Il Coraggio di Essere Eroi (Part II)

Questo è la seconda (e finale) parte del post su Falcone e Borsellino.  L’articolo intero è una collaborazione con la mia amica e avvocato, Jean Perloff.   La prima parte si è conclusa con una conversazione tra Giovanni Falcone, magistrato, e Tommaso Buscetta, un informatore mafioso, che avverte Falcone sui pericoli di un’intervista.

Falcone lo interrogò e Buscetta parlò.  Risultato: nel settembre 1984, vennero spiccati 366 mandati di arresto.  Più tardi, Falcone sottolineò l’importanza delle confessioni di Buscetta: “Prima di lui non avevamo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso.  Con lui abbiamo iniziato a guardarvi dentro.  Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, le tecniche di reclutamento, le funzioni di Cosa nostra.”

Il Maxiprocesso, come è stato chiamato, si tenne tra il 1986 e il 1987 per la prima fase (gli appelli durarono fino al 1992).  A partire dal 1984, si aprì un momento magico del pool.  Aveva sostegno umano e finanziario in tutto il ministero.  Per esempio, l’aula-bunker in cui si sarebbe svolto il Maxiprocesso fu costruita nel giro di un anno.

Nel frattempo, nell’ombra, Totò Riina stava progettando un’estate di sangue.  Diversi funzionari furono uccisi, e la paura era forte.  Falcone e Borsellino (e le loro famiglie) si trasferirono in fretta in un avamposto in Sardegna per completare i procedimenti preliminari del Maxiprocesso, che furono depositati lo stesso anno.

Con 475 imputati, il Maxiprocesso fu il più grande attacco alla mafia mai realizzato in Italia.  Si chiuse nel 1987 con 360 condanne e 114 assoluzioni.  Nel frattempo, Borsellino fu nominato procuratore della repubblica a Marsala (Trapani).  E Caponnetto ritenne chiusa la sua esperienza palermitana e era ragionevolmente sicuro che il suo posto sarebbe state preso da Falcone.  Ma il clima politica cambiò, e Falcone fu respinto da diversi appuntamenti.  Sembra che l’anzianità e la politica vinsero la competenza.  Antonino Meli, il nuovo capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, che aveva scarsa esperienza di processi di mafia, cominciò a smantellare il pool anti-mafia.  Assegnò a magistrati esterni al pool le inchieste di mafia, e assegnò a Falcone e colleghi indagini per borseggi e scippi.

Lo scontro tra Meli e Falcone fu intenso, e infine Falcone lasciò Palermo per una posizione con il Ministero della Giustizia a Roma.  Nella capitale, Falcone non allentò il suo impegno contro la mafia.  Con un decreto da lui ideato, tornarono in carcere gli imputati di Cosa nostra scarcerati da una sentenza di Corrado Carnevale, il presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione.  Per disinnescare la possibile influenza di questa mossa sull’esito finale del Maxiprocesso, Falcone ideò la rotazione dei giudici della corte suprema.  In questo modo Carnevale fu assegnato ad altro incarico e la Cassazione confermò le condanne.  Nel frattempo, Borsellino tornò a Palermo come procuratore con un ruolo direttivo nelle indagini di mafia.

Sconfitto nel Maxiprocesso che gli costò l’ergastolo, Totò Riina si impegnò a vendicarsi tanto per cominciare di chi non gli aveva garantito l’impunità.  Ci fu un omicidio della mafia nel marzo 1992.  Poi la fatidica giornata del 23 maggio.  Una grande esplosione strappò l’autostrada che collegava l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo vicino all’uscita per Capaci.  5 quintali di tritolo distrussero cento metri di asfalto e fecero letteralmente volare le auto blindate.  Giovanni Falcone morì, insieme a sua moglie e tre altre persone.

Ferito profondamente dalla morte del suo amico, Borsellino lavorò freneticamente nelle settimane seguenti.  Dietro le quinte circolava un documento nel quale Totò Riina avanzava 12 richieste allo Stato.  Si andava dalla revisione della sentenza del Maxiprocesso all’annullamento della legge che fornì forti condanne di carcere alla mafia, alla riforma delle leggi sugli informatori.  Borsellino si oppose, di fatto, firmando una condanna a morte per se stesso.

Sconsolato, Borsellino dichiarò nel 13 luglio: “So che è arrivato il tritolo per me”.  Alla moglie, lui disse: “La mafia mi ucciderà quando gli altri lo decideranno”.  E il 17, fra lo stupore di tutti, salutò uno a uno i colleghi abbracciandoli.

Il 19 luglio faceva molto caldo a Palermo.  Borsellino decise di andare a trovare la madre.  Due minute prima delle 17, l’esplosione dell’autobomba si sentì in tutta Palermo.  5 altri uomini della scorta furono uccisi insieme con Borsellino.

Oggi Totò Riina, 86 anni, rimane in carcere.  Negli ultimi anni della sua vita, Caponnetto girò l’Italia per raccontare nelle scuole la storia dei due eroi, affermando: “Le battaglie in cui si crede non sono mai battaglie perse”.  Da piccoli, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino giocarono insieme nell’antico quartiere arabo di Palermo.  Da grandi, si ritrovarono insieme nel Pool Antimafia, in una missione pericolosa.  Poi nel 1992 morirono tra 57 giorni l’uno dall’altro come eroi.

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The Courage to Be Heroes (Part II)

This is the second (and final) part of the post on Falcone and Borsellino.  The entire article is a collaboration with my friend, Jean Perloff, who is an attorney and italophile.  The first part ended with a conversation between Giovanni Falcone, magistrate, and Tommaso Buscetta, a mafia informant, who warns Falcone on the dangers of interviewing him.

Falcone interrogated him, and Buscetta talked.  The result:  In September 1984, 366 arrest warrants were issued.  Later, Falcone emphasized the importance of Buscetta’s confessions: “Before this we only had a superficial idea of the mafia.  Now we had a look inside.  He furnished so much information on the structure, the recruitment methods, and the workings of Cosa Nostra.”

The Maxi Trial, as it was called, took place between 1986 and 1987 for the first phase (the appeals lasted until 1992).  Beginning in 1984, it was a magical time for “the pool.”  It had human and financial support throughout the ministry.  For example, the fortified holding cell in which the Maxi Trial would take place was constructed within a year.

In the meantime, in the shadows, Totò Riina was planning “a summer of blood.”  Several officials were murdered, and fear was rampant.  Falcone and Borsellino (and their families) were moved in haste to an outpost in Sardinia to complete the preliminary proceedings of the Maxi Trial, which were filed the same year.

With 475 indictments, the Maxi Trial was the greatest attack ever achieved against the mafia in Italy.  It ended in 1987 with 360 convictions and 114 acquittals.  In the meantime, Borsellino was appointed prosecutor of the republic at Marsala in Trapani.   Caponnetto considered his experience in Palermo to be finished and was sure that his post would be taken by Falcone.  But the political climate had changed, and Falcone was rejected from several appointments; it seems that seniority and politics conquered competence.  Antonino Meli, the new head of the magistrates in Palermo who had little experience in mafia matters, began to dismantle the anti- mafia pool.  He assigned investigations of the mafia to magistrates outside of the pool and gave to Falcone and his colleagues pickpocketing and purse-snatching cases.

The clash between Meli and Falcone was intense, and finally Falcone left Palermo for a position in the Ministry of Justice in Rome.  His work against the mafia did not ease up.  With a decree that Falcone conceived, many Mafiosi were returned to jail who had been released through a sentence by Corrado Carnevale, the president of the first penal section of Italy’s Supreme Court.  To defuse the possible influence of this move on the outcome of the final appeals of the Maxi Trial, Falcone came up with the idea of rotating the judges on the supreme court.  In this way, Carnevale was assigned elsewhere, and the court confirmed the sentences.   In the meantime, Borsellino returned to Palermo as a prosecutor with a direct role in mafia investigations.

Defeated in the Maxi Trial that led to life sentences for many Mafiosi, Totò Riina vowed revenge beginning with those who had been guaranteed impunity.  There was a hit in March of 1992.  Then the fateful day of May 23.  A huge explosion ripped apart the autostrada that connected the airport of Punta Raisi to Palermo near the exit for Capaci.  With an impact like an earthquake, 500 kg of TNT destroyed 100 meters of asphalt and sent flying the armored car.  Giovanni Falcone was dead, along with his wife and 3 others.

Wounded deeply by the death of his friend, Borsellino worked frenetically in the ensuing weeks.  Behind the scenes, a document was circulating in which Riina proposed 12 requests/demands to the State, from the revision of Maxi Trial sentences to the annulment of the law that provided tough jail sentences for the mafia, to the reform of laws on informants.  Borsellino was opposed, in effect, signing a death sentence for himself.

Disconsolate, Borsellino declared on July 13: “I know that the TNT awaits me,” and to his wife he said, “The Mafia will kill me when they decide to.”  And on July 17, to the amazement of everyone present, he greeted his colleagues, one by one, to say goodbye hugging them.

July 19 was a very hot day in Palermo.  Borsellino decided to visit his mother.  Two minutes before 5 pm, the explosion of the auto bomb could be heard throughout Palermo.  Five other men in the escort were killed along with Borsellino.

Today Totò Riina, 86, is still in jail.  In the last years of his life, Caponnetto toured schools throughout Italy to tell the story of the 2 heroes: “The battles in which you believe are never lost battles.”  As youngsters, Giovanni Falcone and Paolo Borsellino played together in the ancient Arab quarter of Palermo.  As adults, they worked together on a dangerous anti-mafia mission.  Then in 1992 they died 57 days apart as heroes.

 

 

 

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Il Coraggio di Essere Eroi (Parte I)

Questo post sarà diviso in due parti. La seconda parte verrà pubblicata la prossima settimana.  Il saggio intero è una collaborazione con la mia amica, Jean Perloff, avvocato, che ha scritto 2 saggi lunghi su Falcone e Borsellino.  Questi post sono versioni abbreviate.

Le loro vite furono intrecciate fin dall’inizio, così come il loro destino.  Entrambi nacquero a Palermo in Sicilia: Giovanni Falcone nel maggio 1939, e Paolo Borsellino 8 mesi dopo.  Crebbero a Kalsa, l’antico quartiere arabo di Palermo.  Abitavano vicini l’uno con l’altro e furono amici fin da bambini.  Giocavano calcio insieme in piazza della Magione – inconsapevoli della presenza della mafia o del fatto che alcuni compagni di scuola sarebbero diventati criminali.

Giovanni e Paolo frequentavano lo stesso liceo classico ed erano studenti modello.   Dopo la maturità, i loro sentieri hanno preso strade un po’ diverse.  Falcone entrò all’accademia militare di Livorno, poi ci ripensò e si iscrisse a Giurisprudenza.  Borsellino optò subito per gli studi di Legge.  Tutti e due si laurearono a pieni voti.

Le loro carriere li portarono in diverse parti in Sicilia, dove ognuno entrò in contatto con la realtà della mafia.  Nel 1969 Borsellino fu trasferito a Monreale, vicino a Palermo; come agente di udienza, lavorò fianco a fianco con il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, che fu ucciso dalla mafia nel 1980.  Borsellino indagò sull’omicidio.  Nel frattempo, Falcone fu anche trasferito a Palermo dove lavorò al processo del costruttore edile Rosario Spatola, accusato di associazione mafiosa.

Nei primi anni Ottanta scoppiò una guerra mafiosa che causò nel capoluogo siciliano un morto ogni tre giorni.  Alla fine le vittime furono circa 1.200, che sfinirono le file nemiche del capo dei capi, Totò Riina.  A quel tempo, la violenza di Riina si era anche rivolta contro lo Stato.  Nell’aprile 1982, Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista e membro della Commissione antimafia, fu ucciso nella sua auto a Palermo.  In risposta, il governo inviò in Sicilia come prefetto anti mafiosa, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.  Per la Cosa Nostra era una minaccia seria.  A settembre Dalla Chiesa fu ucciso con la moglie.

Dopo che un’autobomba ammazzò un altro ufficiale giudiziale, Antonino Caponnetto fu nominato magistrato anti-mafia.  Non aveva esperienza di processi di mafia, ma era nota la sua serietà professionale.  Caponnetto si rese conto della necessità di costruire un pool di magistrati per frazionare i rischi dei singoli e avere una visione unitaria del fenomeno mafioso.  Il primo a essere scelto fu proprio Falcone, e, al suo consiglio, Borsellino fu aggiunto alla squadra.  Mentre la squadra lavorava instancabilmente, c’era un altro sviluppo –“la stagione dei penitenti”.

Primo di tutti Tommaso Buscetta, “don Masino”, un trafficante di droga. Nella guerra scatenata da Totò Riina, Buscetta aveva perso due figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti.  Volle collaborare con le autorità ma voleva parlare solo con il numero uno del pool palermitano: Giovanni Falcone.  Buscetta disse a Falcone: “L’avverto signor giudice.  Dopo questo interrogatorio lei diventerà una celebrità.  Ma cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente.  Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa nostra non si chiuderà mai.  È sempre del parere di interrogarmi?”

Fine della prima parte.  La seconda parte apparirà la prossima settimana.

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