Salvator Mundi: una saga ancora in corso

Di dubbia attribuzione, il Salvator Mundi è stato commercializzato come un dipinto di Leonardo da Vinci e venduto da Christie’s alla fine del 2017 per la cifra record di $450 milioni (386 milioni di euro). Al momento del mio post all’inizio del 2018, intitolato”I dipinti di Leonardo: Cosa c’è in un prezzo?”, l’acquirente era sconosciuto. Per documentare i molti strati del mistero che circondano il dipinto ci sono diverse opere: un libro di Ben Lewis intitolato TheLast Leonardo, due documentari, The Lost Leonardo e Savior for Sale, e innumerevoli articoli. La saga continua senza intravedere una fine.

Tutto è iniziata in un’oscura casa d’aste di New Orleans nel 2005, quando due mercanti d’arte di New York hanno acquistato il dipinto per $1.175 (1.010 euro). Lo hanno portato a Dianne Modestini, una restauratrice d’arte molto rispettata, che ha lavorato al dipinto per anni, rimuovendo secoli di sporcizia e ridipinture. Sospettava che il dipinto potesse essere un Da Vinci. (In seguito, altri sospettarono che l’avesse “ristrutturato eccessivamente”.)

Una svolta è arrivata nel 2011 quando la National Gallery di Londra ha esposto il dipinto come un autentico Leonardo. Molti esperti hanno criticato la decisione del curatore del museo; tuttavia, la mostra ha contribuito in modo significativo a legittimare un’attribuzione traballante. Due anni dopo, Yves Bouvier, un mercante d’arte svizzero, ha acquistato il dipinto dai mercanti di New York per $83 milioni (71 milioni di euro), presumibilmente per conto di un oligarca russo di nome Dmitry Rybolovlev. Due giorni dopo l’ha venduto a Rybolovlev per $127,5 milioni (110 milioni di euro). Le controversie e le indagini sulla frode sono seguite ma non sono state risolte. 

Altra svolta: da Christie’s, a New York. Il video di marketing non mostrava il dipinto, ma piuttosto i volti sbalorditi degli osservatori come se stessero osservando Cristo stesso. La vendita di Christie’s è stata anche un dramma altamente messo in scena che si è concluso con un acquirente anonimo. Successivamente è stato rivelato che il dipinto è stato acquistato per conto del principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita, lo stesso bin Salman ritenuto responsabile dalla CIA (Central Intelligence Agency) dell’ordine dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. (È ironico che per molti nel mondo musulmano sia un insulto possedere o mostrare un’immagine di Allah o del profeta Maometto, tanto meno un’immagine di una religione concorrente.)

Altra tappa: a Parigi. Il Louvre ha voluto includere il Salvator Mundi nella sua mostra del 500° anniversario di Leonardo nel 2019. Uno spazio vuoto su una parete del museo attendeva il dipinto che non è mai arrivato. Il Louvre non avrebbe acconsentito alla richiesta di bin Salman che il suo dipinto fosse esposto nella stessa stanza della Gioconda, il che avrebbe suggerito lo stesso status. In secondo luogo, bin Salman avrebbe approvato il prestito al Louvre solo se il dipinto fosse stato etichettato come un autentico Leonardo. Un misterioso opuscolo, preparato dal Louvre per la pubblicazione, ma mai pubblicato, presumibilmente affermava che il pezzo era autentico.  Ma i funzionari del governo francese che conoscevano gli studi del dipinto del Louvre hanno concluso che Leonardo aveva solo contribuito al dipinto.


Dov’è il Salvator Mundi oggi? Nessuno lo sa. È nascosto in Medio Oriente per diventare il fulcro di un nuovo museo d’arte?  È nascosto in un armadietto esentasse in un aeroporto in Svizzera?  Galleggia sullo yacht da mezzo miliardo di dollari del principe che naviga in giro il mondo?

Film, libri, cultura pop e podcast oggi sembrano affascinati dai crimini d’arte. È perché è uno sguardo all’interno del raffinato mondo dell’arte che, in realtà, è troppo spesso pieno di scandali con miliardari che si defraudano a vicenda? È perché ci sono così tante piattaforme per le informazioni che chiunque può essere un investigatore che cerca di risolvere furti e falsificazioni? È perché, nel caso del Salvator Mundi, tutti lungo la catena, dai commercianti agli storici dell’arte e ai musei, dai compratori alle case d’asta, sono stati travolti dall’avidità in un dramma internazionale? Finché il Salvator Mundi sarà nascosto alla vista, il dipinto sarà avvolto nel mistero. E anche se viene mostrato, a meno di una svolta scientifica nell’assegnazione dell’attribuzione, la domanda rimane: è un vero Leonardo?

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Sfogliatelle

Cosa vi viene in mente quando pensate ai simboli iconici di Napoli? Molti potrebbero dire: Vesuvio, Pompei, il presepe, i canti dialettali, la pizza o il limoncello. Un’altra prelibatezza culinaria da aggiungere alla lista è la sfogliatella, un dolce a forma di conchiglia originario della Campania. Ammirata per la sua consistenza e la sua sottile dolcezza, una sfogliatella può essere consumata a qualsiasi ora, ma il più delle volte accompagna un caffé a colazione.  Il suo nome significa “piccola foglia sottile” poiché è fatto di molte foglie sovrapposte.

Come altre icone, la sfogliatella ha una ricca storia. Secondo la leggenda, una suora del Convento di Santa Rosa nel borgo marinaro di Conca dei Marini in provincia di Salerno, creò per prima questo dolce: impastò insieme semola, liquore, limone, zucchero e frutta secca; poi stese la pasta in due sfoglie e al centro vi mise il composto di semola come ripieno. Creato nel convento di Santa Rosa, il dolce arrivò nella città di Napoli dove un pasticcere di nome Pasquale Pintauro iniziò a venderlo nel 1818. Oggi il Monastero Santa Rosa è un hotel di lusso con spa, arroccato su una scogliera sulla costiera amalfitana tra Amalfi e Positano.

Ci sono due varietà di sfogliatelle oggi in Italia e una negli Stati Uniti. La classica è Sfogliatella Riccia, fatta con pasta simile alla pasta sfoglia. Viene arrotolato con un cilindro, tagliato a monetine, quindi si forma un cono, poi ripienato con una crema particolare. La pasta viene cotta fino a quando gli strati si separano, formando le caratteristiche sfoglie. Va consumata calda, appena sfornata, come i croissant. 

La Sfogliatella Frolla è una sfoglia più semplice, fatto con pasta frolla e non ha la tipica forma a strati tipica della varietà riccia. Entrambi i tipi possono avere una varietà di ripieni. Il ripieno classico è una crema pasticcera fatta con semola, zucchero, ricotta, uova, scorze di agrumi canditi e un pizzico di cannella. In alcune ricette si usa il limoncello o la marmellata; altre sostituiscono la pasta di mandorle per la crema pasticcera.

La versione americana si chiama Coda d’aragosta, o più comunemente Lobster Tails.  È una versione leggermente più grande della sfogliatella riccia ed è farcita con pasta choux (un impasto di burro, acqua, farina e uova) prima di essere infornata. L’alto contenuto di umidità della pasta choux crea vapore, che fa gonfiare la pasta nel forno e lascia spazio per il ripieno finale: un composto fatto di crema pasticcera e panna montata, molto dolce. 

Per fare la classica sfogliatella italiana si impiegano circa tre giorni. Come la sua iconica parente del XIX secolo, la pizza napoletana, le sfogliatelle richiedono tempo e abilità. Forse è per questo che l’originale non si trova facilmente negli Stati Uniti.

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Lobster Tails

What comes to mind when you think of iconic symbols of Naples?  Many people might say Mount Vesuvius, Pompeii, Christmas creches, songs in dialect, pizza or limoncello.  Another culinary delicacy to add to the list is the sfogliatella, a clam-shaped pastry native to Campania.  Admired for its texture and subtle sweetness, a sfogliatella can be eaten any time, but most often accompanies an espresso for breakfast.  Pronounced roughly sfo-ya-tel-la, its name means “small, thin leaf” as the pastry’s texture resembles stacked leaves.

Like other icons, the sfogliatella has a rich history.  According to legend, a nun at the Santa Rosa Monastery/Convent in the fishing village of Conca dei Marini in the province of Salerno, first created the pastry:  She combined semolina with lemon liqueur, sugar and dried fruit; then she kneaded dough into two sheets and put the semolina mixture in the center as a filling.  Named after the convent of Santa Rosa, the pastry made its way to the city of Naples where a pastry shop owner named Pasquale Pintauro began selling the pastries in 1818.  Today, the Monastero Santa Rosa is a luxury hotel and spa perched on a cliff over the Amalfi coast between Amalfi and Positano.

There are two varieties of sfogliatelle in Italy today and one in the United States.  The classic is Sfogliatella Riccia (for “curly”) which is made from dough similar to phyllo.  It is rolled into a cylinder, sliced into coins, then formed into a cone that houses a filling.  The pastry is baked until the layers separate, forming the characteristic ridges.  It should be eaten hot, right out of the oven, like croissants.

Sfogliatella Frolla (for “smooth” or “soft”) is a simpler, less labor-intensive pastry that uses a dough similar to pie crust and does not form the characteristic layers of the riccia variety.  Both types can have a variety of fillings.  The classic filling is a custard-like mixture of semolina, sugar, ricotta, eggs, candied citrus peel and a hint of cinnamon.  Some recipes incorporate limoncello or marmalade; some recipes substitute almond paste for the creamy custard.

The American version is called Coda d’aragosta, or more popularly, Lobster Tails.  They are a slightly larger version of the sfogliatella riccia and filled with choux pastry (a mixture of butter, water, flour and eggs) before baking.  The high moisture content of choux pastry creates steam, which causes the pastry to puff up in the oven and provides space for the final filling.  This mixture is usually a mixture of pastry cream (a thick, creamy custard) and whipped cream, which is sweeter than the fillings of the Italian pastries. 

Making the classic Italian sfogliatella can be a three-day process.  Like its iconic 18th- century relative– the Neapolitan pizza– sfogliatelle require time and skill.  Maybe that’s why the original is not readily available in the United States.

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