Gli sviluppi nella ricerca dell’Alzheimer

Da decenni i ricercatori lavorano per sconfiggere la brutta malattia che fa dimenticare.  Di recente c’è stata una svolta.  Un’équipe di ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università di Bari, insieme all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha messo a punto un algoritmo che può identificare 10 anni prima le persone che potrebbero sviluppare l’Alzheimer.  A guidare la ricerca in diagnosi precoce è un 29enne, Marianna La Rocca, laureata in fisica e dottoranda all’Università di Bari.

“Intercettare i primi sintomi di Alzheimer e, in particolare, quel declino cognitivo caratterizzato soprattutto dalla perdita di memoria, è importante per due motivi,” secondo la giovane ricercatrice.  “Il primo è che queste persone possono seguire quegli stili di vita che aiutano a prevenire la malattia.  Il secondo è che si possono individuare persone da reclutare negli studi clinici per sperimentare nuove cure in grado di rallentare la malattia.”

Non esiste ancora una cura per l’Alzheimer.  Da più di vent’anni si sperimentano farmaci per frenare la malattia, ma finora invano, salvo pochi che al massimo alleviano qualche sintomo.  Perché?  Tutte le terapie sono iniziate troppo tardi.  Quando compare la demenza la malattia è ormai in stadio avanzata e molti neuroni sono già danneggiati irreparabilmente, perché si è scoperto che le placche di amiloide e gli altri fenomeni degenerativi del cervello sono iniziati 15-20 anni prima.  Aspettare i sintomi per trattare l’Alzheimer è come aspettare che una persona abbia un infarto prima di curargli l’ipertensione.

La squadra di ricercatori dell’università pugliese che ha messo a punto l’algoritmo, hanno sperimentato sulle risonanze di 38 pazienti malati di Alzheimer e 29 di individui sani.  Successivamente l’esperimento è stato ripetuto su 148 persone, di cui 52 sane, 48 malate di Alzheimer, e 48 di pazienti con minori problemi cognitivi che nel giro di dieci anni hanno poi sviluppato l’Alzheimer.  L’intelligenza artificiale è riuscita a distinguere le risonanze delle persone sane da quelle malate nell’86 per cento dei casi e nell’84 per cento (dato più significativo), ed è riuscita a diagnosticare il futuro sviluppo della malattia in quelli che ancora non ne soffrivano.

La nuova tecnica ha anche il vantaggio di essere più economica e meno invasiva di altre finora utilizzate.  La dottoressa La Rocca, che ha una nonna che soffre di questa patologia, dice anche che mentre il metodo è promettente, va ancora perfezionato.  Sarebbe bello, secondo la ricercatrice, poter raccogliere dati da diversi centri italiani e analizzarli, perché a Bari esiste un Centro di calcolo scientifico fra i più importanti in Italia.

 

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Progress in Alzheimer’s Research

For decades researchers have been working to defeat the devastating disease that robs memories.  Now there is a turning point.  A research team from the Department of Physics at the University of Bari, together with Italy’s Institute for Nuclear Physics, has developed an algorithm that can identify those who will get Alzheimer’s 10 years in advance.  Leading the research in early diagnosis is a 29-year old, Marianna La Rocca, a graduate in physics and a doctoral candidate at the University of Bari.

“To intercept the first symptoms of Alzheimer’s and, in particular the cognitive decline characterized especially by the loss of memory, is important for two reasons,” according to the young researcher.  The first is that these people can follow a lifestyle that helps to prevent the disease.  The second is that we can identify people to recruit for clinical studies to test new cures capable of slowing the disease.”

A cure does not yet exist for Alzheimer’s.  For more than 20 years drugs have been tried to slow the disease, but in vain so far, except for a few that at most alleviate some symptoms.  Why?  Any therapy has been initiated too late.  When dementia appears, the disease by then is advanced and many neurons are already damaged irreparably, because the amyloid plaques and other degenerative phenomenon of the brain began 15-20 years earlier.  To wait for the symptoms to appear in order to treat Alzheimer’s is like waiting for a person who has an infarct before curing hypertension.

The research team at the Pugliese university that developed the algorithm, had experimented with resonance imaging of 38 patients with Alzheimer’s and 29 healthy individuals.  Subsequently, the experiment was repeated on 148 people of which 52 were healthy, 48 had the disease, and 48 had minor cognitive problems that in the course of 10 years became Alzheimer’s.  The artificial intelligence managed to distinguish the resonance imaging of the healthy from the ill in 86% and 84% of the cases, and managed to diagnose the future development of the disease in those who were not yet suffering from it.

The new technique also has the advantage of being more economical and less invasive than other techniques used up until now.  La Rocca, who has a grandmother suffering from Alzheimer’s, says that while their method is promising, it still needs improvement.  It would be great, according to the researcher, if they could collect and analyze data from different Italian centers because Bari has a Center for scientific evaluations that is among the most important in the country.

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La Pasta: Liscia o Rigata?

L’Italia è il leader mondiale di produzione e consumo della pasta.  Nessuna sorpresa.  Nel mezzogiorno, la patria del piatto nazionale, tutti o quasi (il 99%) la mangiano, in media 4 o 5 volte alla settimana e 1 su 3 la consuma ogni giorno.  I meridionali tendono a mangiare pasta secca mentre gli italiani del Nord Ovest preferiscono la pasta fresca.

Ma lo scenario di pasta è in evoluzione.  Oltre alla crescita della pasta integrale, i veri tifosi della pasta stanno spostando il baricentro geografico verso il Centro Italia—dove il 45% mangia la pasta tutti i giorni rispetto al 32% del Meridione.  E la porzione media di un piatto di pasta nel Sud è di circa 80 grammi a persona, che è la percentuale più bassa del Paese.  (Nota bene gli americani: 80 grammi per porzione significa che ci sono 5 o 6 porzioni in una libbra di pasta.)

Interrogati sui fattori di qualità della pasta, gli italiani delle regioni come Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia—zone ad altissimo tasso di conoscenza e apprezzamento di questo alimento—rispondono in linea con l’opinione nazionale.  Al primo posto tra gli indicatori di qualità si trova la pasta che resta al dente alla cottura, poi la qualità del grano, seguito dalla pasta che si lega perfettamente al condimento.

Ogni italiano ha il suo preferito tra gli oltre 300 formati di pasta, ma l’Italia si divide in due su una dimensione.  Roma è lo spartiacque tra questi due mondi e due filosofie, che sono state create dalle differenze tra il clima e la storia. A sud di Roma, agli italiani piace la pasta liscia; dalla Capitale in su, gli italiani preferiscono la pasta rigata.

Perché?  Al Nord, la pasta rigata è diventata popolare per mascherare possibili difetti di produzione dovuti a tempi di essiccazione più lunghi.  Prima dell’invenzione dell’essiccamento artificiale, il processo di creazione della pasta nel Nord richiedeva più tempo e era più problematico a causa dell’assenza di un microclima prevedibile e stabile.  Questo tipo di pasta si cuoce anche in modo diverso.  Con la sua consistenza di “picchi” e “valli”, la pasta rigata in cottura espone all’acqua più superficie, resta più al dente nella sua parte spessa e rilascia più amido da quella più sottile.  Dà la sensazione di una pasta tenace anche quando è per metà sovracotta — cioè non abbastanza al dente.

 

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