, ricordando un telefono di un’epoca passata.

Il supplì è tradizionalmente di forma cilindrica e più piccolo dell’arancino/a. È fatto con riso cotto, in genere avanzato dalla sera prima. Il riso è mescolato con ragù di carne, che originariamente erano rigaglie di pollo. Dopo che le forme di riso sono state modellate a mano con la mozzarella al centro, vengono immerse nell’uovo, impanate e fritte. Vengono mangiati quando ancora sono caldi per preservare l’effetto “telefono”. Il numero di variazioni rispetto alla ricetta originale è limitato ma in aumento. Oltre al classico con ragù, ci sono supplì di pomodoro vegetariano, così come quelli con Carbonara e Cacio e Pepe.

Il nome dell’arancino/a deriva dal colore dorato che ricorda l’arancia. Le origini storiche non sono molto chiare; forse risalgono alla dominazione araba dal IX al XI secolo. Una versione dolce potrebbe risalire alla festa di Santa Lucia nel XVII secolo poiché è tradizionale in Sicilia mangiare arancini/e il 13 dicembre, il giorno della festa di Santa Lucia.

Come il supplì, l’arancino/a è una palla di riso avanzato che viene impanata con uovo e fritta. Ma qui le somiglianze divergono. La versione siciliana è più grande (8-10 centimetri) e ha almeno 100 varianti. Tipicamente, c’è un ripieno di ragù, piselli, caciocavallo o mozzarella e zafferano. Alcuni hanno frutti di mare, altri tipi di formaggio, salame, burro o pomodoro.

In Sicilia, ci sono altre differenze oltre al riempimento. A ovest di Palermo, l’arancina – nella forma femminile – è rotonda come l’arancia. A est do Cataania, l’arancino – nella forma maschile – ha una forma conica forse ispirata alla sagoma dell’Etna.

Si dice arancina o arancino? Anche l’Accademia della Crusca, che dà la “parola finale” sulla lingua italiana ed è la più antica accademia linguistica del mondo, ha pesato sulla controversia. L’Accademia ha dichiarato che entrambi i moduli sono validi. L’arancina nella forma femminile è tradizionalmente il frutto dell’albero, mentre la forma maschile è l’albero stesso. Sembrerebbe che l’arancina sia preferita, ma La Crusca riconosce l’arancino come valido nel dialetto siciliano (dall’aranciu).

 

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