La polemica su chi possiede l’arte del mondo

Recentemente ho letto un libro intitolato “Loot” di Sharon Waxman sulla battaglia dei tesori rubati del mondo antico.  Ecco alcune questioni e domande che sono state sollevate.

Nefertiti

Nefertiti

Il mondo dei musei è cambiato.  Musei non sono “semplicemente” le istituzioni dibeneficenza che conservano, mostrano, ed istruiscono il mondo sull’arte.  Loro ancora lo fanno, naturalmente, ma oggi ci sono anche le minacce, le cause legali, i procedimenti penali, e l’imbarazzo pubblicato su chi dovrebbe possedere le antichità che rappresentano il patrimonio dell’uomo.

Nel corso degli ultimi secoli, le antichità sono state strappate dal suolo e spedite in tutto il mondo.  Molte ora risiedono nei grandi musei dell’Occidente—il Louvre, il British Museum, il Metropolitan Museum

Rosetta Stone

Rosetta Stone

of Art, ecc.  Dovrebbero rimanere lì, dove, in generale, sono state esposte e conservate con cura e restano accessibili a visitatori che provengono da tutto il mondo?  O dovrebbero tornare nei loro paesi di origine, dove le richieste di restituzione sono in crescita sempre più clamorose?

L’Egitto vuole il ritorno della Stele di Rosetta dal British Museum e il busto di Nefertiti dal Museo Egizio di Berlino.  La

I Marmi di Elgin

I Marmi di Elgin

Grecia vuole il ritorno dei fregi del Partenone (i marmi di Elgin) dal British Museum.  Sta costruendo un museo alla base dell’acropoli per ospitarli.

Forse il paese più aggressivo di tutti è l’Italia.   Ha intrapreso una campagna contro musei, mercanti, e collezionisti per il ritorno dei manufatti che dichiara che sono stati scavati

The Getty Museum

The Getty Museum

illegalmente e contrabbandati dal paese. Ciò culminò in un processo penale di due anni che coinvolse una curatrice americana, Marion True, del J. Paul Getty Museum di Los Angeles.

La domanda di restituzione moderna cominciata nel 1970 quando archeologi, giornalisti, e funzionari pubblici  sono resi conto che il saccheggio non era una cosa del passato.  Il mercato occidentale per l’acquisto delle opere d’arte antiche stava crescendo stava causando la distruzione di siti archeologici.  C’era molta collusione tra i contrabbandieri—da tombaroli, a restauratori, rivenditori di oggetti di lusso, case d’asta, e collezionisti facoltosi.   C’era anche una mancanza di leggi internazionale chiaro per regolamentarlo.

I paesi che richiedono la restituzione devono affrontare le loro debolezze.  I loro musei sono spesso sottofinanziati e disorganizzati.  La curatela e gli inventari  sono quasi inesistenti.  Spesso non  possono salvaguardare i tesori sotto il loro controllo in corso.  La corruzione è diffusa e il saccheggio continua.

Certamente, uno dei pìu grandi saccheggiatori di tutti è stato Napoleone.  Ha fatto

La Galatea Morente

La Galatea Morente

conquiste in tutta Europa, sopratutto in Italia.  Le opere d’arte sono state portate in carovane a Parigi e sono al Louvre di oggi, dove molte opere famose d’Italia risiedono, come la Galata Morente.   Pochissimi musei rivelano oggi dove hanno ottenuto la loro arte.   Offuscamento e ipocrisia abbondano ovunque.

Come hanno fatto gli obelischi egiziani a finire nelle piazze del VaticanoVaticano?   Dovrebbero i 4 cavalli di bronzo sul tetto della chiesa di San Marco a Venezia essere restituiti a Costantinopoli?  Malgrado che l’Italia sia aggressiva nel chiedere il ritorno della sua arte, come tutti gli altri paesi, anche l’Italia è lenta a San Marcorispondere alle richieste di restituzione di beni saccheggiati.  L’Italia ha trascinato i suoi piedi quando la Libia ha chiesto il ritorno di una statua in marmo di Venere iniziato nel 1912.  Eppure, non si può immaginare che le statue di marmo di Venere siano scarse in Italia.

L’Italia è gravata e benedetta con una quantità impressionante di tesori artistici.  Il percorrere le strade di Roma conduce i visitatori attraverso arte romana, medioevale, rinascimentale, e epoche pontifice.  Resti delle civiltà greca ed etrusca sono ovunque.  La conservazione è scoraggiante.

E scoraggiante è stato per il Getty Museum quando l’Italia ha penalmente accusato la sua curatrice di aver cospirato nel ricevere refurtiva.  Era insolito accusare un curatore e non il direttore del Getty o il presidente del consiglio.  È stato anche ironico perchè il Getty ha avuto la politica di acquisizioni più restrittiva di quasi tutti i grandi musei statunitensi.  L’Italia stava mandando un messaggio a tutti i musei:  “Dateci la nostra roba o questo accadrà anche a voi.”

AphroditeIl processo è stato di una lentezza esasperante.  Ha avuto udienze ogni pochi mesi.  Alla fine il periodo della legge sulla prescrizione fu esaurito.  Forse non sapremo mai se Marion True fosse un capro espiatorio o un scofflaw.  Ma le richieste sono state così scoraggianti che il Getty ha restituto 40 capolavori—una statua enorme di Afrodite, una scultura di due grifimarmo di due grifi azzannano un cerbiatto, una statua etrusca di un uomo e una donna che balla, anfore, calici, crateri, e lekythos.

È questo la soluzione per i torti antichi a partire dall’età dell’imperialismo?  O è una resa dei conti moderna da nazioni frustrate e meno potenti?  È parte dell’identità di una nazione  il diritto di esigere il ritorno dei suoi simboli tangibili?  Fare queste battaglie minano la missione dei musei che  consiste nello scambio cultura, per costruire ponti, e per promuovere la comprensione reciproca?  E poi l’ultima domanda: sarebbero tutti i principali musei vuoti se tutta la loro arte depredata dovesse essere restituita?

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The Controversy over Who Owns the Art of the World

The Controversy over Who Owns the Art of the World

Recently I read a book called “Loot” by Sharon Waxman on the battle over the stolen treasures of the Ancient World.  Here are some of the issues and questions raised.

The museum world has changed.  Museums are no longer the

Nefertiti

Nefertiti

benevolent institutions that preserve, display, and educate the world about art.  They continue to do that, of course, but today there are also threats, lawsuits, criminal prosecutions, and public embarrassment over who should own the antiquities that represent man’s heritage.

Over the last centuries antiquities have been ripped from the ground and shipped across the world.  Many now reside in the great museums of the West—the Louvre, the British Museum, the Metropolitan Museum of Art.  Should they remain there where, in general, they are exhibited and preserved with care, accessible to visitors from the

Elgin Marbles

Elgin Marbles

world over?  Or should they be returned to their countries of origin, whose demands for restitution have grown ever more vociferous?

Egypt wants the return of the Rosetta Stone from the British Museum and the bust of Nefertiti from the Egyptian Museum

Rosetta Stone

Rosetta Stone

in Berlin.  Greece wants the return of the Elgin Marbles from the British Museum.  It is building a new museum at the base of the Acropolis to house them.

Perhaps the most aggressive country of all, Italy has waged a campaign against museums, dealers, and collectors for return of artifacts it claims were illegally excavated and

The Getty Museum

The Getty Museum

smuggled from the country.  This culminated in a 2-year criminal trial of the American curator, Marion True, of the J. Paul Getty Museum in Los Angeles.

The modern restitution question first arose in the 1970s as archaeologists, journalists, and public officials realized that looting was not a thing of the past.  The growing market in the West was fueling destruction of archaeological sites.  There was collusion along the entire chain of actors in smuggled antiquities—from tomb robbers to restorers, upscale dealers, auction houses, and wealthy collectors.  There also was a lack of clear international law to regulate all of this.

The countries that demand restitution must face their own shortcomings.  Too often their museums are underfunded and disorganized.  Curating and inventories are almost nonexistent.  They often can’t safeguard the treasures under their current control.  Corruption is rife and looting continues.

la Galatea MorenteSurely one of the biggest looters of all was Napoleon with his conquests across Europe, foremost in Italy.  Caravans of artwork were carted off to Paris and are in the Louvre today, where many famous works from Italy now reside, like the Dying Gaul.  Precious few museums reveal even today where they obtained their art.  Obfuscation and hypocrisy abound.

How did Egyptian obelisks end up in the plazzas of the Vatican?  Should the 4 bronze VaticanoSan Marcohorses on the roof of the church of San Marco be returned to Constantinople?  As aggressive as Italy is in its request for the return of its art, like other countries, Italy is slow to respond to restitution requests from other countries for looted goods.  Italy dragged its feet when Libia asked for the return of a marble statue of Venus taken in 1912.  Yet, it’s hard to imagine that marble statues of Venus are in short supply in Italy.

Italy is burdened and blessed with a staggering quantity of artistic treasures.  A stroll along the streets of Rome take visitors through Roman, Medieval, Renaissance, and pontifical epochs.  Remnants of Greek and Etruscan civilization are everywhere.  Conservation is daunting.

And daunting it was for the Getty Museum when Italy criminally accused its curator for having conspired to receive stolen goods.  It was unusual to charge a curator and not the director of the Getty or the chairman of the Board.  And it was also ironic because the Getty had the most restrictive acquisition policy of any large American museum.  Italy was sending a message to all museums:  “Give us our stuff or this will happen to you.”

The trial was agonizingly and typically slow.  It managed to meet only once every few due grifimonths.  In the end, the statute of limitations expired, and perhaps we will never know if Marion True was a scapegoat or a scofflaw.  But the demands for returned art were daunting for the AphroditeGetty, which returned 40 masterworks, including a large statue of Aphrodite, a marble sculpture of 2 griffins attacking a doe, an Etruscan statue of a man and woman dancing, plus numerous amphorae, calyxes, kraters, and lekythos.

Is this historic justice – the righting of wrongs from the age of imperialism up to now?  Or is it a modern settling of scores by frustrated, less powerful nations?   The battle over ancient treasures—is it about identity, the right of nations to reclaim their tangible symbols?  Do these battles undermine the purpose of museums to exchange culture, build bridges, and promote mutual understanding?  And the final question, would all the major museums be empty if all looted art had to be returned?

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Il Ruolo di Verdi nel Risorgimento

Potete immaginare un paese, tanto meno gli Stati Uniti, in lutto nazionale per la morte di Il morto di verdiun compositore classico?  Quando Giuseppe Verdi morì nel gennaio del 1901, tutta l’Italia pianse  come una.  Quasi un quarto di milione di persone scese in piazza, marciando al suono di  “Va, Pensiero” dal Nabucco—meglio conosciuto come il Coro degli Schiavi Ebraici—cantato da un coro ammassati sotto la direzione del celebre maestro Arturo Toscanini.

Non c’è alcun dubbio che Verdi era un grande compositore.  Insieme ad un Requiem eterno, un po’ di musica corale sacra e qualche opera cameristiche e orchestrali, ci sono una trentina di opere, almeno una ventina delle quali sono nel nucleo operistico canonico.  Il bicentenario di Verdi—rispetto ai festeggiamenti organizzati nel 2013 per altri compositori—ha appena avuto un impatto.  Questa non è una indicazione della stima di cui lui è tenuto; riflette soltanto il fatto che la sua musica viene eseguita tutto il tempo comunque, in tutto il mondo.  Si tratta di una scommessa abbastanza sicura che, in ogni notte, qualcuno da qualche parte starà cantando il Rigoletto o l’Otello, l’Aida o l’aria di Violetta.

Ma la ragione per cui gli italiani sono scesero in piazza quel giorno invernale agli albori del secolo scorso era molto più che solo musica.  Le opere di Verdi avevano fornito la colonna sonora del politicamente tempestoso mezzo secolo che precedette la sua morte, e le sue più celebri arie erano diventate quasi inni per una nazione da poco unificata.  Quando il Nabucco è stato presentato in anteprima al Teatro alla Scala nel 1842, “Italia” era semplicemente un insieme di regni e principati geograficamente contigui piu o meno uniti da un linguaggio comune.

Così, quando gli italiani cantarono il Coro degli schiavi ebrei nel corteo funebre di Verdi,  non era solo perchè era una melodia orecchiabile  di cui sapevano le parole.  Il suo soggetto—i figli d’Israele che davano voce struggente alla loro nostalgia per la terra promessa—era diventato un potente analogo per i desideri a lungo frustrati del popolo italiano.  Quando gridarano “Viva Verdi!” durante il corteo funebre, erano ancora acutamente cosciente del doppio significato della parola d’ordine e la sua risonanza clandestina per gli agitatori del ‘Risorgimento’, come la causa del nazionalismo italiano era nota.  Le lettere VERDI rappresentavano anche il nome del re di Sardegna che, nel 1861, finalmente, prese il trono di una nazione unita per la prima volta dal sesto secolo—Victor Emmanuele Re D’Italia.

Nello stesso anno, su richiesta del nuovo Primo Ministro Camillo Cavour, Verdi entrò nel primo parlamento del paese, in cui servi per quattro anni.  Verdi si era gettato con tutto il cuore nello spirito del Risorgimento.  Era abbastanza pragmatico per rendersi conto che la prospettiva più realistica per l’unificazione giaceva nel sostenere il re.  Era anticlericale, contro la guerra, un ardente patriota e un liberale, e le sue opere divennero veicoli singolarmente potenti per le sue convinzioni politiche.

Non sorprende, gli storici contemporanei abbracciarono rapidamente il messaggio delle prime opere come il Nabucco, Ernani e Attila, assorbendo le opere nella causa nazionalista.  Oltre ai messaggi politici che portavano direttamente o indirettamente, l’istinto di Verdi per comunicare l’avventura disordinato di pathos, l’empatia, e il dramma emozionante degli esseri umani era semplicemente imparaggiabile.  È stato quel genio, in ultima analisi, che ha elevato il suo status al di là di quello di un semplice prestigiatore di musica e parole.

Si prega di guardare il seguente video di Riccardo Muti che dirige “Va, Pensiero”  a Roma nel 2011.  È molto emozionante quando il pubblico partecipa….

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