I diritti degli animali e linguaggio

Almeno dagli anni ’80, le campagne anti-pelliccia sono in pieno vigore. I gruppi per i diritti degli animali hanno sensibilizzato il mondo occidentale verso la crudeltà con cui vengono intrappolati e uccisi certi animali selvatici. Oggi sui media si possono trovare foto, articoli sulla caccia grossa in Africa; alcuni si vantano su Facebook postando foto con leoni o giraffe morti, rischiando in realtà la propria vita a causa della feroce opposizione di così tante persone. La PETA, un’associazione per il trattamento etico degli animali, ha preso di mira designer e celebrità come Donatella Versace e Kim Kardashian per aver indossato e promosso abiti di pelliccia. Anche la pelliccia sintetica è disapprovata per due motivi: sostiene un ideale di moda delle pelli di animali, ed è ottenuta dal petrolio, una risorsa non rinnovabile, non coerente con l’uso sostenibile del nostro ambiente.

La battaglia continua ed è passata al mondo del linguaggio. Molti proverbi, metafore e detti popolari di uso quotidiano sono basati sulla violenza o sull’abuso degli animali. Ad esempio, per augurare a qualcuno buona fortuna in Italia, si dice “in bocca al lupo” e la risposta tradizionale è “crepi il lupo”.  Ma sempre più spesso c’è chi risponde “viva il lupo” perché sperare nella morte di un animale non è più eticamente accettabile. (C’è anche un’altra possibile origine di questa frase idiomatica “in bocca al lupo”, che rimanda alla mamma-lupa che prende in bocca i suoi cuccioli, acquisendo così un significato di difesa e protezione).

La crescita dei diritti degli animali e del veganesimo ha messo in discussione detti come “uccidere due uccelli con un sasso” (inglese) e “ho preso due piccioni con una fava” (italiano).  Queste ed altre frasi idiomatiche dimostrano anche i diversi metodi di caccia e le diverse diete fra italiani ed inglesi.  In America si dice “bring home the bacon” (“portare a casa la pancetta”), che è simile all’espressione italiana, “Portare a casa la pagnotta”.

Ricercatori linguisti in Inghilterra affermano che molte metafore basate sulla carne o sulla crudeltà sugli animali sono destinate a scomparire nel tempo, poiché le questioni etiche e ambientali cambiano sia l’uso comune del linguaggio che della letteratura.  Uno sul tagliere è “fustigare un cavallo morto” (inglese) che è simile all’italiana “menare il can per l’aia”; entrambi suggeriscono che qualcuno continua a fare qualcosa di inutile.

La PETA ha chiesto agli insegnanti di far riflettere i propri bambini e ragazzi sul pensiero sottinteso a queste espressioni.  La PETA suggerisce che “portare a casa la pancetta” può diventare “portare a casa i bagel” e che “mettere le uova in un cesto” può diventare per i vegani “mettere tutte le bacche in sola una ciotola”.  Gli attivisti sostengono che anche se queste espressioni possono sembrare innocue, rafforzano in realtà l’idea di un rapporto con gli animali basato sulla violenza e l’abuso.  “Insegnare agli studenti a usare un linguaggio non crudele promuove una relazione positiva fra tutti gli esseri viventi”.

 

 

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Animal Rights and Language

Since at least the 1980s, anti-fur campaigns have been in full force.  Animal rights groups have sensitized the western world to the cruelty of trapping and killing wildlife.  Today there is outrage in the media over trophy hunting in Africa, for example; those who brag on Facebook – posing in a photo with a dead lion or giraffe and a gun — actually risk their own lives due to the fierce opposition of so many people.  PETA, People for the Ethical Treatment of Animals, has targeted designers and celebrities like Donatella Versace and Kim Kardashian for wearing and promoting fur clothing.  Even faux or synthetic fur is frowned upon for two reasons:  it sustains the fashion ideal of animal hides, and it is made from petroleum, a non-renewable resource which is not consistent with the sustainable use of our environment.

The battle continues and has moved to the world of language.  Many proverbs, metaphors, and common sayings in everyday use are based on violence or abuse of animals.  For example, to wish someone good luck in Italy, one says “in bocca al lupo” (“in the mouth of the wolf”).  The traditional response is “crepi il lupo” (“may the wolf die”), but there are now those who say “viva il lupo” (“long live the wolf”) because it is no longer acceptable to hope for the death of an animal.  (There is another possible origin to the idiomatic expression “in bocca al lupo,” which refers to the mamma wolf who holds her babies in her mouth suggesting a gesture of defense and protection.)

The growth of animal rights and of veganism has called into question sayings like “To kill two birds with one stone,” or in Italian, “ho preso due piccioni con una fava” (“I took two pigeons with one fava bean”). These and other idiomatic phrases also demonstrate the different hunting methods and diets of Italians versus Americans (and British and other Northern Europeans.  In America one says, “Bring home the bacon,” which is similar to the Italian expression, “Portare a casa la pagnotta” (“Bring home the loaf”).

Linguistic researchers in England say that many metaphors based on meat or on animal cruelty are destined to disappear over time as ethical and environment issues change both common use of language and literature.  One on the chopping block is “flogging a dead horse,” which is similar to the Italian “menare il can per l’aia”(“lead the dog to the barnyard”); both suggest that someone continues to do something useless.

PETA has asked teachers to have children reflect on the thoughts implied by these expressions. PETA suggests that “bringing home the bacon” can become “bringing home the bagels” and that “putting all your eggs in one basket” can become for vegans “putting all the berries in one bowl.” Activists maintain that while these expressions may seem harmless, they reinforce the idea of a relationship with animals based on violence and abuse.  “Teaching students to use non-cruel language promotes a positive relationship among all living beings.”

 

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Il “Getty” Bronzo

Ho scritto molti post su temi a me cari, come l’arte, l’arte rubata, l’arte rimpatriata, e la difficile questione su chi “possiede” i patrimoni artistici.  Ora una nuova polemica è emersa…ancora tra Italia e Stati Uniti.  In realtà, non è nuova…perché le querelle tra il governo italiano e il J. Paul Getty Museum di Los Angeles sul bronzo del Getty è di qualche decennio.

Nel 1977, il Getty Museum comprò una statua di bronzo chiamata “l’Atleta vittorioso” da un commerciante di antiquariato in Germania per 3,95 milioni di dollari.  È un atleta a grandezza naturale incoronato da una ghirlanda d’ulivo, che fu creato da Lisippo, uno scultore greco del IV secolo a.C.  (Studi più recenti lo fanno risalire al II o III secolo a.C.)  I bronzi a grandezza naturale sono molto rari, e questo è uno dei più belli dell’era classica.  È sono stato il pezzo forte delle collezioni di arte greca e romana al museo di Malibù negli ultimi cinquanta anni.

Dal 1989 l’Italia ha chiesto al Getty di restituirle la statua, e il Getty continua a declinare. Ecco la storia del bronzo.  La statua fu creata probabilmente in Grecia e fu disperso in mare dopo che essere stato rubata dai romani.  Il bronzo fu recuperato in acque adriatiche dai pescatori italiani nel 1964.  Rendendosi  conto del valore della loro scoperto, la portarono fino alla costa di Fano (nelle Marche) e la seppellirono in un campo di cavoli, in attesa del giusto compratore. La statua fu venduta diverse volte dopo la sua scoperta e fu nascosta in vari posti, in una vasca da bagno e persino in un convento.

Prima di acquistare il bronzo nel 1977, il Getty intraprese uno sforzo di ben cinque anni per poterlo acquistare legalmente.  L’acquisto superò l’analisi della legge internazionale, italiana, americana e californiana, inclusa la sentenza della più alta corte di giurisdizione d’Italia nel 1968, cioè la Corte di Cassazione, la quale affermò che non vi erano prove che la statua appartenesse allo stato italiano.  Nel 1973, su richiesta dell’Italia, la polizia tedesca iniziò un’indagine per verificare se il commerciante tedesco avesse ricevuto merce rubata.  L’inchiesta fu abbandonata per mancanza di prove.

Perché allora l’Italia è così insistente nel dire che l’Atleta vittorioso tornerà in Italia? Nel dicembre 2018, la Corte di Cassazione ha deciso che il museo deve rinunciare al bronzo. Visto che non c’è nessuna delibera pubblica che spieghi tale ragionamento, l’Italia ritiene che la statua sia stata trovata in acque italiane e sia stata esportata illegalmente dall’Italia, conclusioni contrarie alla sentenza della Corte del 1968. L’Italia sostiene anche che la statua fosse culturalmente e amministrativamente italiana quando affondò.

Il Getty, al contrario, ritiene che la statua sia stata recuperata in acque internazionali, sia stata costruita in territorio non italiano, e non sia una proprietà italiana soggetta al rimpatrio. Inoltre, il Getty sostiene di aver agito sottostando alla decisione del più alto tribunale italiano al momento dell’acquisto. Questo caso si è stato trascinato per 10 anni, e la battaglia non è finita.

Il Getty, a questo punto, deve sentirsi un po’ sottovalutato. Nel 2007, il Getty ha restituito 40 opere d’arte all’Italia che potrebbero essere state acquisite illegalmente, tra cui un’enorme statua di Afrodite (vedete “La polemica su chi possiede l’arte del mondo”, un post del 1 ottobre 2015).  Nel 2016 ha restituito la testa di Ade, una scultura in terracotta (vedete “Inferi”, un post del 21 aprile 2016) e nel 2017 ha rimpatriato una statua in marmo di Zeus (vedete “La statua di Zeus in trono”, un post del 13 luglio 2017). Inoltre, il Getty ha formato studiosi, curatori e conservatori italiani, e ha fornito milioni di dollari a sostegno di organizzazioni culturali italiane. Nel caso del bronzo, il Getty dice che continuerà a difendere il suo diritto legale alla statua perché la legge e i fatti non giustificano la restituzione all’Italia. I musei rispettabili oggi non conservano opere rubate o trasferite in violando il diritto internazionale. Il controllo sulla provenienza di un’opera richiede, come minimo, la documentazione di dove è stata scoperta in tempi moderni e il suo successivo spostamento oltre i confini nazionali. L’applicazione di questi standard non è sempre facile.

Rimanete sintonizzati…

 

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