Giorgio Perlasca: Un eroe italiano per Ungaro

Giorgio Perlasca è uno dei grandi eroi non celebrati dell’Europa.  Ha salvato migliaia di ebrei dalle camere a gas naziste grazie al suo coraggio, astuzia, fascino, e perseveranza.  E ha rischiato la propria vita ad ogni svolta in questa storia.

La giovane vita di Perlasca non ha mai data sintomi del suo ruolo futuro.  In realtà, suggerisce che avrebbe potuto prendere la strada opposta. Nacque a Como nel 1910, da adolescente a Padova si innamorò di Gabriele D’Annunzio, le cui idee e credenze influenzarono il fascismo e Benito Mussolini.  Si offrì volontario per combattere in una delle guerre di conquista di Mussolini nel 1935 e, poi come volontario fascista, per combattere a nome di Franco nella guerra civile spagnola.

Ma quando tornò in Italia, Perlasca si ritrovò disilluso con Mussolini.  Detestava l’alleanza dell’Italia con la Germania ed aborriva le leggi razziali italiane contro gli ebrei.  All’inizio della seconda guerra mondiale, riuscì a evitare il servizio militare, lavorando come agente di bestiame procurandosi rifornimenti per l’esercito italiano.  Viaggiò molto in Europa dell’est, prima a Zagabria e a Belgrado, dove vedeva massacri di ebrei, serbi, e altre minoranze.

Poi nel 1942 fu inviato a Budapest.  Un uomo alto e bello, usava il suo fascino e le capacità di negoziazione per fare buoni affari per gli italiani.  E gli piaceva l’ambiente del teatro e del ristorante della città, spesso in compagnia dei suoi amici ebrei.  Ma le cose cambiarono nel 1943 con la caduta di Mussolini.  Perlasca fu imprigionato come un nemico alieno vicino al confine austriaco.  Tre mesi dopo fuggì, tornò a Budapest, e immediatamente andò all’ambasciata spagnola per la protezione.  Come ex-soldato pro-Franco, gli fu dato la cittadinanza spagnola, un passaporto, e un nuovo nome—Jorge.  Fuori dall’ambasciata, notava migliaia di persone che si aggiravano intorno.  Gli fu detto che erano ebrei che invocavano “lettere di protezione” che la Spagna e altri governi neutrali emettevano per proteggere gli ebrei dalla deportazione alle camere a gas.  L’ambasciata spagnola non poteva tenersi al passo con le richieste, quindi Perlasca si offrì volontaria per aiutare.  Stabilì contatti chiave con i funzionari nazisti—corrompendoli, ricattandoli e incantandoli per l’aiuto, o almeno non interferendo con le sue attività.

Nel 1944, con i russi in avvicinamento a Budapest, il consolato spagnolo fuggì in Svizzera lasciandosi dietro uffici vuoti, ma anche il sigillo dell’ambasciata.  Perlasca convinse sfacciatamente le autorità ungheresi che lui era il nuovo ambasciatore spagnolo.  Poi si mise al lavoro non solo stampando lettere di protezione con il sigillo dell’ambasciata, ma ospitò anche gli ebrei in otto palazzi in affitto dove batté bandiera spagnola.  Il bluff funzionò.  Ma doveva pattugliare le case giorno e notte per assicurarsi che le bande di nazisti ungheresi non si intromettessero e uccidessero le persone protette.

Le esecuzioni quotidiane sulle rive del Danubio significarono che solo un quarto degli 800.000 ebrei ungheresi sopravvisse alla guerra.  Alla fine del 1944, il Ministro degli Interno decise di trasferire tutti gli ebrei dagli appartamenti consolari al ghetto e poi di dargli fuoco.  Perlasca si precipitò all’ufficio del Ministro per pregarlo di fermarsi.  Quando gli argomenti umanitari caddero nel vuoto, passò alle minacce.  Avvertì che se al governo spagnolo non fossero assicurato che gli ebrei sotto la sua protezione non sarebbero stati danneggiati, tutti gli ungheresi in Spagna sarebbero stati incarcerati e le loro proprietà confiscate.  Aggiunse anche che i governi brasiliani e uruguaiani farebbero lo stesso.  I piani del ministro furono abbandonati.

Perlasca rischiò la sua vita molte volte.  Una volta, mentre stava rimuovendo due adolescenti da un treno diretto ad Auschwitz, un ufficiale delle SS gli puntò addosso una pistola.  Raoul Wallenberg, l’eroico diplomatico svedese che stava lì vicino, gridò che non poteva trattare un diplomatico spagnolo così.  Poi un ufficiale SS di livello più elevato arrivò e chiese cosa stava succedendo.  Disse al giovane ufficiale di non fare nulla di più perché “prima o poi avremo comunque i bambini”.  Questo ufficiale era il famigerato Adolph Eichmann.

Quando le truppe sovietiche entrarono a Budapest nel 1945, gli ebrei riuscirono finalmente a lasciare gli appartamenti.  I russi costrinsero Perlasca a lavorare come spazzino.  Poco dopo, fu in grado di andare a Istanbul e poi di nuovo in Italia. Nonostante le sue capacità negoziali, poche persone a casa credevano la sua storia, inclusa sua moglie.  Quindi smise semplicemente di palarne e svanì nell’oscurità…cioè finché un gruppo di donne ebree ungheresi non ricordò l’incubo della guerra durante una riunione di famiglia a Berlino nel 1986.  “Ricordate quel console spagnolo”?

Vad Vashem Museo a Gerusalemme

a Budapest

Alla fine lo trovarono a Padova e iniziarono i riconoscimenti.  Perlasca, ex-fascista, aveva salvato la vita di almeno 5.500 ebrei, più di quattro volte il numero che il celebrato Oskar Schindler aveva salvato. Perlasca è stato premiato con medaglie e decorazioni da governi italiani, spagnoli, ungheresi, americani e israeliani per il suo coraggio e le sue azioni.  Un suo busto si erge orgoglioso a Budapest.  Ma Perlasca ha sottovalutato il suo eroismo fino alla fine (è morto nel 1992) sostenendo di non aver fatto altro che raccontare molte bugie.

 

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