Una Storia Breve del Tartufo

No, questo tartufo non è quel tipo famoso di funghi coltivati in Italia e apprezzato in cucina in tutta Europa.  Ma anche questo tipo di tartufo è famoso.  È il Tartufo di Pizzo, un dolce calabrese nato nella città balneare della provincia di Vibo Valentia.  Si tratta di un gelato alla nocciola e cioccolato che viene modellato, rigorosamente nel palmo della mano, a forma di semisfera con un cuore di cioccolato fondente fuso e ricoperto da una spolverata di cacao amaro in polvere e zucchero.

Il Tartufo è stato inventato nel 1952 quando un parente di re Vittorio Emanuele II andò a Pizzo per un matrimonio patrizio.  Un giovane pasticciere di Messina, Giuseppe De Maria, “Don Pippo”, per puro caso, divenne l’artefice di questa innovazione. Avendo esaurito gli stampi e le forme per confezionare il gelato sfuso per rifornire i numerosi invitati al matrimonio, “Don Pippo” ebbe un’idea.  Sovrappose nella sua mano una porzione di gelato alla nocciola ad uno strato di gelato al cioccolato, lo inserì all’interno del cioccolato fuso ed avvolse il tutto in un foglio di carta alimentare da zucchero dandole la forma tipica del tartufo.  Il tutto fu messo a raffreddare.

Il successo conseguito gli valse l’immediata notorietà.  La ricetta originale viene ancora custodita gelosamente dai nipoti del maestro.  Vedete la versione inglese di questo post per una storia pittorica.

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A Pictorial History of the Tartufo

This appeared in The New York Times, June 2017:

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Perché l’Italia è stata risparmiata dagli attacchi terroristici?

Questa è la domanda che The Guardian, il giornale britannico, ha chiesto in un articolo nel giugno 2017.  L’Italia è stata fortunata nell’ultimi anni?  O ci sono altri fattori che hanno messo al sicuro questo paese fino adesso?

L’Italia ha avuto la sua parte di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui gli omicidi di Falcone e Borsellino, due importanti giudici antimafia, nei primi anni ’90.  Ma a differenza di quasi tutti i suoi vicini europei, non ha subito un grande attacco terroristico dagli anni ’80.

Una teoria è che l’Italia sia stata in grado di combattere la minaccia dell’Isis a livello nazionale attraverso l’esperienza e gli strumenti sviluppati nelle indagini sulla mafia e durante i cosiddetti “anni di piombo”, il periodo tra gli anni sessanta e gli anni ottanta segnati da atti terroristici da parte di militanti di sinistra e di destra.

Un esempio è l’importanza del dialogo costante a livello operativo tra le forze dell’intelligence e le forze dell’ordine.  Non era un segreto in Italia che Youssef Zaghba, il 22enne marocchino che abitava a Bologna, veniva monitorato sotto stretta sorveglianza.  Veniva salutato ogni volta che arrivava a Bologna, e la polizia lo controllava diverse volte al giorno.  Era uno dei tre terroristi responsabili per l’attacco al London Bridge.  Ma non è mai stato fermato all’aeroporto o interrogato a Londra, anche se i funzionai italiani avevano avvertito le loro controparti britanniche che era una minaccia.

Dalle giornate di indagini mafiose, le autorità italiane dipendono da telefonate intercettate, che possono essere utilizzate come prove in tribunale, a differenza del Regno Unito.  E, nei casi legati alla mafia e al terrorismo, l’autorizzazione per intercettazioni può essere ottenuta sulla base di attività sospette e non su prove solidali.

Ci sono due fattori unici che potrebbero rendere la sorveglianza più facile in Italia.  In primo luogo, l’assenza di periferie (simile a banlieue in Francia) nelle grandi città italiane e la predominanza di piccole e medie città rendono più facile monitorare e controllare il territorio.

In secondo luogo la mancanza di una seconda e terza generazione a rischio radicalizzazione, che rende più facile l’espulsione dei soggetti consideratori pericolosi perché privi di cittadinanza.  Significa anche che, rispetto alla Francia, il Belgio, e il Regno Unito, ci sono meno persone su cui focalizzarsi.  Ci vogliono circa 20 persone a sorvegliare un terrorista sospetto a tempo pieno, il che può mettere molta pressione sulle risorse di un paese.

Molto simile alla lotta contro la criminalità organizzata italiana, infiltrando e distruggendo le reti terroristiche richiede la rottura di stretti rapporti sociali e familiari.  In Italia, le persone sospettate di essere jihad sono incoraggiate a cooperare con le autorità italiane, che utilizzano permessi di residenza e altri incentivi.  C’è anche da riconoscere il pericolo che deriva dal tenere i detenuti terroristi in carcere; come in passato con i capi della mafia, la prigione è considerata un territorio eccellente per il reclutamento e la connessione di reti.

Che sia la composizione della popolazione italiana, o che sia l’ampio uso della sorveglianza, o semplicemente fortuna, teniamo le dita incrociate.

 

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