I Cent’Anni del Negroni, l’aristocratico dei Cocktail

Nel 2016, “Drinks International,” una rivista prestigiosa che tratta cocktail, ha classificato i migliori drink nel mondo.   Il Negroni è il secondo dopo l’Old Fashioned.  Gli altri nei primi dieci sono il Manhattan, Daiquiri, Martini, Whiskey Sour, Margarita, Sazerac, Moscow Mule, and the Mojito.

La storia del Negroni è molto interessante.  È italiano, certamente, ma con un pizzico di America ed un goccio di Inghilterra.  Alla fine dell’Ottocento nei caffè fiorentini alla moda nel tardo pomeriggio scattava “l’ora del vermouth”.  I gentiluomini bevevano il vermouth insieme al Bitter (Campari), guarnito con una fetta di limone, un drink che ancora oggi è molto amato.   Fu prima chiamato Milano-Torino (le città d’origine dell’alcool) e poi l’Americano.  Questa era l’alba del Negroni.

Il Conte Camillo Negroni (1868—1934) era un membro eccentrico, creativo, e affascinante dell’élite artistica e culturale di Firenze.  Un giorno tra il 1917 e il 1920, si trovò in un elegante bar del centro di Firenze.  Ordinò un “Americano” ma poi chiese al giovane barista, Fosco Scarselli, di “irrobustire” il suo drink.  Scelse un gin britannico, che avrebbe aumentato il livello alcolico senza diminuire il bel colore rosso.  Fu guarnito con un’arancia per distinguerlo dal suo predecessore.  Per un breve periodo, questo drink fu conosciuta come “un Americano nel modo del Conte Negroni”, ma ben presto semplicemente, “Negroni”.

Un Negroni è facile da fare, facile da ricordare, e facile da ordinare in molte lingue.  È un

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terzo di gin, un terzo di Campari, e un terzo di vermouth rosso miscelati in un bicchiere con tanto ghiaccio e una fetta di limone (o arancia).  Insieme al Bellini, è il cocktail italiano più conosciuto e bevuto al mondo.  Ha sedotto molte celebrità americane, tra cui Orson Welles.  Negli anni Cinquanta era uno dei drink preferiti nei “transition bar”, i cosiddetti bar di passaggio nelle stazioni ferroviarie. È immortalato nel film “La primavera romana della signora Stone” (1961) dalla novella di Tennessee Williams; la protagonista si abbandona in uno di questi bar a un “magnifico Negroni per dimenticare e aprirsi ai giovani amori”.  Persino Ian Fleming, l’ideatore di James Bond, in un suo racconto (Risiko del 1960) diventa un ambasciatore del Negroni…servito, certamente, con il Gordon Gin.

Ci sono state molte varianti.  A Roma nel 1950, anno del Giubileo, il barman dell’Hotel Excelsior decide di dedicare un cocktail ad un cardinale che sceglieva proprio quel posto per l’aperitivo.  Così, ispirandosi al colore dell’abito pensò ad una variazione del Negroni: sostituì il Martini rosso con il Dry, e “Il Cardinale” è nato.  Negli anni Sessanta arrivò il Negroni Sbagliato, in cui il drink è stato alleggerito sostituendo il gin con lo spumante brut.  Infatti, il barista a Milano prese una bottiglia per un’altra e pensando di versare il gin aggiunse il brut.  Piacque ai presenti … e poi tantissimi altri.  In Inghilterra lo chiamano Negroni Mistaken e nei paesi di lingua spagnola Negroni Equivocado.

Poi c’è il Negroski con vodka al posto del gin.  E Il Western Style Negroni con Wild Turkey bourbon al posto del gin, guarnito con gocce di cioccolato amaro.  Fortunatamente il Conte Negroni non è qui per testimoniarli.

 

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100 Years of the Negroni, “the Aristocrat” of Cocktails

In 2016, “Drinks International,” a prestigious magazine in the world of cocktails, ranked the best-loved drinks in the world.  The Negroni came in second behind the Old Fashioned.  Rounding out the top 10 are the Manhattan, Daiquiri, dry Martini, Whiskey Sour, Margarita, Sazarec, Moscow Mule, and Mojito.

The history of the Negroni is interesting.  It is Italian, of course, but with a twist of American and a splash of British.  At the end of the nineteenth century in the fashionable Florentine cafés in the late afternoon, it was “the hour of vermouth” for gentlemen.  It was all the rage at the time to drink a combination of vermouth and bitter (Campari), garnished with a lemon, that even today is quite loved.  It was first called Milano-Torino (after the cities of origin of the alcohol) and then, ironically, “the American.”  This was the dawn of the Negroni.

Count Camillo Negroni (1868—1934) was an eccentric, creative, and charming member of Florence’s artistic and cultural elite.  One day sometime between 1917 and 1920, he was at an elegant bar in Florence’s town center.  He ordered an “Americano” but then asked the young bartender, Fosco Scarselli, to “strengthen” his drink.  The choice became a British gin, which would raise the alcoholic level without diminishing the beautiful red color.  It was garnished with an orange to distinguish it from its predecessor.  For a brief period, this drink became known as “An Americano in the manner of Count Negroni,” but very soon simply, “Negroni.”

A Negroni is easy to prepare, easy to remember, and easy to order in many languages.  It is

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a third gin, a third of Bitter Campari, and a third of red vermouth mixed in a glass with a lot of ice and a slice of lemon (or orange).  Together with the Bellini, it is the Italian cocktail most known and consumed in the world.  It has seduced many American celebrities, including Orson Welles.  During the ‘50s it became one of the preferred drinks in “transition bars,” the so-called passenger lounges in train stations.  The drink was immortalized in the film “The Roman Spring of Mrs. Stone” (1960), adapted from the novel by Tennessee Williams, where the protagonist orders “a magnificent Negroni’ in one of these bars “to forget [her late husband] and open herself to young love.”  Even Ian Fleming, the creator of James Bond, in his story Risico (1960) became an ambassador for the drink…served, of course, with Gordon gin.

As long-lived and beloved as the Negroni is, there have been variations over time.  In Rome in 1950, the Jubilee year, the barman at the Excelsior Hotel decided to dedicate a cocktail to a cardinal who chose that place for his aperitivo.  Inspired by the color of his “suit” he came up with a variation:  he substituted Martino rosso for the Dry and “The Cardinale” was born.  In the 1970s came The Mistaken Negroni, in which the drink was “lightened” by substituting sparkling wine for gin.  In fact, the bartender in Milan at the time mistook one bottle for another and thinking he was pouring gin, added the brut.  It pleased those who were present and took hold.  In England it is called the Negroni Mistaken and in Spanish-speaking countries, the Negroni Equivocado.

Then there is the Negroski with vodka in place of gin.  And the Western Style Negroni with Wild Turkey bourbon instead of gin, garnished with drops of bitter chocolate.  Fortunately, Count Negroni isn’t around to witness these.

 

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Gli errori più comuni nella lingua italiana…anche fra gli italiani

Di tanto in tanto gli esperti dell’Accademia della Crusca spiegano le regole grammaticali sui quotidiani italiani. Fondata a Firenze nel 1583, questa istituzione di ricerca è la più importante della lingua italiana e la più antica accademia linguistica del mondo.

Ecco alcune regole grammaticali dell’Accademia.

  1. Scrivete “qual è” o “qual’è”?

L’esatta grafia è “qual è” senza apostrofo.  Questo è un esempio di un’apocope vocalica.  Non è un’elisione dove un apostrofo indica che manca una vocale.  “Qual” è simile ai altri aggettivi con lo stesso trattamento: tal, buon, pover (nell’italiano antico) davanti a una consonante.  Per esempio, Qual buon vento vi porta?

  1. Siete d’accordo…o daccordo?

La versione esatta è “d’accordo,” con un apostrofo che sostituisce la “i”, che gli italiani credono sia quasi impronunciabile.  In questo caso, è un’elisione, che è la caduta di una vocale finale, non accentata, che si trova davanti a una parola che inizia con una vocale o “h”. “Daccordo” non esiste.

  1. Fa, fà o fa’?

Si scrive “fa” se si intende la terza persona singolare dell’indicativo del verbo “fare”.  “Fa’ (for fai) indica la seconda persona singolare dell’imperativo del verbo “fare”.  “Fà” è sempre sbagliato.

  1. Accelerare o accellerare?

Le doppie lettere sono sempre un incubo!  Acceleriamo con una “l” perché il verbo deriva dall’aggettivo “celere” che ne ha una.

  1. Perché?

Si dice e si scrive “perché” con la “e” chiusa.  Non si dice “perchè”.  Punto.

  1. Un po o un po’ o un pò?

La forma corretta è “un po’”.  Si tratta infatti di un troncamento della parola poco, e l’apostrofo serve a mettere in evidenza che in quel punto è caduta una sillaba.

  1. Ne o né?

L’accento su “ne” si usa quando si vuole usarlo come negazione.  Per esempio, “Non si può mangiare né bere”, mentre si dice, “Te ne vai così presto?”

  1. Sé, se stesso, sé stessi

Il pronome “sé” si accenta sempre quando è isolato per distinguerlo da “se,” la congiunzione.  Per esempio, “Se lui rifletterà tra sé, capirà”.  Non si accenta davanti a “stesso” e “stessa”, medesimo e medesima, perché qui è chiaro che è un pronome: “Se pensa a se stesso, fa bene”.  Ma attenzione: bisogno di nuovo accentarlo al plurale, in casi come sé stessi e sé stesse per non confonderli con congiuntivi passati di stare: “Mi chiedevi se stessi bene”, mentre se medesimi e se medesime vanno sempre senza accento perché non c’è confusione.

  1. Dassi o dessi?  Stassi o stessi?

“Dessi” e “stessi” sono le forme corrette del congiuntivo imperfetto di “dare” e “stare”.

  1. Il sistema pronominale

Con oggetti diretti si usa “lo” e “la” al singolare maschile e femminile, e “li” e “le” al plurale.  Con oggetti indiretti si usa “gli” e “le” al singolare e “loro” al plurale.  Correggi gli errori nelle frasi seguenti.  Un esamino dentro un esamino:

  1. Chiama Lucia e digli / dille di venire
  2. Gli / lo o la chiamo, per sapere come sta
  3. Li / gli ho fatti scendere dalla macchina
  4. Lo / gli telefono o telefono a Paolo
  5. Le / gli voglio bene o voglio bene a Maria
  6. Li / gli hanno menati

 

  1. Abito a Piazza Navona o abito in Piazza Navona?

Sia “a” che “in” introducono un luogo, ma si usa “a” per luoghi più indeterminati.  “Abito a Genova”.  Si usa “in” per localizzazioni più definite.  “Abito in piazza De Ferrari”.

  1. Marciapiede o marciapiedi o marciappiede?

All’inizio entra nell’italiano come maschile e variabile; il suo plurale è marciapiedi.  Oggi marciapiedi viene comunemente usato anche come singolare e invariabile.  Queste due forme sono entrambe legittime.  Decisamente non ammissibile, invece, è la variante marciappiede.

  1. Quando usare “Piuttosto che”?

È molto in voga usare questa espressione quando state valutando dove andare a cena:  “Possiamo andare in pizzeria, piuttosto che al ristorante cinese, piuttosto che “Olio e Limone”. “Piuttosto che” vuol dire “anziché”, “invece di”; “o” e “oppure” sono meglio.  Usate l’espressione solo se avete già deciso che stasera volete andare a cena in pizzeria, piuttosto che al ristorante cinese.

  1. Qual è il plurale di “Pronto Soccorso”?

In generale, si tiene la forma invariabile al plurale: i pronto soccorso.  Ma è in uso anche la versione “i pronto soccorsi” e, molto più raro, “i pronti soccorso”.  La Crusca ha una posizione “aperta”: “Nonostante la situazione non sia ancora del tutto stabilizzata, la scelta preferibile, a nostro parere, è considerare la sequenza pronto soccorso invariabile al plurale”.

 

 

 

 

 

 

 

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