Convivenza: Orsi e Umani

Per secoli, la convivenza fra orsi e esseri umani è stata la normale condizione di vita nelle Alpi. Nel corso dell’ultimo secolo, tuttavia, poiché i paesaggi alpini hanno subito cambiamenti radicali, l’habitat degli orsi si fu notevolmente ridotto. Alla fine degli anni ’30 la maggior parte delle colonie di orsi si è estinta. Dalla metà del XX secolo, quando il movimento per la conservazione dell’ambiente ha preso avvio, si sono sviluppati piani per le riserve naturali nelle Alpi del Trentino, nel nord Italia. Ma questi sforzi hanno ottenuto risultati positivi solo quando, verso la fine degli anni ’90, sono stati introdotti nuovi orsi nell’area, grazie a programmi faunistici finanziati sia dall’Italia, che dall’Unione Europea.

Ora, con circa 80 orsi nella zona, inevitabilmente ci sono stati alcuni sfortunati incontri uomo-orso. E questo sembrano sempre finire sui titoli dei giornali. Di regola, gli orsi attaccano raramente gli umani; infatti, di solito evitano le persone. Sebbene generalmente abbiano un temperamento calmo, possono essere imprevedibili e possono attaccare se sorpresi o minacciati.

Nell’agosto 2017, le guardie forestali hanno sparato e ucciso Kj2, un’orsa di 14 anni dopo che, secondo quanto segnalato, aveva sbranato un uomo anziano, che portava a spasso il suo cane. Eppure alcuni resoconti dicono che Kj2 potrebbe aver avuto con sé due o tre cuccioli; quindi avrebbe agito per legittima difesa, spaventata da un umano provvisto di bastone e di cane. Se è così, la risposta dell’orso sarebbe stata naturale e l’uccisione è stata solo che estrema. Kj2 non poteva essere trasferiti in un altro posto con i suoi cuccioli?


Nel giugno 2020 il governatore del Trentino, Maurizio Fugatti, ha firmato un’ordinanza per l’eutanasia di un orso che ha sbranato due uomini, che camminavano su un sentiero alpino. Il piano nazionale in Italia prevede che quando un essere umano viene attaccato da un animale, l’animale deve essere soppresso. La logica è che ciò potrebbe accadere di nuovo, sebbene non ci siano prove che gli orsi attacchino serialmente. I gruppi per i diritti degli animali affermano che determinare le circostanze che circondano l’aggressione è fondamentale, perché gli orsi non dovrebbero morire a causa di errori umani. Per identificare gli orsi, i ricercatori usano la saliva e i peli sui vestiti degli uomini per estrarne il DNA. Poi cercano i dati risultanti in un database, costruito durante cinque anni per monitorare la popolazione di orsi, che riporta le seguenti informazioni: il rapporto tra maschi e femmine, il tasso di fertilità e gli spostamenti. Il database può essere utilizzato anche se un orso viene cacciato in camicia o avvelenato o, se ferisce un essere umano.


La storia che ha più catturato l’attenzione negli ultimi mesi del 2020 appartiene a M49, l’orso soprannominato “Papillon”, in onore del detenuto fuggito dall’Isola del Diavolo. L’orso più ricercato delle Alpi, “Papillon” non ha mai attaccato l’uomo, ma ha decimato bestiame come mucche, pecore e asini. Per un periodo di 14 mesi è stato rinchiuso in una gabbia elettrificata, ma poi è riuscito a scappare di nuovo. Nonostante sia stato ben nutrito, nemmeno 7.000 volt hanno potuto scoraggiare l’istinto di libertà di questo orso.

Il governo deve essere in grado di salvaguardare la sicurezza personale ed economica delle comunità locali, ma deve anche saper difendere il diritto di spostarsi nel proprio territorio naturale da parte di questi animali. È un equilibrio molto complicato. Le azioni preventive per ridurre al minimo l’interazione uomo-orso includono: piantare alberi più in alto sulle colline, garantire un approvvigionamento alimentare adeguato lontano dagli insediamenti umani e erigere recinti elettrici attorno alle fattorie e agli orti. L’educazione umana continua è essenziale. Gli esseri umani hanno bisogno di capire chiaramente cosa possono e dovrebbero fare nelle aree frequentate dagli orsi. Non dovrebbero avvicinarsi o minacciare gli orsi con bastoni o mazze. Non dovrebbero permettere ai loro cani di essere senza guinzaglio. I costi e i rischi della convivenza devono essere equamente distribuiti tra tutti coloro ne sono coinvolti: cittadini, turisti, pastori, governo e gli orsi stessi. Le Alpi meritano i propri orsi e gli orsi meritano le proprie Alpi.

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Cohabitation: Bears and humans

For centuries cohabitation had been the normal state of life in the Alps.  Over the last century, however, as Alpine landscapes underwent radical changes, bear habitat shrank markedly.  By the end of the 1930s, most bear colonies had become extinct.  From the mid-twentieth century, as the conservation movement gained momentum, plans were developed for a nature reserve in the Alps of Trentino, in northern Italy.  But these efforts succeeded only when, in the late 1990s, new bears were introduced into the area thanks to wildlife programs funded by both Italy and the European Union.

Now with about 80 bears in the area, inevitably there have been some unfortunate human-bear encounters.  And they always seem to grab the headlines.  As a rule, bears seldom attack humans; in fact, they usually avoid people.  While they generally have a calm temperament, they can be unpredictable and can attack if surprised or threatened.

In August 2017, foresters shot and killed Kj2, a 14-year old female bear after it reportedly mauled an elderly man walking his dog.  Yet some accounts say that Kj2 may have had two or three cubs with her; she may have been acting in self defense from a scared and stick-wielding human and his dog.  If so, the bear’s response was natural, and the killing was extreme.  Couldn’t Kj2 have been relocated with her cubs? 

In June 2020, Trentino’s governor, Maurizio Fugatti, signed an ordinance to euthanize a bear that mauled two men walking on an alpine path.  The national plan in Italy mandates that when a human is attacked, the animal must be euthanized. The rationale is that this could happen again, although there has been no evidence that bears are serial attackers. Animal rights groups say that determining the circumstances surrounding the aggression is critical, because bears shouldn’t have to die because of human errors.  To identify the bear, researchers are using saliva and fur on the men’s clothing to extract DNA.  They will seek a match in a database that has been built up over five years to monitor the bear population, including its numbers, the ratio of males to females, fertility rates, and movements.  The database can also be used if a bear is poached or poisoned, or, as in this case, if it injures a human.

The most headline-grabbing story of 2020 belongs to M49, the bear nicknamed “Papillon” after the escaped convict from Devil’s Island.  The most wanted bear in the Alps, “Papillon” has never attacked humans but he has decimated livestock, including cows, sheep and donkeys.  Over a 14-month period, he has been captured and put in an electrified cage three times, only to escape again.  Despite being well fed, not even 7,000 volts can deter this bear’s instinct for freedom.

The government must be able to safeguard the personal and economic security of local communities while, at the same time, defending the rights of these iconic animals to roam their historic territory.  It’s a very tricky balance.   Preventive actions to minimize bear-human interaction include:  planting trees higher in the hills, ensuring an adequate food supply away from human settlements, and erecting electric fences around farms and vegetable gardens.  Ongoing human education is essential.  Humans need to clearly understand what they can and should do in areas frequented by bears.  They should not approach bears.  They should not threaten them with sticks or clubs.  They should not allow their dogs to be off-leash. The costs and risks of cohabitation need to be fairly distributed among all participants—citizens, tourists, herders, the government, and, indeed, the bears too.  The Alps deserve their bears, and the bears deserve their Alps.

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Denim e jeans

Oggi le parole “denim” e “jeans” sono usate quasi in modo intercambiabile (negli Usa). Ma non è sempre stato così. La loro origine risale a più di 400 anni fa nella città di Genova, in Italia e nella città di Nimes, in Francia. All’epoca la città portuale di Genova faceva parte della Francia ed era conosciuta con il nome francese “Geane” o “Jeane”. Produceva un tessuta di qualità industriale per abiti da lavoro, chiamato fustagno “jeans”, simile al velluto a coste. Tinto con color indaco, il tessuto era usato per fabbricare forti pantaloni da lavoro per gli operai portuali. All’epoca Genova era una potenza navale notevole e la marina genovese dotava i suoi marinai di jeans, pioché avevano bisogno di un tessuto che potesse essere indossato sia bagnato, che asciutto.

In quel periodo, i tessitori di Nîmes, in Francia, cercarono di riprodurre il famoso tessuto realizzato a Genova, ma senza fortuna. Attraverso prove ed errori, crearono un altro tessuto che divenne famoso come denim perché proveniva “de Nimes”. Era un tessuto in twill di cotone, in cui la trama passava sotto due o più fili di ordito. I fili di ordito erano tinti in indaco, mentre i fili di trama rimanevano bianchi. Era molto resistente e utilizzato da persone che avevano bisogno di vestiti che durassero a lungo.

Nel XVII secolo i jeans erano un tessuto fondamentale per la classe operaia nel nord Italia. Ciò si può osservare in una serie di dipinti di genere di quel periodo attribuiti al misterioso artista ora soprannominato “Il maestro della tela jeans”. Scoperta di recente, questa serie di 10 dipinti ad olio raffigura persone povere in ambienti domestici semplici. Ogni dipinto contiene cibo o stoviglie e almeno un bambino. Nei dipinti viene prestata grande attenzione agli abiti blu o ai pezzi di stoffa, che sono spesso strappati, spiegazzati o sporchi.

Nel 1853 in America, Levi Strauss si trasferì a San Francisco per fondare un ramo occidentale del business dei prodotti secchi della famiglia. Tra i vari prodotti, vendeva un tessuto denim molto resistente, soprattutto ai minatori che lo usarono durante la corsa all’oro. Uno dei suoi clienti era Jacob W. Davis, un sarto di Reno, Nevada, che realizzava articoli molto utili a quei tempi, come tende, coperte per cavalli e coperture per carri. In risposta a un ordine di un cliente per pantaloni robusti, Davis li realizzò con il denim che aveva acquistato da Strauss e li rese più resistenti inserendo rivetti di rame nei punti in cui i pantaloni si potevano strappare più spesso: tasche e patte. Per brevettare questi pantaloni, Davis scrisse a Strauss e divennero così soci in affari.

Nasce quindi la versione americana dei blue jeans, che da più di 150 anni ha creato una propria cultura dell’abbigliamento. Progettati originariamente per i minatori, i jeans moderni furono resi popolari come abbigliamento casual da Marlon Brando e James Dean nei film degli anni ’50, in particolare “The Wild One” e “Rebel without a Cause”. Ciò ha portato il tessuto a diventare un simbolo di ribellione tra gli adolescenti, nonché un simbolo di simpatia per le classi lavoratrici. Al giorno d’oggi, sono indossati da tutti e sono diventati i pantaloni più popolari nella cultura occidentale. Oggi, il 75% dei jeans firmati nel mondo proviene dalla California.

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