Confessioni di un ladro d’arte

Nel dicembre 2002, Octave Durham e un complice sono saliti sul tetto del Museo di Van Gogh di Amsterdam con una scala, hanno rotto una finestra con una mazza e hanno staccato dalla parete due inestimabili dipinti di Vincent van Gogh. Lui e il suo complice sono fuggiti facendo calando una corda dalla finestra. Ci hanno messo 3 minuti e 40 secondi. Durham racconta in un documentario del 2017: “Appena finito, la polizia era lì e io stavo entrando nella mia macchina per andare in vacanza. Mi sono tolto la maschera da sci, ho abbassato il finestrino e li ho guardati. ” I suoi principi guida erano: essere cool, avere un’auto veloce, vestirsi sempre di nero e non toccare mai nessuno”. In effetti, nelle sue numerose rapine, non è mai stato violento.

Perché ha rubato i dipinti di Van Gogh? “L’ho fatto perché ne vidi l’opportunità.” Vide la finestra del museo e pensò che sarebbe stato facile. Prese i due più piccoli dipinti più vicini alla finestra d’ingresso. Non aveva in anticipo un acquirente ma pensava comunque di poter vendere i dipinti o usarli come gettoni di scambio con le forze dell’ordine. In effetti, da giovane, Durham aveva un vicino criminale che aveva restituito alla magistratura olandese due dipinti di Van Gogh rubati nella speranza di ottenere una pena più leggera per aver spacciato droga. Nel caso di Durham, lui offrì per la prima volta i dipinti a due noti criminali, ma entrambi furono assassinati prima che l’accordo potesse concludersi.

Alla fine, ha venduto i dipinti per circa $380,00 a Raffaele Imperiale, il famoso boss della Camorra, conosciuto per il traffico di droga,  che all’epoca possedeva un “coffee shop” ad Amsterdam. Durham e il suo complice hanno speso i soldi in circa sei settimane: motociclette, una Mercedes, gioielli, un viaggio a New York. Gli acquisti hanno aiutato gli investigatori a rintracciare Durham, ma è stato il DNA del berretto da baseball, lasciato nel museo, a condannarlo per il crimine nel 2004. Ha trascorso 25 mesi in prigione senza rivelare dove si trovassero i dipinti.

Secondo i suoi avvocati, Imperiale sapeva che i dipinti erano stati rubati, ma li acquistò comunque perché era “appassionato di arte” ed erano “un buon affare”. Ma dopo aver trasferito i dipinti nella casa di sua madre, vicino a Napoli per motivi di sicurezza, lasciò i Paesi Bassi per Dubai, intorno al 2013. Nel 2016 ha scritto a un pubblico ministero di Napoli informandola che aveva i dipinti. Forse sperava in un trattamento di favore, ma è stato condannato in contumacia a 20 anni di prigione. I pubblici ministeri stanno collaborando con altri paesi per la sua estradizione, mentre Imperiale soggiorna in ville costose e camere d’albergo da 1.500 dollari a notte a Dubai, godendo i frutti della sua carriera nel traffico di droga.

Gli investigatori hanno fatto irruzione nella casa di Castellammare di Stabia e hanno recuperato i dipinti, che alla fine sono stati restituiti al museo di Amsterdam. Ci sono molti altri esempi del legame tra arte rubata e criminalità organizzata, il più rilevante dei quali è il furto del 1969 del “Presepe” di Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Rimane il Santo Graal dei Carabinieri ed è tra le 10 opere più ricercate dall’FBI.

La connessione con la criminalità organizzata è importante perché, altrimenti, chi acquisterebbe un dipinto ampiamente pubblicizzato come rubato? I ladri non rubano l’arte per appenderli alle loro pareti, vale a dire per bellezza, orgoglio o status. Rubano arte per fare soldi. Alcuni ladri meno sofisticati potrebbero pensare di essere in grado di vendere arte sul mercato aperto e invece scoprire che non ci sono acquirenti legali. Devono rivolgersi ad infimi criminali che venderanno un dipinto venderà solo per circa il 5% del suo valore nel mercato dell’arte legittimo. Molto probabilmente il ladro o il criminale all’altra estremità dell’accordo spera di usarlo come chip di contrattazione con le forze dell’ordine … anche se ciò non ha funzionato per Imperiale.

Durante la pandemia del  coronavirus, Octave Durham ha visto il video di sorveglianza dell’erede del marzo 2020 di un altro van Gogh, questa volta dal Singer Laren Museum di Amsterdam. Durham pensava che il ladro non fosse abbastanza professionale, perché non era completamente vestito di nero. Indossava jeans e scarpe da ginnastica Nike. Ma almeno quel ladro non si è lasciato alle spalle il berretto da baseball.

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1 Response to Confessioni di un ladro d’arte

  1. Jean Perloff says:

    Molto interessante! Sono andata al museo Van Gogh ma non le “coffee houses” che non servono caffe. Ce ne sono moltissime. Jean P.

    Sent from my iPhone

    >

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